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08 feb
E’ il populismo, bellezza: Vendola e De Magistris
di Floriana Bulfon       sezione: Italian politics
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“Dobbiamo fare una cosa nuova, un Quarto Stato che si mette in movimento, per far valere la questione morale e quella culturale contro l’autoritarismo berlusconiano. Una rete, un vocabolario del cambiamento e della speranza”. A dirlo sono due politici all’apparenza diversi, ma oggi molto uniti e vicini. Da una parte Nichi Vendola, l’Obama pugliese che deve il suo nome un po’ a San Nicola e un po’ a Kruscev, con l’orecchino che brilla, la dichiarata omosessualità. Il vincitore inaspettato. Dall’altra Luigi De Magistris, elegante magistrato ed eurodeputato, garante della Costituzione, strenuo difensore della lotta alla criminalità organizzata, pupillo di Di Pietro che prova forse ad emanciparsi.
Due uomini del Sud. Del Sud propositivo, quello che vuole fare e non si sente sconfitto. Due novità nel panorama politico italiano. Vogliono costruire un percorso alternativo al berlusconismo, vogliono che il laboratorio politico parta dal basso, dagli elettori. Insieme pensano al Pd che verrà, al lavoro comune. L’ala a sinistra del Pd si sta muovendo, cercando di costruire una coalizione del centrosinistra che coinvolga i partiti ma soprattutto la società civile, l’associazionismo, i no global, i grillini, il mondo della rete.

Si tratta di populismo o di un vero percorso alternativo? Vendola è l’uomo capace di scaldare i cuori, come ha detto Moni Ovadia. E’ l’uomo dei bagni di folla. Quello che canta il rinnovamento. De Magistris è il candidato da opporre al dalemiano De Luca in Campania. Un magistrato contro chi ha due rinvii a giudizio, tanto che Flores d’Arcais rivolge un appello al popolo viola di Facebook per aprire un gruppo “concittadino De Magistris non puoi sottrarti”. Ma lui risponde no. In nome di un valore fondamentale: la coerenza. E’ stato eletto in Europa e li si impegnerà.

Il Pd che ha voluto le primarie, che non vuole i candidati prestabiliti, per i due politici dovrebbe imparare ad ascoltare il movimento del popolo, l’idea di cambiamento che viene dal suo elettorato.  Due leader carismatici spinti dall’entusiasmo popolare e qualcuno è pronto a tacciarli di populismo mediatico, per nulla diverso da quello di Berlusconi. Populismo o democrazia? Demagogia o capacità d’ascolto del popolo? E’ indubbio che democrazia e populismo siano sempre stati in un rapporto stretto, entrambi fondano la legittimità del potere sull’affermazione della volontà del popolo. La prima però presuppone il pluralismo, il secondo un popolo inteso come entità unitaria e acritica. I politici da sempre usano uno stile populista per farsi percepire più vicini all’uomo comune e il rapporto leader-popolo è un dato strutturale della politica odierna, non per forza da demonizzare.

Populismo e leaderismo oggi sono armi vincenti per aggiudicarsi la maggioranza. Berlusconi, con la sua forte e vincente personalità, la Lega Nord con il suo rapporto viscerale con il territorio, l’Italia dei Valori con le battaglie legalitarie e la volontà di garantire un’informazione chiara e adeguata. Rappresentano il sentimento, il disgusto, il sogno di un popolo insoddisfatto, arrabbiato, distante dalla casta. Un popolo che si identifica nel leader o nel movimento che incarna il modello, le aspettative, le speranze.
Nella sua accezione negativa il populismo è un tentativo di trovare consensi puntando su luoghi comuni di facile presa, un appello al popolo puramente strumentale, fatto di soluzioni facili a problemi difficili. E’ demagogia. Ma ci può essere anche un risvolto positivo, laddove si intenda come capacità di parlare e ascoltare. Di essere in sintonia con le persone. I democratici degli States ad esempio sono orgogliosi di dirsi populisti. Perché non può essere considerato populismo in senso degenerativo il mantenere le promesse fatte, il difendere gli interessi del popolo prima di quelli della classe politica. Perché è mistificazione se è solo un atteggiamento, mentre è forma politica se è concretezza e impegno verso le comunità. Se è modalità per permettere la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

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