Eric Schmidt al Mobile World Cogress ha sostenuto che il futuro della rete è mobile. Questa affermazione porta con sé una serie di riflessioni importanti, prima fra tutte quella relativa al futuro delle reti. Molti i fraintendimenti: primo quello di Colao, secondo quello di De Benedetti, così come citato dal giornale di sua proprietà (cito dall’articolo di Repubblica, che è un sunto della lezione tenuta a Sciences Po):
Se e un oggetto è gratuito non vale niente, diceva mio padre
Curioso. Facebook è gratuito; Google è gratuito. Così Skype, Skebby, Flickr, Wikipedia e infiniti altri servizi. Impressione personale: De Benedetti si riferisce a un mondo che non c’è più. Quel valore che lui cerca non solo resta da ripensare nelle sue forme (perché altrimenti la crisi appare sempre come un evento fortuito) ma dubito possa costituirsi, oggi, secondo le modalità con le quali è cresciuta la ricchezza di De Benedetti. Alcuni dei colossi citati hanno raggiunto traguardi con velocità inimmaginabili. Qualcosa non torna: cosa hanno di sbagliato questi business? È possibile spiegarne la velocità di crescita solo attraverso il modello della bolla? Forse; ma bolla era anche quella immobiliare e prima ancora quella dei tulipani; fiori non esattamente gratuiti. Come le case. Se il modello di business testimoniato da De Benedetti è così vincente, come spiegarne la crisi? Tutta colpa di internet? Dando per scontato che né Google, né Yahoo, né altri siano compagnie di beneficenza, l’equazione è semplice: se il business resta business la variabile è costituita dalle forme con le quali si costituisce. Vincenti per la rete, perdenti per i media classicamente concepiti.
De Benedetti ha lodato “la maggiore facilità di accesso e la moltiplicazione delle fonti”, rilevando però il problema “dell’appiattimento, dell’anonimato, della mancanza di ogni gerarchia dell’informazione. Questo – ha sottolineato – comporta una regressione, i messaggi diventano come mucche nere nella notte”
A me la gerarchia dell’informazione fa paura. Cundari lo ha espresso bene in un post recente rispetto il caso Bertolaso. Io sono certo di trovare sulla rete una quantità di assurdità enorme, ma se da un lato posso affermare lo stesso per la carta stampata, dall’altro è proprio la mancanza di gerarchia dell’informazione in rete che mi permette di verificare più fonti in forme più approfondite. Nessuno è così stupido da volere imporre internet come la risposta a tutto: il dilettantismo e le sciocchezze esistono anche qui, ma nella stessa percentuale di qualsiasi media. Con una differenza: se questi ultimi si pensano come ancelle della qualità, internet permette a chi lo vuole di usufruire di mezzi infiniti per elaborare una propria idea del mondo. Questa opportunità esiste anche per i giornali (un buon consiglio è quello di non leggere la stampa italiana), ma il coefficiente di difficoltà per la reperibilità di informazioni è enormemente più basso sulla rete piuttosto che in edicola.
L’accesso gratuito va bene per il flusso delle informazioni, e rappresenta un’opportunità straordinaria offerta da internet. Ma l’informazione che approfondisce, che spiega e fa comprendere, che verifica le fonti e contestualizza, è un informazione che costa e che, come tale, deve essere difesa”. “I giornali sono degli ‘sherpa’ dell’informazione – ha continuato – ma gli ‘sherpa’ servono anche su internet. Nell’oceano di frammenti di informazione di cui è composta la rete, la presenza di isole fatte di informazione di qualità, eventualmente in collegamento con i quotidiani, che possono rappresentare dei rifugi sicuri per un’utenza informata è assolutamente necessaria
Bene, che i giornali lo dimostrino. Un caso di questi ultimi giorni è proprio quello di Repubblica, e Corriere, nella versione per iPhone. Se, fin dall’inizio, l’applicazione permetteva la consultazione gratuita delle notizie, da qualche tempo la loro consultazione è divenuta a a pagamento. Questa scelta è folle: quelle stesse notizie posso leggerle dallo schermo del mio computer, ma da iPhone no. Tutto questo mentre Schmidt ripeteva al World Mobile Congress che il futuro della rete si giocherà sul mobile. Rispetto la scelta di Repubblica, allora, la mia posizione è semplice: applicazione cancellata. Molto più modestamente mi accontenterò di leggere, sempre da iPhone, le notizie del televideo. Sono più aggiornate e gratis. Rinuncerò con dolore ai video stravaganti proposti (per inciso, il calcio è un’altra cosa) e al seno rifatto di qualche vip. Ripeto, ben disposti a pagare la qualità; ma la qualità dov’è?
Il vizio di De Benedetti, d’altronde, resta lo stesso: i giornali lo fanno meglio. Ma perché? Rispetto quali dati? Cosa significa essere sherpa dell’informazione o, peggio, isola di qualità? Dal canto mio mi paiono più gravi affermazioni di questo tipo rispetto qualunque politica commerciale di Google.
Conosco Steve Jobs non si discute, è un genio” – assicura De Benedetti – “quanto all’iPad devo dire che non so dove metterlo: in tasca, come l’iPhone, non entra. Mi costringerebbe a portare una borsa, e non è mia abitudine
L’iPad potrebbe rivelarsi una bufala colossale. Il sottoscritto NON lo crede, ma questo non è il punto. Quel che mi stupisce e l’incapacità di De Benedetti di pensare all’innovazione del proprio business. Murdoch, nell’intervista che in Italia pubblicò La Stampa, sembrò non essere così scettico. Lo stesso vale per testate come Wired US. Forse questo aspetto fa la differenza: se da un lato un nuovo device viene vissuto come l’ennesimo attacco alla libertà di informazione della carta stampata, dall’altro si provano a concepire nuove forme di stampa e di fruizione delle notizie, magari associando loro nuove forme di pubblicità. Le possibilità sono infinite. De Benedetti, lei è certo che il suo Gruppo non potrebbe trarre vantaggio da un’innovazione come l’iPad e da quelle che, a ruota, seguiranno? Riformulo la domanda: perché non concepire la rete come un’opportunità piuttosto che un pericolo? E voglio essere chiaro: opportunità anche economiche.
Il caso editoriale italiano – e De Benedetti è un editore – appare sconcertante. Fossi titolare di una casa editrice, di un giornale, di un qualunque media, ora investirei con forza nella produzione di nuove idee per reinventare la diffusione del mio mezzo (date per assunte e mandate a memoria le considerazioni del direttore di Internazionale, ovviamente, rispetto la qualità del giornalismo). È un consiglio: farlo ora – La Stampa, almeno in parte, ne è un esempio – costerà enormemente meno rispetto acquistare il know how necessario tra non molti mesi.
Termino però con queste parole:
Ma, ha aggiunto, “il caso Berlusconi”, con “tutte le sue gravi anomalie”, “sta per entrare a far parte del passato, almeno per quanto riguarda l’uso della televisione”
Tralasciamo il contesto politico di questa affermazione (questo tema è stato già più volte trattato da LSDP, persino in una conferenza a Roma), e mi fermo alla più banale constatazione: se Berlusconi sta per entrare a far parte del passato per quel che riguarda l’uso della televisione, perché mai i giornali – così come intesi da De Benedetti – sono il presente e il futuro del mondo della qualità? De Benedetti, ce lo può spiegare?










16 Responses to “De Benedetti, su Internet la lezione te la facciamo noi”
Grande articolo Matteo!
Condivido ogni virgola: non avrei potuto scriverlo meglio!
Oggetto gratuito non vale niente, hai demolito De Benedetti e la sua incapacità di stare al passo coi tempi.
Sulla questione delle gerarchie ti sento un pò più debole: è vero che la mancanza di gerarchie favorisce lo spirito critico dei lettori, è anche vero che la rete soffre di anarchia e anarchismo, c’è della disinformazione pericolosa, tipo i maghi che guariscono i tumori, che può liberare tranquillamente senza alcun controllo. Io sono anarchico e pirata, sono d’accordo con te, meglio questo che l’impero decadente, il controllo ridicolo e asfissiante. Tuttavia i problemi del mondo in rete esistono e bisogna guardare a loro con lo stesso interesse con cui guardiamo alle opportunità.
Tutto il resto sottoscritto. De Benedetti non è mai stato e mai sarà l’uomo del futuro. Neanche del presente, se guardiamo a cosa producono i suoi mezzi di comiunicazione.
Un saluto,F.
Fabio, io sono convinto che la proporzione di fesserie presenti in rete sia la stessa presente sui giornali. In rete ci sarà il guaritore miracoloso di tumori, ma io ricordo il metodo Di Bella (http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Di_Bella) ben prima dell’avvento della rete. D’altro canto, la stampa italiana – anche la presunta stampa di qualità – è piena di fesserie ogni giorno.
È un mio riflesso condizionato: quando sento qualcuno affermare “l’informazione di qualità la facciamo noi”, tremo. Noi chi? E su quale base? Perché qualcuno dovrebbe detenere le chiavi segrete per la giusta divulgazione dell’informazione.
Per chi lo vuole – direi che questo è il minimo sindacale – la rete permette un aggiornamento e uno studio costante, con costi di ingresso e reperibilità delle informazioni imparagonabili rispetto il mondo nel quale io e te siamo cresciuti.
Detto questo, a farmi più orrore nelle parole di De Benedetti è stato il modo con il quale il fenomeno iPad è stato liquidato. Non mi interessa affermare la superiorità di questo device, dico solo che tendenze come quelle dell’internt mobile e dell’internet delle cose saranno fondamentali nei prossimi anni. Chiudersi a riccio equivale a stare nella Fortezza Bastiani.
Chi ha detto che “Berlusconi sta per entrare a far parte del passato”? Scusate ma, numeri alla mano, non credo che questa affermazione sia suffragata dai fatti. Nelle fasi di recessione la TV aumenta la sua quota del mercato pubblicitario, e Mediaset negli ultimi anni se ne è avvantaggiata più di altri. Ricordiamo che in un mondo gratis sono proprio i ricavi pubblicitari quelli che servono a investire “con forza nella produzione di nuove idee per reinventare la diffusione”. O pensate a charity, sussidi statali, ecc.? Spero di no.
Certo, certo. Io da buon pensatore incoerente, un pò Bakunin un pò Putin, un pò Deng Xiaoping, ritengo che la rete debba essere lasciata alla crescita selvaggia. Tuttavia, non si possono nascondere i problemi collegati al suo selvaggio sviluppo.
Non dico che la stampa è di qualità perchè gerarchizzata. La stampa italiana non mi piace, credo che qui su Lo Spazio Della Politica ci siano articoli di qualità media superiore a tante testate nazionali. Ma, su questa stampa c’è un controllo – in realtà c’è n’è troppo!! – controllo che in piccolissime dosi è necessario. Tutto qui. Non rinchiudiamoci in fortezze.
Paola, a suggerirci il tema del web era stato Alberto Castelvecchi in quest’intervista:http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/09/il-web-2-0-tra-politica-ed-economia-conversazione-con-alberto-castelvecchi/. Aldilà delle suggestioni che la cosa può creare, soprattutto tra gli oppositori di B, concordo con la tua analisi. Sul medio periodo Mediaset rimarrà un attore determinante del sistema comunicativo italiano, non solo in termini economici e di raccolta pubblicitaria ma anche sotto il profilo della selezione dei temi dominanti nella discussione pubblica. Certo però che il fatto che B non usi le nuove tecnologie (al contrario di grandi vecchi entusiasti della rete come Cossiga) è un fatto comunque significativo, non trovi?
Paola, la frase citata è di De Benedetti, tratta direttamente dall’articolo che ho linkato all’inizio del mio pezzo (http://www.repubblica.it/esteri/2010/02/18/news/internet_e_futuro_dei_giornali-2349033/). Temo che la sua intenzione fosse quella di demolire politicamente la posizione di Berlusconi (tv commerciali = Forza Italia al governo; ma ora la gente si sta svegliando) unendo temi squisitamente economici (tv commerciale = tv di scarsa qualità = i soldi li continueremo a fare noi che siamo di qualità, sempre perché la gente si sta svegliando). L’uno e l’altro intento mi paiono sciocchezze. Detto questo, hai perfettamente ragione rispetto i numeri e la necessità di un business.
Mi spiego. Io non credo che Google o qualunque azienda del mondo del gratis sia un’associazione priva di scopi di lucro: il guadagno è un obiettivo, eccome. Google, in particolare, si regge su ricavi pubblicitari, seppure ottenuti in forma diversa rispetto l’adv con il quale siamo cresciuti (e qui, lo so, si potrebbe aprire un nuovo dibattito; quasi da scriverne un pezzo).
Ora, rispetto la necessità di un ricavo, siamo certi che l’innovazione tecnologica non possa garantire nuove opportunità economiche? Io vedo il video che ho linkato di Wired pensato per iPad e mi chiedo: una pubblicità così proposta non potrebbe funzionare di più e meglio rispetto quella attuale? E ancora: se l’Espresso fosse divulgato anche in questa forma, non si potrebbero esplorare nuove forme di editoria? Penso alla multimedialità, alla distribuzione, all’aggiornamento continuo di contenuti e articoli. Io nella rete vedo opportunità di guadagno.
Come detto da Moris, persino Berlusconi pare indietro rispetto questo contesto. Forse meno indietro? Può essere, ma secondo me è un gioco a perdere. Secondo te?
@Fabio, è sul controllo che non ci troviamo. Il controllo serve per la qualità. Questo significa che un criterio di qualità deve essere stabilito. Giornalisticamente il concetto non è di impossibile applicazione, ma questo criterio non esclude dalla pubblicazione una enormità di stupidate (e di esempi possiamo citarne a quintali). Lo stesso – esattamente lo stesso – vale per il web.
E però: io sul web trovo di più e meglio. Questo aspetto non conta nulla?
Concordo con Matteo che giustamente tenta di spiegare il valore l’innovazione. Purtroppo è un valore quasi mai percepito, ma esiste, eccome. Il futuro non sarà come il passato, nè come il presente e questo bisogna tenerlo in considerazione. Chi saprà innovare resterà, gli altri scompariranno. In fondo Google fattura miliardi su una cosa che nel 2000 manco esisteva.
Moris, grazie per la risposta. “Il fatto che B non usi le nuove tecnologie (al contrario di grandi vecchi entusiasti della rete come Cossiga) è un fatto comunque significativo”: ma perché dovrebbe? Come Rupert Murdoch, non ha bisogno di farlo, tanto meno in prima persona: può pagare chi lo fa per lui. Neanche la Regina Elisabetta, quando ha ospiti, apparecchia la tavola, né carica la lavastoviglie dopo cena.
Comunque complimenti per il lavoro che fate con questo sito.
Paola, grazie a te, del commento e dei complimenti. Preparati che una delle prossime interviste de LSDP ti vedrà coinvolta! Teniamoci in contatto via Raffaele. A presto, buon lavoro e buona candidatura(qualche giorno fa l’abbiamo segnalata nella ns rassegna stampa).
Ho letto con interesse il post di Matteo Scurati, e in parte lo condivido. Ma credo che pecchi dello stesso difetto dell’intervento di De Benedetti: la superficialità.
1. E’ superficiale affermare, riferendosi alle testate come Repubblica o Corriere, “la qualità dov’è?” Lo sa bene anche Matteo, dov’è. E’ nel fatto che i giornalisti di Repubblica – contrariamente a colleghi precari e mal pagati di altre testate – hanno alle spalle una Redazione e un’Azienda che consente loro di andare sul posto, verificare le fonti, coltivare dei contatti di lungo termine, accedere a database pubblici e privati. Tutte queste cose hanno un costo molto elevato, al netto degli stipendi.
2. E’ superficiale non soffermarsi a riflettere sulla qualità dell’informazione in rete. Wikipedia, modello free per eccellenza, ha dovuto fermarsi e trovare metodi per controllare le informazioni. Questo stesso sito, LSDP, si avvale del brand di Limes in homepage per accreditarsi; e fa bene – ma, pure, ne ha bisogno.
Quindi, anche se non serviva alla coerenza retorico estetica del discorso, Matteo avrebbe aggiunto dati interessanti affrontando questo punto centrale: come distinguere la buona dalla cattiva informazione in rete?
3. E’ superficiale, in un articolo su De Benedetti e i nuovi media, non soffermarsi a pensare cosa ne sarà della PROFESSIONE del giornalista. Sì, perché il giornalista – in qualsiasi paese moderno – svolge un ruolo fondamentale per l’equilibrio democratico della società. E i giornalista, per la cronaca, hanno bisogno di un paio di pasti (non virtuali) al giorno.
Ciò detto, sarebbe stato più interessante un articolo sui modelli di Business che, nell’era digitale, possono assicurare ai giornalisti (e non solo a loro) di mangiare e tutelare la qualità dell’informazione. Di questi modelli ce ne sono già, altri ne servirebbero: e per trovarli servirebbe un dibattito onesto.
Ma per ora la discussione pare polarizzata: da un lato i Murdoch che voglion mettere la password a tutto, dall’altra i movimentisti del tutto-free.
Ciao Marco, provo ad essere più chiaro. Io non voglio sindacare rispetto il ruolo del giornalismo. Tu dici: “il giornalista – in qualsiasi paese moderno – svolge un ruolo fondamentale per l’equilibrio democratico della società. E i giornalista, per la cronaca, hanno bisogno di un paio di pasti (non virtuali) al giorno”; e io sottoscrivo anche le virgole. E però: siamo sicuri che la via indicata da De Benedetti sia l’unica in grado di garantire uno stipendio alle proprie redazioni? Certo, rispetto questo punto è giusto il tuo consiglio: dibattere rispetto nuovi modelli di business. Ok, sfida accettata.
Quanto alla qualità ho già provato a rispondere a Fabio. Io, secondo la logica del freemium, sono abbonato ad una serie infinita di servizi e sarei pronto a pagare per informazione di qualità in rete, ma quei costi che citi al punto uno sei certo corrispondano alla qualità tanto citata da De Benedetti? La mia impressione è questa: la reazione è di lesa maestà. Provo a rivolgerti una domanda: cosa non funziona nel giornalismo attuale? D’altronde, se i mezzi esistono, se la qualità e la stessa, è solo la pubblicità ad aver ceduto?
Lo ripeto per l’ennesima volta: “come distinguere la buona dalla cattiva informazione”? Con la reputazione e l’autorevolezza, sia in rete che nel mondo reale. Vale per i giornali e i supermercati, per le marche di automobili e per le persone.
Vanno conquistate sgobbando e questo è tutto. Basta distinguere tra rete e non-rete: internet FA PARTE del mondo reale.
[...] e del significato stesso delle professioni, a cui si faceva riferimento in una delle discussioni precedenti su questo [...]
Corre voce che Franco Manzitti (già redattore capo di Repubblica a Genova) abbia rovinato sulle piste da sci fracassandosi mezza schiena.
Franco Manzitti per la verità non cade solo sulle nevi ma cade di brutto – ahinoi – anche sulla deontologia professionale. Leggete st’avvilente storiaccia tratta dal portale Indymedia al link:
http://piemonte.indymedia.org/article/8579
“La Repubblica (CIR Group): ecco come funziona la fabbrica del fango”.
Palazzo di Giustizia di Genova, P.zza di Portoria 1. Da qualche parte forse potrebbe esserci un “Armadio della vergogna”. Quello – per intenderci – dove vengono riposti i fascicoli scomodi e da tenere al riparo da occhi indiscreti. I ripiani austeri (e sempre alquanto incustoditi) di questo archivio pare vomitino periodicamente faldoni che dovrebbero rimanere sopiti per molto tempo ancora.
Di alcuni dossier scottanti abbiamo già dato conto in alcuni precedenti articoli proprio quì su Indymedia. S’ha motivo di ritenere che un cantuccio dello sgabuzzino segreto di P.zza Portoria, sia proprio riservato a lui: Altana Pietro. La spia del Sismi (servizio segreto militare) che è andato a battere nei centri sociali in cerca di informazioni. I giudici genovesi hanno scoperto che sotto le mentite spoglie del giornalista spiava anche società dell’alta finanza (vedi C.I.R. di De Benedetti, ENI, Fiat, Telecom, Impregilo, etc), banche (Banca Carige, Mediobanca, etc, ), e la crema degli avvocati e fiscalisti (Roppo & Canepa, Bonelli, Carbone, Uckmar & C.). Come alcuni articoli del Secolo XIX e di Milano Finanza hanno rivelato, Altana ha tenuto d’occhio pure gli iraniani di Irasco in cerca di armi, roba nucleare e altro (v. link correlati a margine dell’articolo). Inutile negarlo. Le procure di mezz’Italia han vissuto per anni nella psicosi che il servizio segreto militare spiasse anche magistrati e giudici, più che naturale che procura genovese abbia riservato ad Altana una particolare attenzione. Non è affatto casuale che un magistrato come Anna Canepa, esponente di punta di Magistratura Democratica (MD è stata la prima a denunciare il dossieraggio del Sismi sui giudici) vada il merito di aver chiesto l’arresto dell’agente del Sismi. Tra l’altro, vedete com’è bizzarro il destino, il magistrato Anna Canepa è anche sorella di Paolo Canepa uno degli avvocati spiati dal Sismi, inoltre putacaso lo Studio Legale Vincenzo Roppo & Paolo Canepa è pure consulente di C.I.R. e della Fam. De Benedetti Ci sarebbe di che notiziare anche il CSM (sempre che CSM non significhi Ciechi Sordi Muti).
Comunque dall’Armadio della vergogna ora salta fuori n’altra storia totalmente inedita sullo strano e chiacchierato 007. Stravagante quanto tragicomica. Altana ha così tanto rotto i coglioni ad una certa lobby genovese, che la stessa pare abbia deciso di fare quadrato per toglierselo una volte per tutte dai coglioni. La storia – dai contorni decisamente grotteschi e surreali – vien descritta dallo stesso Altana Pietro in un dettagliato esposto/querela depositato presso la Procura della Repubblica di Genova il giorno 20 giugno 1997 (trovate il documento di seguito come allegato pdf). Altana racconta che nel 1994 a seguito della denuncia della società Coeclerici Spa (shipping company che lo stesso agente denuncia per spionaggio) lo stesso è stato oggetto di querela per intercettazioni telefoniche abusive e spionaggio. Alessandro Perugini (noto centravanti di sfondamento del G8) e un manipolo di agenti della Digos di Genova son piombati nel suo ufficio portandogli via computer e kili di documenti. Dopo qualche mese tutto viene però archiviato. I giudici genovesi sentenzieranno esserci stata nessuna intercettazione e alcun spionaggio. L’agente segreto però viene condannato dalla procura genovese a 8 mesi di reclusione per aver diffamato la società che l’ha denunciato per spionaggio: Coeclerici Spa (un articolo del giornalista Manlio Di Salvo sul Secolo XIX viene ritenuto diffamatorio dai giudici). Dell’assoluzione per spionaggio nessuno parlerà e prenderà corpo invece una pesante campagna stampa contro lo spione del Sismi. Titola Repubblica: “Spiata via fax l’alta finanza, interceptor ruba i segreti di aziende ed avvocati … Lo spione elettronico è passato attraverso le centraline, aveva un complice aggancio alla SIP” . “Storia di spionaggio industriale, probabilmente internazionale… corrispondenze delicatissime venivano deviate dai trucchetti tecnologici”. “Parla Interceptor, ce l’ho solo con Coeclerici” (Massimo Razzi – Il Lavoro- Repubblica 20 e 23 dicembre 1994).
Direte voi: è normalissimo e fisiologico sputtanamento. Se l’agente Sismi spia C.I.R. (una delle aziende dell’alta finanza attenzionate dal Sismi) è giusto che Carlo De Benedetti scateni contro i suoi scagnozzi di Repubblica. Il discorso non fa una grinza. Lo sfigato del Sismi allora che fa? S’organizza e attenziona anche Franco Manzitti (all’epoca direttore della sede genovese di Repubblica). E scopre che Paolo Clerici (numero uno del Gruppo Coeclerici Spa) e qualche avvocato hanno fatto pressioni su Franco Manzitti per gettargli palate di fango addosso. In una lettera riservata inviata da Manzitti ad un noto avvocato d’affari genovese (che il Sismi acquisisce) il redattore capo di Repubblica scrive: “Caro Franco, mi scuso per non esser riuscito ad arrivare al tuo ricevimento di sabato a Sant’Ilario, e mi scuso tanto anche con tua moglie, ma in questo momento come tu sai son preso dalle solite “grane” di questo ingrato giornale. Ti informo, comunque, che l’intervista di Dabove, come mi hai richiesto, non verrà pubblicata. Franco Manzitti”.
In quei giorni si compie una curiosa operazione immobiliare. La società CoeClerici (quella che ha denunciato per spionaggio l’agente) cede all’avvocato (l’avvocato di Sant’Ilario a cui ha scritto Franco Manzitti) un lussuoso e prestigioso immobile nel centro di Genova. Sito in Via Martin Piaggio civico 17/7-8. Una cosuccia di poco conto composta da 30 vani + balconi + cantine e pertinenze, situatata a ridosso di Villetta Di Negro (vicino P.zza Corvetto). In una corrispondenza riservata della società Bulkitalia (società del Gruppo CoeClerici) – che il Sismi acquisisce e che Altana fa avere ai giudici genovesi – si legge: “Allego fotocopia assegni circolari rilasciatimi da Bonelli per complessive lire 245.000.000 che ho dato in originale a Ragusa, e corrisposti a titolo di caparra in conto prezzo. Penso che sul prezzo di vendita non ci siano problemi, l’importo della locazione di Via Padre Santo a Bonelli, è sempre stato veramente molto modesto. Ma si sa … i piaceri vanno ricambiati. Limiterei la diffusione della scrittura dandone una copia a Pulcini (preliminare di vendita) di cui trattengo io l’originale. Saluti. Emanuele Zanotti”.
Come su riportato c’è di mezzo un“Guglielmo Dabove”. In effetti Altana Pietro era conosciuto negli ambienti dei giornali con questo stravagante pseudonimo. Qualche tempo prima aveva ricevuto nel suo ufficio il giornalista Massimo Razzi per una intervista di replica agli articoli di Repubblica. Intervista dello 007 che non è mai uscita su Repubblica. Quel che è certo – afferma Altana Pietro nella sua denuncia querela – “… è forse anche per questo che l’ordine dei giornalisti versa in uno stato di pessima salute. Bisogna realisticamente ammettere che sulla credibilità della professione giornalistica hanno influito negativamente i pesanti condizionamenti che a vari livelli hanno esercitato le lobbyes finanziarie e politiche come anche gli incroci di interessi privati sui giornali… la categoria si lamenta della preoccupante caduta di rispettabilità , ma dimentica che nonostante tutto le connivenze (che hanno progressivamente ammansito il sistema) continuano ad inquinare buona parte della comunicazione, consolidando i vecchi e perversi meccanismi che tutt’ora regolano il mondo dell’informazione”.
Detto in parole semplici semplici, a Repubblica ci son giornalisti venduti che si prostituiscono per gratificare l’amico di turno.
Conferma questo teorema – seppur malvolentieri – anche Massimo Razzi di Repubblica. Nella conversazione telefonica con Altana (che ahimè, l’agente del Sismi ha la stronzaggine di registrare e che poi allegherà all’esposto/denuncia). Massimo Razzi confessa fortissime pressioni fatte da Paolo Clerici su Franco Manzitti e sul giornale la Repubblica.
Se vi volete scialare il cuore e farvi quattro ghignate ascoltatevi la registrazione della telefonata (a margine dell’articolo in formato mp3).
Intanto questa la trascrizione (della parte saliente):
Trascrizione telefonata Altana Pietro/Massimo Razzi del 13 marzo 1996
ALTANA: “Io a lei non ho mai voluto querelarla … giustamente c’è una liberta’ di espressione, è un paese libero, siamo in democrazia, ed ognuno e’ libero di dire tutto quello che vuole, anche delle scemenze, quindi – perdoni se la descrivo cosi’ – effettivamente, ragionando con il senno del poi, non era effettivamente cosi? Lei ha scritto delle scemenze.”
RAZZI: “Si’, si’, ma e’ che non …”
ALTANA: “Ha scritto nel primo articolo delle scemenze, nel secondo pure, non so se ce n’era anche un terzo, anche nell’altro c’erano scritte delle scemenze. Qualcuno c’ha creduto comunque, perche’ quando lei ha gettato la cosa li ‘ cosi ‘ : «questo e un intercettatore, rischia tot anni di galera» e ha sfornato tutta una serie di nominativi di intercettati che confermavano il fatto. La cosa era oramai era data per scontata; chiaramente chi mi conosceva bene sapeva che non era così . Poi’ dopo 7-8 mesi quanto il magistrato ha emesso la sua archiviazione perche’ la notizia di reato era risultata infondata, allora li’ mi sono riscattato, pero’ oramai la frittata era stata fatta. Parliamoci chiaro, nessuno è venuto a prendere le mie difese, e gli amici che hanno preso le mie difese l’hanno fatto ma in modo non molto ufficiale. Purtroppo qualcuno aveva interesse gettare un po’ di fango su di me, e questi sappiamo chi sono. Lei comunque gli ha dato una bella mano, e voglio dire, con quegli articoli ha fatto la felicita’ del Prof. Bonelli e del Sig. Clerici; non so se sia casuale questo, mi auguro di si, ma considerando il contesto della situazione non so se sia poi tanto casuale… Se lei fosse stata una persona coerente, una persona. diciamo, un po’ piu’ obiettiva, forse avrei avuto gia da li’ una dimostrazione … prima di scrivere certe cose si cercano dei riscontri, come un giornalista a modo, con criterio fa’, poi io non so come funzionano le cose nel suo giornale (Il Lavoro-Repubblica ndr.) però effettivamente, a vedere i risultati, pare che fosse esattamente vero quello che mi si diceva, cioe’ che il Manzitti non era poi del tutto disinteressato nella cosa, aveva qualche interesse, diciamo, a sputtanarmi un pochettino. I malvagi mi hanno detto che ha fatto qualche pressione perché scrivessi quelle belinate li …”.
RAZZI: “No, le cose sono completamente diverse perché …”.
ALTANA: “Mi hanno detto: ‘stai attento che Manzitti ci ha messo lo zampino’ , e io credo che non sia completamente falso”.
RAZZI: “Se mai Manzitti ci ha messo lo zampino dopo, se vuoi ti racconto esattamente come è andata”
ALTANA: “E allora raccontami a grandi linee perche’ mi interessa”.
RAZZI: “Semplicemente questo: io ho avuto le notizie assolutamente da fonti diverse da Coeclerici , e Manzitti non sapeva niente, anzi”.
ALTANA: “Da Gattorno (Sebastiano ndr.), sappiamo”
RAZZI: “Da ambienti vicini a Gattorno si’, non solo da quelli, per esempio c’erano altri avvocati che credevano davvero d’essere intercettati, perche’ non riuscivano a capire come certi documenti potessero …”
ALTANA: “Ma no, l’ho spiegato perche’ gli avvocati credono di essere intercettati”.
RAZZI: “Un momento, aspetti un attimo, lei me lo ha spiegato dopo che ho scritto i primi pezzi, allora, quando io ho citato i nomi degli avvocati che ritenevano in qualche modo di essere intercettati, oppure che documenti che erano passati per i loro studi erano usciti fuori, loro temevano di perdere la fiducia dei loro clienti, di conseguenza qualcuno di loro si e’ spaventato e ha fatto arrivare qualche voce”.
ALTANA: “Questa e un palla totale, e lo posso anche dimostrare, perche’ anch1io ho ricercato qualche riscontro in relazione a questa vicenda, e le posso garantire che questa e’ una balla totale. Fu una grande congiura, e’ stata solo una grande congiura, organizzata a tavolino, con l’intenzionale calcolo di danneggiarmi e basta. E’ stata ideata la questione delle microspie, e tutto …”.
RAZZI: “Io comunque, come le ho avute io, non potevo sospettare di persone in quel momento, perche’ non ce n’era nessun motivo, tranne il fatto che per vie molto traverse ero riuscito ad avere delle notizie abbastanza vaghe su quello”… Quello che io ho fatto fare, a partire da queste prime voci, e’ dei riscontri, perche’ il suo nome era Dabove, non si riusciva a sapere quale era il nome vero”… semplicemente, io ho fatto i primi du¬e pezzi semplicemente avendo riscontri con questi studi di avvocati che mi confermavano che … e mi dicevano che per quello che avevano capito loro la strada era quella e fino a li’ Manzitti no ha fatto nessuna pressione, anzi, non sapeva neanche di che cosa si trattasse, e non sapeva di piu’ di quello che sapevo io. La ¬pressione di Manzitti, che c’e’ stata, e della quale io sono rimasto personalmente molto amareggiato, e’ questo aver subito tutte le tue accuse che ritengo in parte giuste, e per cui me le tengo, pero’ il punto è questo: ho fatto un pezzo con l’intervista a te di un’intera pagina, dove si raccontava tutta la tua versione, premettendo – in un cappellino – che questa era la tua versione e che mi sembrava …”.
ALTANA: “Ma questo in quell ‘articolo in cui dici: “Da bove si è fatto vivo”.
RAZZI: “No l’articolo non e’ mai uscito”.
ALTANA: “Ah non e’ mai uscito, perche’ quell ‘articolo li’ io non l’ho mai letto”.
RAZZI: “Infatti quando sono venuto da te per l’intervista, l’ho scritta, l’intervista che ti ho fatto”.
ALTANA: “Si’ ma non l’hai mai pubblicata”
RAZZI: “Io l’ho data a Manzitti , ovviamente, per farla uscire, e lì’ c’e’ stata una pressione fortissima su Manzitti di Clerici . Manzitti tra l’altro, l’ha fatta vedere all ‘avvocato del giornale, Tonani, e Tonani ha detto: ‘va bene secondo me, si puo’ pubblicare perche’ non ci sono gli estremi per nessuna querela’ , e Paolo Clerici ha fatto il diavolo a quattro; e questa e stata l’unica volta in vita mia, da quando sono stato in quel giornale che . . .”
ALTANA: “Esattamente quello che ho saputo io”.
RAZZI: “Questa e’l'unica cosa di cui mi rammarico. Io mi rammarico, nel senso che quell’intervista io non sono mai riuscito a farle uscire. E sulla cosa ho avuto delle discussioni con Manzitti, cor il quale poi siamo amici per tantissime altre cose, e lui su questo non ce la faceva perche’ aveva ricevuto delle pressioni fortissime, non me lo diceva cosi’ apertamente, ma si capiva”.
ALTANA: “Non si puo’ parlare male di Clerici”.
RAZZI: “Come?”.
ALTANA: “Su Clerici non si puo’ parlare male”.
RAZZI: “No, secondo me lui … non e’ proprio vero in assoluto, in altre occasioni mi sono anche esposto a questo riguardo”.
ALTANA: “Sig. Razzi, se si e’ dipendenti come lei non si puo’ parlare di certe cose, per quello dico così’. Ma va be’, questo lei me lo insegna. Bisogna essere al di fuori di certe strutture, e anche quando si e’ al di fuori si deve rendere piu’ conto di un dipendente”.
RAZZI: “Si’ infatti lo so questo, questo piu’ chiaro di cosi’. Le dico che e’ cosi’, questo e’ andato così’. questa e’ la cosa per la quale lei ha ragione nei miei confronti”.
ALTANA: “No, quella e tante altre”.
RAZZI: ” … per come ho lavorato io, sulla prima parte ho raccolto alcune informazioni, non avevo altra fonte, lei non esisteva per me perche’ non riuscivo a trovarla. Quando sono riuscito a trovarla sono venuto a parlarle”.
ALTANA: “Però Razzi, lei ha dato per certo che le cose da lei descritte erano così’”.
RAZZI: “No, no, Il pezzo aveva tutte le caratteristiche del pezzo sulla base delle poche notizie che avevo a disposizione e sulla base dei riscrontri che avevo potuto avere, che non davano certezze e.. Le assicuro che questa e’ la pura verita’”.
La querela dell’agente del Sismi contro Paolo Clerici, Franco Manzitti, Massimo Razzi, Repubblica & C. rimarrà sepolta nell’armadio della vergogna per lustri e nessuno ne parlerà più. Sino ad oggi.
La morale? Che la giustizia raramente trionfa ed il fango è sicuramente molto meno sporco di certi personaggi.
Che dirvi, ci risentiamo alla prossima storiaccia (tanto l’armadio è zeppo zeppo di storie zozze che non vedon l’ora d’esser riesumate e raccontate).