Oggi riprendiamo gli aggiornamenti di EuroMEDitazioni, la nostra rubrica su Limesonline. In contemporanea con l’uscita del nuovo numero di Limes “C’era una volta Obama”, abbiamo voluto intervistare Francois Lafond, giovane direttore dell’ufficio parigino del German Marshall Fund e acuto analista delle relazioni transatlantiche. Siamo partiti da un confronto tra l’obamamania americana e quella europea, per arrivare ad un’analisi disincantata del ruolo sempre più marginale dell’Europa a livello globale. Un approfondimento da non perdere. Buona lettura. E buone “euromeditazioni”.
LSDP) Cominciamo dagli Stati Uniti. L’ “obamamania” è sempre forte in Europa. Negli Usa invece la popolarità di Obama sta scendendo sotto il 50%. Come si spiega uno spostamento così rapido nella opinione pubblica americana?
F.L.) L’Europa ha sicuramente una visione molto parziale di Obama, dovuta soprattutto al rifiuto netto delle politiche dell’amministrazione Bush. Sul gradimento di Obama negli Stati Uniti influiscono invece anche altri fattori, essenzialmente di politica interna. Obama piace in Europa perché ha delle idee molto simili sui temi della regolamentazione finanziaria, sul ruolo degli organismi internazionali, sull’apertura verso gli altri paesi, anche quelli considerati indesiderati dalla precedente amministrazione americana. Si deve, poi, anche ricordare che la differenza di giudizio su Obama tra Europa e Stati Uniti è sempre stata forte: l’anno scorso nei Transatlantic trends registravamo tassi di gradimento per il candidato democratico del 75-80% nei paesi europei. Le elezioni negli Stati Uniti, invece, sono finite 55 a 45. Obama è stato eletto grazie a una mobilitazione molto forte delle minoranze etniche, dei giovani e delle donne che finora votavano poco. Una parte di indipendenti, poi, ha semplicemente deciso di votare contro i repubblicani e ora sono poco soddisfatti della presidenza. Lo spostamento non è quindi poi così rapido, anzi è abbastanza “normale” per la politica americana.
LSDP) Quali sono le priorità strategiche degli USA nel 2010?
F.L.) Evidenzierei quattro priorità. Innanzitutto Obama vuole archiviare lo “scontro di civiltà” come ha fatto ben capire con il suo discorso al Cairo. Certo, l’arroganza del regime iraniano e lo stallo nel processo di pace tra Israele e Palestina non lo aiutano in questo progetto. In secondo luogo, Obama vuol riportare l’attenzione sul conflitto afghano, e sul trasferimento delle responsabilità alle autorità afghane. Nel 2010 continuerà, poi, la scommessa di apertura verso la Russia. Su questo influiranno il comportamento del Cremlino nei confronti dei paesi confinanti, la risposta al sistema di missili di difesa, la cooperazione contro la proliferazione di armi nucleari nel mondo e il rispetto dei diritti umani al suo interno. L’ultima questione più generale è quella delle nuove alleanze mondiali ed in particolare l’evoluzione e l’adattamento della Nato.
LSDP) Parliamo della priorità Afghanistan. Negli USA il conflitto sta cominciando a suscitare dei dubbi nonostante l’intenzione di inviare nuovi soldati. Anche alcuni governi europei vorrebbero ritirarsi. Come mai?
F.L.) Tutta la comunità internazionale partì in Afghanistan, inizialmente per combattere i terroristi di Al Quaeda sull’onda degli attentati dell’11 settembre e rovesciare il regime dei Talebani che li proteggeva. Si trattava di una “guerra di necessità”. Poi l’amministrazione americana decise di estendere il fronte all’Iraq per ragioni meno chiare e molti paesi europei non seguirono gli Stati Uniti. La guerra contro Saddam ha fatto dimenticare per alcuni anni il conflitto in Afghanistan. E’ stato proprio Obama a tirare nuovamente fuori la questione durante la campagna elettorale, contrapponendo questa guerra “necessaria” a quella “per scelta” in Iraq. L’opinione pubblica però non sa più bene perché si fa la guerra: ci sono, inoltre, sfumature semantiche. In Italia e Germania per motivi diversi non si parla di guerra quanto di un’operazione di peacekeeping. Tutti i governi hanno attualmente difficoltà a convincere l’opinione pubblica sulle buone ragioni per rimanere: il Canada ha già annunciato il ritiro, la Germania è possibile che segua. Anche Obama ha proposto di aumentare le truppe, ma con il piano di ritirarle nel 2011 alla vigilia del campagna elettorale per il secondo mandato. Un problema di informazione verso l’opinione pubblica quindi, ma anche errori gravi sul terreno: non soltanto per la debolezza del governo locale, ma anche perché la storia continua a dimostrare che è molto difficile tenere insieme l’Afghanistan viste le grandi divisioni etniche. Poi c’è l’ipocrisia generale sulla produzione della droga. In questi aspetti abbiamo fallito perché non abbiamo sradicato la produzione di droga e non siamo riusciti a costruire uno stato. Se gli occidentali vanno via, però i Talebani torneranno al potere facilmente con il loro regime oscurantista.
LSDP) A proposito delle alleanze globali USA, il 2009 è stato l’anno del debutto e dell’abbandono quasi immediato del G2 tra USA e Cina. Colpa del vertice di Copenhagen? Oppure come dice la stampa conservatrice semplicemente Google ha avuto più coraggio del Presidente?
F.L.) Questa questione pone il problema della governance globale, non solo delle alleanze. E’ ormai ovvio che la Cina con il suo tasso di crescita stellare e il suo peso demografico è l’unica vera potenza crescente nel mondo. Quali saranno le conseguenze per la Cina? E quale ruolo assumerà nella governance globale in economia, ambiente, terrorismo? E a quale prezzo? Per ora non abbiamo una risposta chiara, neanche da parte dei cinesi. Copenhagen è stato un appuntamento emblematico: abbiamo capito che l’Europa conta poco, che la Cina quando fa sul serio riesce a dar fastidio a tutti e che gli Stati Uniti non dominano più il mondo. Il punto è come far convivere queste superpotenze. Le Nazioni Unite non sono abbastanza efficienti. Il G2 non può bastare, forse il G20 potrebbe essere la soluzione.
LSDP) L’Europa conta pochissimo. Effettivamente non sembrerebbe più essere una priorità per gli USA, vero?
F.L.) Sì e no. Gli USA sono meno presenti nei paesi dell’Est e questa nuova amministrazione considera che non ci sono più problemi in Europa. Abbiamo un’organizzazione istituzionale e giuridica comune unica, siamo la prima potenza economica mondiale, siamo in pace. Siamo diventati una sorta di grande Svizzera. In teoria dovremmo essere capaci di avere una difesa europea e di gestire le sfide globali. Gli Stati Uniti, poi, hanno scoperto altri fronti e altre sfide come dicevamo in precedenza e quindi hanno ridotto energie, soldati e soldi in un territorio che non corre molti rischi. Dovremmo essere noi in grado di dare una mano agli Stati Uniti, ormai ce la dovremmo fare da soli.
LSDP) Ma l’Europa è in grado di farcela da sola?
F.L.) Secondo me non abbastanza. Per fortuna, non siamo in guerra con nessuno. Tuttavia non siamo in grado di proiettare veramente la nostra forza all’esterno, né di imporre una visione di politica estera precisa. Il giorno in cui avremo bisogno di un vero esercito europeo non saremo in grado di metterlo in azione, ma questo è colpa degli Stati membri non degli USA.
LSDP) Gli USA hanno avuto il numero di telefono che Kissinger cercava con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona? Esiste l’Unione Europea per Washington?
F.L.) Si, hanno trovato il numero di telefono. Hanno quello della Ashton, di Van Rompuy e di Barroso. Ma non è tanto una questioni di numeri. Il problema è sapere se l’Europa voglia essere una vera potenza o no. Non credo che i governi attualmente al potere abbiano voglia di continuare a trasferire poteri agli organi sovranazionali. Abbiamo visto la fatica nel ratificare il Trattato di Lisbona, i nostri governanti hanno chiaramente bloccato ogni passo in avanti per i prossimi anni. E’ possibile che presto ci renderemo nuovamente conto che da soli non contiamo nulla di fronte agli USA, la Cina e le altre potenze regionali.
LSDP) Una battuta sulla Turchia, tema comune a UE e USA. Che fine ha fatto l’impegno americano?
F.L.) Obama ha rivoluzionato tutta la politica estera americana rispetto a Bush, tranne la Turchia. Nel suo discorso a Istanbul ha nuovamente chiesto di far entrare la Turchia nell’Unione. Il discorso è complicato dal veto francese, tedesco, austriaco e di altri paesi. Ancora una volta si tratta di un problema di comunicazione importante. Gli Stati membri sono stati piuttosto ipocriti, perché da quarant’anni hanno chiesto riforme continue alla Turchia nell’ottica dell’adesione e poi arrivato il giorno in cui Ankara ha chiesto tempistiche più chiare, gli europei si sono resi conto della difficoltà di integrare un paese cosi grande nel sistema istituzionale ed economico. Esiste certamente un problema culturale, me per la Francia che ha il 10% della popolazione musulmana sarebbe comodo dimostrare che l’UE non è solamente un club cristiano. Le difficoltà vere sono altre: la Turchia nell’UE significa 80 eurodeputati in più in un parlamento che è già pletorico e migliaia di funzionari da inserire nelle istituzioni. La Turchia avrebbe un peso numerico pari alla Germania, superiore a quello della Francia e dell’Italia. Esiste, poi, un problema di budget: la Turchia porta con sé nuove regioni povere da sussidiare con i fondi strutturali. E’ una situazione che gli Stati membri non riescono ad accettare, ma di cui si sono accorti tardi.
LSDP) Ultima domanda, come lavora il GMF? Quali sono le sue attività principali?
F.L.) Abbiamo quattro pilastri principali. Il primo è grantmaking: a partire da proposte precise, aiutiamo altri think tank o gruppi ad organizzare eventi specifici sulle relazioni transatlantiche o a singoli organismi (ONG, think tank) che secondo il nostro board e in funzione di alcuni criteri, hanno bisogno di sostegno per rafforzare la democrazia ed il suo funzionamento. In secondo luogo siamo un think-tank: lavoriamo su immigrazione, cambiamento climatico, economia, commercio internazionale. Produciamo i Transatlantic trends che è una pubblicazione annuale con l’obiettivo di sondare lo stato delle relazioni tra Europa e USA. Quest’anno abbiamo indagato l’effetto Obama, l’effetto della crisi economica internazionale e le questioni ambientali. Il terzo pilastro è dedicato all’organizzazione di grandi conferenze, come l’Halifax Forum sulla sicurezza internazionale dello scorso autunno in collaborazione con il governo canadese, il Brussels Forum, che si svolge da cinque anni, dopo il Consiglio dei ministri europei di primavera o ancora la conferenza abbinata ai summit della NATO. Infine, il quarto pilastro è di networking: per esempio con il programma del Marshall Memorial Fellowship selezioniamo giovani leader in 22 paesi europei per mandarli negli Stati Uniti per tre settimane e viceversa dagli USA all’Europa, per far conoscere meglio le due sponde dell’Atlantico a color che probabilmente avranno responsabilità importanti negli anni a venire. (Intervista realizzata da Andrea Garnero)
Francois Lafond è il direttore dell’ufficio di Parigi del German Marshall Fund of the United States, una fondazione americana creata nel 1972 dal cancelliere tedesco Willy Brandt in occasione del 25° anniversario del discorso del segretario di stato Marshall per la ricostruzione dell’Europa con l’obiettivo di rinforzare le relazioni transatlantiche. Ha lavorato in molti think-tank europei, Glocus in Italia, Policy Network a Londra, Notre Europe a Parigi. Ha insegnato al Centre of European Studies a Sciences-po ed alla Kore di Enna.










One Response to “Obama e l’Europa che non c’e': ne parliamo con Francois Lafond”
La constatazione che un mondo diretto da Usa ed Europa stava finendo è divenuta percettibile in primo luogo all’OMC, dove l’emergenza del G-20 ha dimostrato che Washington e Bruxelles non decidono più da sole neanche in campo economico.
In Europa si è tardato troppo a rendersi conto che non siamo più il centro del mondo: il problema non è tanto un supposto declino dell’Europa, quanto un’ascesa di altre realtà che hanno modificato gli equilibri mondiali. Non credo al G-2, l’Europa conta ancora parecchio, ma in contesto più variegato, nel quale Cina, India, Brasile, business community e società civile internazionale contribuiscono a definire equilibri complessi assieme ad Usa ed Europa.
L’Europa deve smetterla di flagellarsi e piangere sul latte versato, e portare avanti seriamente il processo d’integrazione, lasciandosi dietro di sè il provincialismo impernate nella maggioranza dei governi europei. Il mondo rispetta l’Europa per i suoi successsi, ma non l’aspetta. Nessuna singola nazione europea pesa più a livello mondiale.
Stefano Gatto, diplomatico europeo