In questi giorni assistiamo ad un importante riposizionamento della politica internazionale russa: questa si avvicina alle posizioni occidentali, indebolendo – e non di poco – le relazioni con Teheran. Al centro di questo riposizionamento la questione della consegna dei missili S-300, che Mosca aveva promesso all’Iran da ben cinque anni. Al solito, le cose sono state fatte alla maniera russa: in un primo momento le motivazione del ritardo sarebbero state di natura ‘tecnica’, mentre ci sono voluti alcuni giorni perché fosse confermata la vera motivazione, ovvero la volontà politica di non dotare l’ex alleato iraniano di batterie mobili che permetterebbero di intercettare non solo gli aerei, ma anche missili da crociera e balistici a medio e corto raggio, rendendo così piuttosto complicato un intervento militare diretto a colpire gli obiettivi nucleari iraniani. Ma quali sono le ragioni che hanno spinto la Federazione Russa a questo ripensamento? Due le possibili chiave interpretative.
La prima è definibile effetto Medvedev: il nuovo presidente sarebbe il portatore di un nuovo equilibrio all’interno delle gerarchie russe, equilibrio volto a ridimensionare il potere dei falchi (uomini ex-Kgb, militari), convinti sostenitori del supporto a Teheran e della necessità di mantenere una posizione fortemente indipendente e distaccata dal mondo occidentale. Ecco perché i “motivi tecnici” ancora fino all’altro ieri; il potere delle ‘gerarchie forti’ non è certo di poco conto nella Russia di oggi, lo stesso Putin è espressione di quel mondo e non è facile vincere la loro resistenza.
Una seconda chiave interpretativa tira ancora una volta in ballo l’ex presidente. Il ripensamento russo non sarebbe dovuto al ruolo mitigatore del giurista Medvedev, ma alla volontà di Putin di una nuova strategia di integrazione con il campo occidentale, resa possibile dal ‘disgelo’ russo-americano (che nasce con l’elezione di Obama) e dalle relazioni privilegiate che l’ex-Kgb ha intavolato con alcuni leader europei e che in questi ultimi anni si sono instaurate tra le relative diplomazie. Ovviamente i paesi europei cui mi riferisco sono Italia e Germania, partner divenuti ormai strategici per il Cremlino: la collaborazione energetica, nel campo dell’industria dei macchinari e dell’automobile, fa parte del progetto ‘Putin’ di ridotare la Russia di un solido e moderno tessuto industriale. E anche per Germania e Italia, la collaborazione con la Russia è straordinariamente importante tanto per questioni energetiche quanto per questioni diplomatiche. Non a caso, le strategie internazionali di questi paesi colludono: solo pochi giorni prima dell’incontro di lunedì tra Medvedev e Netanyahu – in cui c’era stata la ‘rassicurazione’ sul congelamento dei missili S-300 – Berlusconi in Israele aveva tuonato parole di fuoco contro il regime iraniano: “I pasdaran siano nella black list della Ue”. Le parole del premier italiano rendono ovviamente difficile il business con l’Iran ma questo era stato già previsto – come si deduce dalla strategia di Scaroni di apertura di nuove partite in Africa e Kazakistan chiudendo poi gli accordi sul petrolio iracheno. Ora anche Putin andrà in Israele e Netanyahu pensa ad un memoriale che ricordi l’altissimo contributo russo nel liberare l’Europa dal dominio nazista.
Insomma, quale che sia la giusta chiave interpretativa – più probabilmente entrambe le interpretazioni sono corrette – la Russia torna ad avvicinarsi all’Occidente come aveva fatto nelle prime faticose fasi della sua “nuova vita”. Ci sono però delle differenze. La Russia che esce dalla disgregazione dell’URSS e che cerca disperatamente un aiuto negli occidentali è un paese umiliato, che gli Stati Uniti e l’Europa snobbarono e non considerarono. La Russia di oggi è un perno fondamentale per l’Europa e quello che resta della coalizione occidentale. Questo sarà dopotutto il merito storico che verrà riconosciuto all’uomo di ghiaccio, il tanto amato e criticato Vladimir Putin. Fortuna (prezzi petroliferi alle stelle) o no, democrazia “assistita” o no, la Russia con lui è tornata a contare.










4 Responses to “La nuova Russia: dare a Putin quel che è di Putin?”
Probabilmente potremmo chiamare la politica estera di Putin, dal famoso discorso di Monaco del 2007 (alla 43ma Conferenza sulla Sicurezza) ad oggi, la politica dei due forni, per italianizzarla un pò. Puntualmente infatti la Russia fa un passo in avanti e uno indietro verso UE e USA sopratutto, viene incontro alla richieste occidentali ma chiede sempre qualcosa in cambio, probabilmente perchè Putin, ma i Russi in generale non riescono ad accettare l’idea di entrare in un’alleanza da comprimari. È difficile quindi capire la strategia di lungo periodo, l’unica cosa certa è che l’adesione o meno della Russia al WTO sarà il rubicone moscovita. Per ora sono fermi al varco, staremo a vedere.
Sono assolutamente d’accordo, Giuseppe. Tuttavia, ricordo che la politica dei due forni è dovuta soprattutto ai diversi comportamenti del Bush I mandato (riavvicinamento alla Russia), Bush II mandato (brusco allontanamento) e ora di Obama (lento riavvicinamento). Sul WTO penso che sia una questione molto meno importante in questo momento di recessione globale, in cui nessuno si cura più delle regole sul commercio internazionale (in caduta libera) e ciò che conta davvero è il comportamento delle banche centrali e le relative politiche monetarie. Tuttavia staremo a vedere, a tempo debito, se Putin varcherà la Moscova!
Articolo molto interessante e informativo. Come giustamente sottolineato, probabilmente entrambe le chiavi interpretative sono corrette. A mio avviso però le due chiavi proposte non bastano per spiegare quello che è stato definito “un importante riposizionamento della politica internazionale russa”. Certamente, se la Russia veramente dovesse congelare o disdire la consegna dei missili S-300, questo sarebbe un notevole spostamento nella politica estera russa. Ma una decisione finale a riguardo non sembra ancora presa – più confermato invece il crescente sostegno della Russia per sanzioni contro Tehran. Comunque sia, in una prospettiva storica, quello che pare un’ambiguità nella politica estera russa invece potrebbe essere anche espressione di una realpolitik sviluppatasi alla fine degli anni 90 sotto la guida di Yevgenii Primakov, ministro degli esteri dal 96 al 98 e primo ministro nel 98/99. Secondo questa dottrina, la politica estera russa viene concepita come totalmente indipendente (dall’occidente) e orientata verso una multiplicità di “vettori”. Un Iran armato di testate nucleari certamente non corrisponde agli interessi della Russia (che teme l’influsso iraniano nel Mar Caspio). Ma tanto meno un’occidente sbarazzatosi definitivamente del problema nucleare iraniano. Invece è lo status quo che sicuramente corrisponde meglio agli interessi russi. Resta la questione per quanto tempo si possa sostenere la situazione attuale. La Russia dunque dovrà decidersi – e lo farà di sicuro a favore del partner più importante che di certo non è l’Iran.
Grazie per il solito, utilissimo intervento, Philipp.
Sollevi punti essenziali quando consideri la storia della politica estera russa e in particolare quella recente con Primakov; è vero che dalle elite diplomatiche permane una certa linea di continuità tuttavia la politica dei silòviki e del loro uomo Putin incide e non da poco sulle scelte di politica essere russe. Capire fino a che punto si lascia spazio alle strategie di lungo periodo per noi è impossibile. Io penso e spero che questi segnali incoraggianti siano l’inizio di una nuova era di collaborazione tra UE e Federazione Russa, strategica per entrambi.