Dopo quasi un anno passato a “euromeditare”, possiamo finalmente rivendicare un primo risultato “scientifico” del nostro lavoro. Uno dei temi su cui abbiamo riflettuto in varie occasioni – l’UE vista dagli altri attori globali o l’Europa degli altri, per usare il nome della formula da noi coniata – sembra ora aver trovato un riconoscimento anche all’interno di quegli european studies da noi spesso criticati per la loro scarsa capacità di analisi realistica. Il riconoscimento arriva da Paris Sciences Po, dove Zaki Laidi, uno degli esponenti più acuti ed affermati della politologia europea, ha lanciato una call for papers internazionale (alla quale forse parteciperemo anche noi) per valorizzare questo aspetto fin qui marginale nel dibattito accademico.
Già, l’Europa degli altri. Gli europeisti dovrebbero spaventarsi al solo sentire questa formula. Si, perché il senso con cui abbiamo usato (ad esempio qui e qui) quest’epressione è stato sempre negativo e sinonimo di dure rampogne verso i sogni di un’Europa unitaria protagonista della scena globale. Il catalogo è vasto, e ce n’è per tutti i gusti. L’Europa rimpicciolita dei cinesi raffigurata nella copertina dell’Economist di qualche mese fa e quella incomprensibile per gli indiani, entrambi in relazione con il Vecchio Continente attraverso i rapporti bilaterali con i principali stati europei e non certo con gli uffici bruxellesi. L’Europa che i paesi della sponda sud del Mediterraneo vorrebbero vedere come partner privilegiato in campo economico, ma con cui allo stato dei fatti esiste “no partnership”, come ricordato con spietato realismo da Fouad Makhzoumi in un recente convegno sul Mediterraneo. Ancora, l’Europa da sferzare per il suo carattere irresponsabilmente museale o per il suo animo imbelle e collaborazionista con la pericolosa autocrazia russa del duo Putin-Medvedev, secondo l’accusa lanciata da quest’articolo di Foreign Policy. Insomma, chi più ne ha più ne metta.
Il caso-Grecia ed il dibattito che è scaturito attorno alla querelle “salvataggio si/salvataggio no” ci sta però facendo assistere ad un’inversione di tendenza. Non in terra europea, sia chiaro. Il rifiuto e l’aperta ostilità con cui i taxpayers tedeschi stanno reagendo alle ipotesi di aiuto finanziario europeo (quindi tedesco) alla Grecia sono più eloquenti di qualsiasi analisi. E si sa che l’Europa sarà domani quello che la Germania progetta oggi. Ecco, in questo quadro le voci di sostegno alla tesi del rafforzamento politico dell’Unione Europea stanno arrivando da fuori, dagli “altri” della nostra formula. Ad esempio dal premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, che nella sua anatomia della situazione economica europea ha rilanciato con forza la sua idea di un’integrazione fiscale e del mercato del lavoro da affiancare all’unione monetaria, un appello ripreso dal collega e connazionale Barry Eichengreen in un articolo pubblicato anche dal Sole 24 Ore.
Ma non c’è solo il caso greco ad animare questo dibattito esterno sulle prospettive dell’Europa. Per passare ad altri fronti, l’invito alla formulazione di una strategia politica responsabile nel rapporto con gli Stati Uniti di Obama e con il mondo post-europeo arriva da un altro americano e da un britannico, Jeremy Shapiro e Nick Witney, autori di un paper stimolante ed originale, anche e soprattutto nella decostruzione dell’obamamania europea (qui potete vedere il video della presentazione italiana). Ancora, la difesa tenace del “capitalismo sociale” europeo in opposizione alle storture del modello americano è contenuta in un libro da poco uscito di Steven Hill, un’analista della New America Foundation. Per finire, la provocazione più radicale sull’intreccio tra destini demografici e flussi migratori nel Vecchio Continente è arrivata nuovamente da un giornalista americano, Christopher Caldwell, in un libro che aldilà delle posizioni forti e contrastanti, in particolare sulla “minaccia islamica”, contiene una ricchissima mappatura in ottica storico-comparativa dell’immigrazione nei vari paesi europei.
Insomma, il pensiero sui destini geopolitici ed economici dell’Europa arriva da fuori. Invece di lamentarcene e di lodare i tempi antichi in cui cultura era sinonimo di pensiero europeo e di superiorità strategica delle nostre elités, le nostre classi dirigenti farebbero bene a prestare ascolto a queste voci d’Oltreoceano, che piano piano stanno acquisendo una massa critica crescente. Che stia qui quel “potere di persuasione” e di indirizzo che i think tank continentali non sono mai riusciti ad avere? Chissà. Attenzione però, non chiedetelo ai nostri saggi, potrebbero rimanerci male.










2 Responses to “L’Europa a stelle e strisce”
Che tristezza: l’Europa non ha una strategia, l’Italia non ha una strategia… Dobbiamo solo scegliere gli scogli su cui ci areneremo.
L’Europa non ha una strategia unitaria. Alcuni dei suoi Stati membri invece si, come Germania e Francia. Mai sottovalutare la forza del nazionalismo, mai. L’Italia (le sue classi dirigenti)o impara ad essere una nazione (nel senso italiano del termine ovviamente, non pretendo la luna)oppure si troverà in difficoltà. Su questo tema da segnalare questo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=Q0KOE