Il titolo lo prendo da qui. Alcune questioni da discutere rispetto la vicenda Google.
GOOGLE OFFRE SERVIZI, NON PRODUCE CONTENUTI
Google non è un produttore di contenuti, la redazione di qualunque quotidiano sì, per definizione. Ciò significa: non è possibile chiedere a Google una linea editoriale che stabilisca cosa Google pubblichi attraverso il suo motore di ricerca. Google rappresenta una piattaforma sulla quale far viaggiare informazioni e contenuti. Questo modello di business, per quanto possa far storcere il naso a chi è cresciuto in paradigmi diversi, non solo risulta vincente economicamente – per il momento è così, poi possiamo discuterne – ma rappresenta la base sulla quale la rete sta formandosi. In altri termini: offrire servizi non equivale a esprimere giudizi sui servizi. È lecito chiedere a Google di rimuove video o contenuti qualora questi violino la legge italiana, ma non è pensabile che Google stabilisca un filtro attivo iniziale (un filtro passivo già esiste, e sono le condizioni d’uso poste per la pubblicazione di materiale su piattaforme Google). Continuare a credere Google una sorta di televisione è un’immensa sciocchezza. Allo stesso modo, riportare, per legge, l’attività di Google a quella di qualunque editore significa una totale ignoranza da parte del legislatore del fenomeno della rete e delle sue implicazioni.
GOOGLE È RESPONSABILE DELLE MIE AZIONI?
De Biase, nel suo post, spiega bene i rischi di una sentenza argomentata sulla privacy, mostrando come il problema sia – ancora una volta – quello dell’incomprensione di cosa sia una piattaforma e dei suoi utenti. Ma perché mai una piattaforma qualunque dovrebbe essere responsabile del mio comportamento? Certo, io potrò ben utilizzare Facebook per qualche azione di stalking, ma qualora venissi denunciato ne dovrei rispondere direttamente io davanti alla legge. Se così non è, perché non denunciare un costruttore d’automobili per i reati compiuti guidando un’auto? Perché il costruttore d’automobili non si è assicurato che io non usassi il suo mezzo per compiere qualche reato? Una rapina, un divieto di sosta, un rosso bruciato in velocità. Lo scenario dipinto da De Biase, così, rischia di essere ancora più torvo: non solo dovrò chiedere liberatorie ai miei amici qualora li volessi citare su FriendFeed, ma ogni gestore di servizi dovrà tutelarsi dai miei comportamenti in rete.
TUTTI CI METTIAMO LA FACCIA
La rete non è il regno dell’anonimato dove tutto è permesso. Chiunque pubblichi materiale che viola leggi dello stato italiano risulta immediatamente tracciabile. Il mio ragionamento non si basa sul concetto di reputazione, pure così importante in rete. Chi pubblica materiale frutto di stupidità in rete si presta, immediatamente, al giudizio della collettività. Il ragionamento che vuole gli stupidi in questione vittoriosi perché in tanti è una sciocchezza. Questa affermazione può risultare vera solo se data per valida la celebre battuta “mangiate merda, miliardi di mosche non possono sbagliarsi”. Ma c’è un passaggio ulteriore, ed è questo il punto: se il materiale pubblicato comporta un reato, il responsabile della pubblicazione sarà perseguito a norma di legge. Tracciato, reperibile, identificato. D’altro canto, la risposta alla stupidità non è certo la censura. Al contrario: si risponde all’ottusità solo con uno sforzo di intelligenza, offrendo cioè spunti critici e contenuti ulteriori. La rete rispecchia esattamente la realtà. Nessuno è così stupido da non accorgersi di alcune peculiarità (facilità di accesso e possibilità di pubblicazione) ma è bene ricordare che la rete è composta da quelle stesse persone che poi incontreremo al bar. Ognuno è responsabile dei propri comportamenti, e nel caso perseguibile.










5 Responses to “Serious threat to the web in Italy”
Parole sante.
Però sono stufo che si debbano ripetete sempre le stesse cose. Al solito il problema è uguale nel mondo reale: è così difficile capire la differenza tra strumento e utilizzo (criminale, fraudolento) dello strumento???
Concordo appieno. Certi comportamenti censori mi fanno propri rabbrividire.
Sullo stesso tema:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7024&ID_sezione=&sezione=
[...] [Approfondimenti: Google Official Blog, The New York Times, BBC, Luca De Biase, Tiscali Notizie, LSDP] [...]
D’accordo quasi su tutto ma attento che il mito del “buon selvaggio” è morto con Rosseau. Io prendo il treno tutti i giorni e se quel cluster di persone è indicativo, senza un controllo adeguato sai che video finiresti per trovare su Google
Quindi è vero che condannare Google è una scemenza inenarrabile ma una riflessione sul problema degli user generated content va affrontato ( anche perchè Facebook vale in borsa solo per i dati delle persone che accumula, che si prenda un po’ di responsabilità non è affatto male, visto che tutte le altre aziende lo devono fare).
Ciao