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16 feb
Tutta colpa di Bertolaso?
di Moris Gasparri       sezione: Italian politics
bertolaso

Esiste la verità storica ed esiste la verità processuale. Dobbiamo a Francesco Cossiga alcune delle illuminazioni migliori nel commento della politica italiana, ad esempio questa sua recente rammemorazione dell’adagio del grande giurista sardo Salvatore Satta. La verità processuale non appartiene all’analista politico. Quella storica sì, ed è di questa che ci occuperemo in questo articolo di commento alle risposte date da Bertolaso alle fatidiche dieci domande di Eugenio Scalfari.

Intanto, diamo atto a Repubblica di essere tornata ad occuparsi seriamente di giornalismo e della vita pubblica italiana, dopo la triste tragicommedia estiva al seguito delle gesta di Noemi e Patrizia D’Addario. Poi veniamo a Bertolaso. Sarò netto. Nelle risposte del capo della Protezione Civile c’è più pensiero politico e verità storica sull’Italia di oggi e di domani che in tutte le analisi ed in tutta la saggistica in circolazione da molti anni a questa parte. Una capacità di pensiero che, fatto importante, proviene da un attore delle vicende italiane di questi anni, non da un osservatore o da un “pens-attore” à la Tremonti. Una riflessione che va ascoltata e meditata, per evitare la tentazione di fare di Bertolaso il capro espiatorio di quanto sta avvenendo in questi giorni, evitando in questo modo di guardare in faccia ai problemi del nostro sistema istituzionale. Due sono i punti angolari del ragionamento di Bertolaso. In primo luogo il fattore-tempo, rivendicato come vera fonte di legittimazione politica della Super-Protezione Civile da lui costruita in questi anni:

“Mi sono accorto del contrario e resto convinto delle ragioni che hanno portato il Governo Berlusconi prima, il Governo Prodi poi, ed infine l’attuale Governo Berlusconi a confermare al Dipartimento la gestione dei Grandi Eventi. La ragione: quella della Protezione civile è l’unica normativa che considera, in linea con le normative comunitarie relativamente alla accelerazione delle procedure, la variabile “tempo” come reale e cogente”. “Quando ci sono scadenze, quando bisogna concludere qualcosa entro una data non procrastinabile, anche in relazione ad esigenze di sicurezza e di tutela degli interessi primari della collettività, l’unico strumento che funziona è la normativa citata. Ripeto: normativa, non anarchia o autorizzazione ad esercitare la pirateria a nome dello Stato, normativa per di più comprensiva di controlli e autorità di vigilanza, mai abrogate”.

Quello del tempo non è un argomento capzioso o marginale. Nessuno degli attori politici italiani ha mai formulato in questi anni un ragionamento politico in chiave temporale. Il racconto televisivo della politica, ad eccezione di Blob, è ormai letteralmente “fuori dal tempo”, con gli stessi protagonisti imbalsamati che i servizi dei TG continuano a riproporci senza soluzione di continuità nei loro “panini”, o con i duelli da talk show ridotti a eterna ripetizione del medesimo. C’è solo il tempo elettorale, con le sue scadenze ed i suoi riti anch’essi sempre uguali. Il tempo della progettazione (che invece informava di sè se non la prassi almeno la retorica dei grandi leader politici della Prima Repubblica, come ricordato da Carlo Galli nell’intervista da noi curata su Limes 2/2009) non c’è, scomparso. Tuttalpiù ce l’ha qualche decisore tipo Scaroni, vista la lunghezza temporale dei contratti del gas. Bertolaso sembra dirci “al tempo non ci ha pensato più nessuno, l’ho fatto io”. Ma il dito va puntato sulle responsabilità e sull’incapacità strategica dei “senza tempo”, più che contro il suo decisionismo.

L’altro nucleo del pensiero bertolasiano è invece di carattere “costituzionale”. Lo sguardo di Bertolaso vede e vive le trasformazioni della forma-Stato come nessun altro attore della Seconda Repubblica. C’è una sorta di empatia nelle parole del capo della Protezione Civile per la macchina statale che non funziona, unita ad una capacità di interrogare i processi storici in corso:

“A mio avviso c’era e c’è da domandarsi come mai continuano ad aumentare le richieste di dichiarare situazioni di ogni tipo particolari e diverse dalle altre, che siano grandi eventi, emergenze, o altre fattispecie. A me pare che ciò costituisca un segnale, inquietante, dell’aumento della difficoltà delle Amministrazioni a gestire in ordinario il territorio affrontando situazioni complesse. Nessuno, né in Parlamento né fuori, ha finora dato cenno di condividere la necessità di una revisione e di un ammodernamento della normativa, per poter consentire alle Amministrazioni di affrontare efficacemente in via ordinaria le problematiche del governo del loro territorio”.

Di fronte a questa analisi lucida e spietata non basta come risposta critica l’esultanza per lo stralcio della norma sulla Protezione Civile Spa. Ne, tantomeno, aggrapparsi ai non detti delle intercettazioni ed alle malizie pruriginose sulle avventure sessuali di “B2″. I poteri acquistati da Bertolaso in questi anni sono stati certo eccessivi rispetto al corretto funzionamento di un ordinamento democratico ed al suo sistema di checks and balances. Però le critiche del progetto di Super-Protezione Civile mancano il segno se fondate sul richiamo ad un modello di funzionamento dell’Italia astratto ed ideale, magari da opporre alle tentazioni autoritarie dell’accoppiata B&B. Qui le risposte à la Scalfari non servono più. C’è bisogno di un’ottica diversa, che veda allargare il cerchio delle colpe e delle responsabilità. Perchè il disegno della realtà è più complesso, e soprattutto il ritorno alla normalità – il ridimensionamento della Super-Protezione Civile – non è il ritorno ad una condizione felice e senza problemi.

Ad esempio, il Parlamento non è stato esautorato dalle sue funzioni solo per la malvagità di Bertolaso e della sua “macchina diabolica”. L’Italia bloccata in cui le grandi opere infrastrutturali non si fanno mai o si fanno letteralmente fuori tempo massimo (o vengono rimosse, vedi alla voce “autostrade del mare”) è una realtà. Di chi è la colpa? A chi va imputata questa responsabilità? Davvero basta prendersela con Bertolaso per risolvere tutto? Abbiamo sostituito il tanto vituperato centralismo romano della Prima Repubblica con lo spezzettamento federalistico fatto di nuovi venti centralismi egoistici, di classi dirigenti locali smaniose di protagonismo, in una via italiana al federalismo su cui pochi hanno riflettuto, preferendo le favolette sul federalismo fiscale salvatore dell’avvenire. C’è un’Italia delle autonomie locali che non sembra più depositaria del civismo rigeneratore di cui parlava Marc Lazar nella nostra conversazione, bensì reagisce con ostilità ad ogni logica di progettazione nazionale. Di chi è la colpa anche qui?

Ancora, è vero, può sembrare innaturale che il capo della Protezione Civile possa essere chiamato in veste di commissario straordinario alla guida dei lavori per Expo 2015 (un fatto che con ogni probabilità sarebbe accaduto senza lo scandalo di questi giorni). Ma lo sguardo deve cadere anche su cosa c’è prima. Una città, Milano, che abbellisce il progetto con la retorica delle migliori occasioni, che si pretende autonoma nei suoi disegni strategici dallo Stato centrale e poi dopo due anni si ritrova ferma al palo. E’ solo colpa di Bertolaso?

Proseguiamo con gli esempi. Chi oggi piange sul Parlamento esautorato e deprivato dall’esterno della sua funzione sovrana farebbe bene ad interrogarsi su un fatto di cui pochi hanno parlato, emblematico dell’afasia istituzionale italiana, e che oltretutto ha a che fare proprio con la questione “eventi sportivi”, altra dimensione passata in questi anni sotto le prerogative della Protezione Civile. Da mesi due parlamentari, Lolli (PD) e Butti (PDL), hanno presentato un disegno di legge per il riammodernamento degli stadi italiani esistenti e per la costruzione di nuove strutture. Una legge sacrosanta, che finalmente riconosce nel calcio un elemento importante del nostro sistema produttivo, e che prova ad agire di conseguenza. La legge aveva una sua destinazione temporale, la scadenza della presentazione della domanda per l’assegnazione degli Europei del 2016 (che cadeva ieri), al quale l’Italia si è candidata pur avendo un’oggettiva carenza nei propri impianti sportivi rispetto alle altre contendenti. Se ne è parlato per mesi, tutti apparentemente d’accordo e giù elogi per il carattere bipartisan della proposta legislativa. Poi uno legge le cronache su Google News e trova un Lolli amareggiato perché il provvedimento è rimasto impantanato alla Camera, nemmeno calendarizzato nei lavori parlamentari. Di nuovo, di chi è la colpa? Di chi sono le responsabilità?

Riprendiamo il filo del nostro ragionamento. Il titolo provocatorio di questa riflessione conduce ad un punto. Certo, i timori sul troppo potere della Protezione Civile sono fondati, tanto che la loro provenienza è bipartisan. Chi ha a cuore lo stato della nostra democrazia però deve passare attraverso i ragionamenti di Bertolaso sull’afasia italiana, attraverso la loro consistenza reale e fattuale, attraverso l’esigenza di riforma che essi manifestano, e mostrare un’alternativa credibile, una exit strategy dall’impasse di cui sopra. E mostrare quest’alternativa è compito della politica, solo della politica, nient’altro che della politica. Altrimenti lamentarsi non ha senso. Altrimenti, davvero, meglio la “dittatura emergenziale” di Bertolaso all’incapacità ed all’irresponsabilità di chi da quindici anni parla a vanvera di riforme condivise e di legislature costituenti.

Poscritto – Per finire, un’altra breve considerazione, che ci proietta verso il futuro e verso il progetto su cui stiamo lavorando da mesi, vale a dire gli orizzonti di senso dell’Italy after Berlusconi. Le risposte di Bertolaso contengono infatti un’indicazione in questa direzione. Il passaggio finale della sua risposta a Scalfari contiene un affondo verso il centrosinistra che non mancherà di suscitare polemiche. Quello di Bertolaso è un monito pesante. L’Italia after B sarà un incubo per il centrosinistra italiano, perché la funzione aggregante del Nemico lascerà il posto al caos ed alla arcinota conflittualità interna. Ora, anche qui le risposte critiche del centrosinistra verteranno su altro, c’è da giurarci. Ed eviteranno di guardare in faccia alla realtà. Non è infatti questa la forma in cui i leader del PD stanno pensando la cosiddetta “alternativa”? La logica è ancora quella del mettere insieme tutti ,da Casini a Di Pietro, dietro al minimo comun denominatore dell’avversione per B e la Lega (che ormai stanno diventando un corpo unico) e non ad una lettura più o meno comune dell’Italia di domani (basti pensare alla distanza di posizioni su nucleare e privatizzazione dell’acqua tra l’UDC e il PD). E’ una strategia per il momento priva di futuro, e che sembra confermare la tesi bertolasiana che gli orfani principali di B saranno proprio i suoi avversari. Togli il nemico, togli l’identità del suo avversario. Elementare Watson. Anche se magari chissà, l’avversario sarà proprio lui, “B2″.

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17 Responses to “Tutta colpa di Bertolaso?”

Un articolo impeccabile. Complimenti.

francescodalfiume
febbraio 16th, 2010

Grazie Francesco!

Moris Gasparri
febbraio 16th, 2010

Metto insieme due parti della tua analisi: “C’è bisogno di un’ottica diversa, che veda allargare il cerchio delle colpe e delle responsabilità. Perchè il disegno della realtà è più complesso, e soprattutto il ritorno alla normalità – il ridimensionamento della Super-Protezione Civile – non è il ritorno ad una condizione felice e senza problemi” e “Altrimenti lamentarsi non ha senso. Altrimenti, davvero, meglio la “dittatura emergenziale” di Bertolaso all’incapacità ed all’irresponsabilità di chi da quindici anni parla a vanvera di riforme condivise e di legislature costituenti”.
Allora, è verissimo che lamentarsi non ha senso, ma è altrettanto vero che una “dittatura emergenziale” NON è mai “meglio” per una repubblica democratica, perché rappresenta un’alterazione materiale sensibile della forma-stato.
Che cosa ha senso, allora, per la politica italiana? Ha senso dare assoluta priorità a un’analisi approfondita del concetto di sicurezza, dentro la complessità della politica. La politica italiana, e le realtà collaterali intellettuali, si sono concentrate su cose meno importanti mentre l’Italia ci offriva un laboratorio di cose concrete su cui dovevamo investire. Abbiamo letteralmente perso tempo su cose come la “terza via” o le interminabili discussioni bioetiche o i teodem o i teocon, mentre l’Italia era un laboratorio per il concetto di sicurezza, che non è stato preso abbastanza sul serio. E’ una responsabilità soprattutto del Partito Democratico – e non del complesso giornalistico-mediatico – che non avvenga un investimento serio su questo punto, perché si continua a parlare di cose che, sul piano politico e sul piano teorico, sono meno importanti. Ho cercato di ripeterlo alle persone più impegnate in politica che conosco, perché non è un mio interesse o una mia richiesta, è semplicemente una necessità della realtà di cui bisogna prendersi carico, di cui i partiti debbono prendersi carico. Ci gasiamo o sgasiamo con un leader o con un altro, ci indigniamo più o meno per il Parlamento “ostaggio”, e allora? Nel secondo punto del mio “The political consequences of Mr Bertolaso” ho posto tutte queste questioni. Purtroppo, anche per la poca visibilità di LSDP, sono rimaste inevase: http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/09/the-political-consequences-of-mr-bertolaso/
Vi segnalo anche il link che mi aveva mandato David Singh Grewal dopo aver letto il mio articolo di quell’epoca: http://www.tobinproject.org/welcome/conference_security/working.html

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
febbraio 16th, 2010

Molto interessante Moris.
Dici che il paese ha un problema di funzionamento delle istituzioni: ma perchè questo è avvenuto? Di chi è la responsabilità? E come porre rimedio?
E ancora: è possibile rispondere a questo problema disegnando un pezzo di amministrazione emergenziale che non risponde alle regole di controllo usuali?
Alla fine tutto si riconduce alla domanda: quali sono le strategie, ovvero qual’è l’idea-paese delle coalizioni che si propongono di governare il paese, le regioni, le province, le città?
Vivo in una città, in una provincia, in una regione, governate dalla stessa maggioranza nazionale e l’impressione fortissima è che la strategia semplicemente non ci sia e chi ha responsabilità di governo a tutti i livelli pensi esclusivamente al bene proprio più che al bene comune. E allora è il caso di lasciare in mano di costoro una macchina che necessita di ancora meno controlli come la Protezione Civile che lavora ai grandi eventi (non parlo della spa che per fortuna è fallita)?
Da 20 anni si parla di legislature costituenti? Sì, ma ho visto la maggioranza attuale boicottare sistematicamente tutti i tentativi di ammodernamento istituzionale (tentativo Maccanico, Bicamerale, referendum x eliminazione della parte proporzionale del mattarellum, bozza Violante) e proporre solo una delirante riforma della costituzione approvata a maggioranza (anche il titolo V è stato votato a maggioranza ma su un testo CONDIVISO in bicamerale). E allora penso che vada dato anche qualche voto alle parti politiche e ai loro tentativi di riforma del paese nella seconda repubblica.

febbraio 16th, 2010

Capisco il tuo punto di vista Paolo, e il tuo ragionamento, ma poniamo che io dica “l’attuale maggioranza svacca sul concetto di sicurezza e sulla responsabilità”. Questa è semplicemente una parte del ragionamento sull’Italia. Il passo successivo è definire “responsabilità” e “sicurezza” in un altro modo, in teoria e in pratica.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
febbraio 16th, 2010

dissento dall’articolista e cerco di motivarlo sul mio blog (http://inadeepsleep.blogspot.com/2010/02/lo-spazio-della-repubblica.html) e trovo delle ragioni in quanto scrive aresu.

a sinigagl che si chiede della governance del sistema paese, consiglio vivamente di leggere il saggio appena uscito da Donzelli, Economie in cerca di città. La questione urbana in Italia di Calafati.

ciao

febbraio 16th, 2010

@Alessandro: vuoi dire che l’opposizione non ha una strategia per la riforma di questo paese? Questo è vero solo in parte. Prodi una strategia l’aveva ed anche solida ma non aveva una maggioranza. Bersani ce l’ha? Forse sì ma in questo momento non è in grado di comunicarla e portarla avanti con efficacia e fermezza.
E allora che facciamo? Siccome l’opposizione è debole ci affidiamo alla maggioranza SOLO perchè è forte? Io non me la sento.

febbraio 16th, 2010

@Paolo: il fatto che Prodi non avesse una maggioranza per realizzare la sua strategia rendeva la sua strategia di governo irrilevante, in quanto governo che necessita di una maggioranza. Come scrivevo sopra, nel difficile confine tra la realtà e l’ambizione a cambiarla, per me rimane irrinunciabile il fatto che una “dittatura emergenziale” (con tutte le difficoltà portate avanti da questo concetto) non sia perseguibile in una repubblica democratica. Perciò, perlomeno a mio avviso, è quella linea di demarcazione di cui parlavo qui: http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/06/senza-sinistra/
Volevo dire però che in termini del significato della sicurezza in Italia oggi e nell’agone politico, questione che non si risolve con un paio di slogan ma con una strategia approfondita, direi “gramsciana”, non c’è abbastanza consapevolezza, e bisogna che il PD si mette a lavorare sul serio su questo, da qui al 2013.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
febbraio 16th, 2010

@maynardo: grazie per il tuo contributo, sono il primo che ritiene che il contributo degli urbanisti, come quello dei giuristi, sia più che fondamentale nella partita strategica della sicurezza. Un’altra questione importante che sollevi sul tuo blog riguarda la definizione di “civil servant”. E’ un tema importantissimo. Al di là dei reiterati appelli a “una nuova classe dirigente”, chi è – oggi – il civil servant? Nell’articolo sulle conseguenze politiche di Bertolaso, ricordavo la polemica americana sugli “zar” (sollevata anche in un articolo su Cass Sunstein, e che si lega a quel rapporto tra tecnica e politica su cui lavoriamo molto, nello Spazio della Politica). In Italia, chiedersi chi sia il “civil servant” porta a una domanda sul “boiardo di stato”, che è importante, a mio avviso, per una consapevolezza della nostra democrazia. Difatti, lo chiamavo “boiardo di stato 2.0″ qui (http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/11/cronache-del-dopo-berlusconi-lo-spazio-della-politica-e-il-futuro-dellitalia/#more-3381) e anche Stefano Torelli ha sottolineato quest’aspetto nel suo articolo recente (http://www.lospaziodellapolitica.com/2010/02/un-ministero-per-bertolaso-istruzioni-per-luso/#more-5009).
Vorrei sottolineare, al di là dei giudizi di valore, che anche qui l’Italia si trova a un possibile “finale di partita” generazionale e, forse culturale: per capire dove va un Paese, è importante analizzare i suoi “boiardi”, senza eccessi personalistici che ogni tanto possono scappare.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
febbraio 16th, 2010

grazie per la risposta, alessandro. aggiungo che calafati è un economista urbano, il quale nel suo saggio spiega, seguendo un approccio istituzionalista, che il difetto del nostro sistema di governance sta nel mancato riconoscimento della rivoluzione urbana che è esplosa negli ultimi decenni. quella per cui i sistemi locali sono divenuti di fatto città in nuce senza che sia seguito un adeguamento istituzionale che li trasformi in entità politico-strategiche in grado di intercettare efficacemente le dinamiche di sviluppo e di rispondere adeguatamente alla domanda di politiche pubbliche che il governo nazionale lascia inevasa. tornando a noi, cosa fa la dittatura d’emergenza? si sostituisce ad un nugolo di amministrazioni locali rissose, che alternativamente oppongono il veto ad ogni possibilità di accordo/decisione perché rispondono a maggioranze diverse o si trovano all’interno del ciclo politico in fasi differenti. apprezzo il tuo richiamo al tema della sicurezza come imprescindibile per il posizionamento degli attori/forze politiche del futuro ma più per il suo riflesso nazionale, geopolitico direi. credo invece che sulla sicurezza di una città valga di più un buon regolamento urbanistico e una buona politica d’integrazione. infine, sono d’accordo sull’importanza capitale dell’analisi del posizionamento dei boiardi di stato e di come, per la nostra democrazia, sia utile ragionare sul fatto che essi possano anche avere visioni differenti da quelle dei politici. d’altra parte, come ironicamente citavo nel mio post, la mancanza di un efficiente sistema di selezione della dirigenza pubblica (la sspa Vs ena francese) è uno degli indicatori più evidenti dell’arrancare italiano. ciao

febbraio 16th, 2010

@Maynardo: posso anche essere d’accordo che “i sistemi locali non abbiano la forza per diventare entità politico-strategiche”, ma dalla mia esperienza degli enti locali (dal paese di 6.000 abitanti alla città di 80mila, dalla provincia di 500.000 alla regione di 9 milioni) non trovo che i poteri siano così poco incisivi, specialmente dopo la riforma Bassanini.
Trovo anzi che dei gruppi di potere si siano impadroniti negli ultimi 20 anni di questi enti e li usino sfacciatamente per fare i propri porci comodi (quasi sempre legati all’edilizia). E allora mi viene da pensare di dare addirittura meno potere agli organi esecutivi e tornare a darne ai Consigli, dove le minoranze possono controllare. Non so se mi sono spiegato…

febbraio 16th, 2010

trovo interessante la posizione dell’articolista ma dissento totalmente dalle conclusioni con l’eccezione del poscritto, che condivido.
@Maynardo: sono d’accordo che il problema principale dell’Italia è legato all’assenza di civil servant degnamente preparati, il sistema attuale dei concorsi pubblici ti permette magari di assumere il più preparato dal punto di vista universitario (sempre che il concorso sia “pulito”) ma altra cosa è trovare funzionari e dirigenti adatti al mondo reale.
In riferimento al ragionamento di Bertolaso sulla necessità della normativa d’urgenza:
>Quando ci sono scadenze, quando bisogna concludere qualcosa entro una data non procrastinabile, anche in relazione ad esigenze di sicurezza e di tutela degli interessi primari della collettività, l’unico strumento che funziona è la normativa citata<
mi permetto di dissentire e citarvi, ad esempio, le Olimpiadi invernali a Torino.
Io c'ero, come funzionario della Regione, e vi assicuro che basta coagulare intorno ad un progetto tutti i livelli di Governo e di Amministrazione (volutamente maiuscoli). La Protezione Civile sostituisce questa volontà partecipativa e partecipata con una dittatura monocratica.
Un ultimo appunto sul motivo che porta le amministrazioni (minuscole) a chiedere l’aiuto della Protezione Civile: il mio sospetto e che sia unicamente la possibilità di procedere ad affidamento diretto, in violazione della normativa comunitaria, potendo quindi scegliere a chi affidare lavori ed organizzazione.

Massimo Lanfranco
febbraio 17th, 2010

Scusate se intervengo solo ora, comunque grazie a tutti perchè questa è la discussione più lunga di sempre mai nata sul nostro sito, e questo è un fatto positivo.

@Massimo, io ho concluso provocatoriamente, però la penso come te, il troppo potere decisionale della Protezione Civile non è un fatto positivo. Però bisogna capire perchè si è arrivati a questo punto. Tu citi il caso Torino, ma li c’è la capacità di un Chiamparino dietro, quindi la politica che sa fare il suo mestiere. Ecco, prova a trasferire questo esempio su scala nazionale e il risultato è che l’episodio di Torino rimane un caso isolato. E’ proprio qui il punto. Secondo me le risposte di Bertolaso dovrebbero fungere da shock per i leader politici ed i dirigenti di rilievo, dire “ma noi in tutto questo tempo dove siamo stati?”, spingerli a comprendere meglio certi fenomeni. Ecco perchè ho scritto che dalle parole di Bertolaso esce il senso di una riforma possibile del nostro sistema decisionale. La discussione deve svilupparsi su questo, non solo e soltanto su Bertolaso deve dare le dimissioni o no.

@Maynardo, grazie della segnalazione del libro di Calafati, che magari proveremo a intervistare perchè questo tema è decisamente interessante e strategico.

Moris Gasparri
febbraio 17th, 2010

Boris, due puntualizzazioni.
1. Non sono contrario a troppo potere alla PC: innanzi tutto deve essere a tutta la PC e non solo al Dipartimento. Bisogna quindi rivedere le possibilità che hanno i Governatori di emanare disposizioni amministrative analoghe alle Ordinanze. E qui già c’è da ridere.
2. Le ordinanze devono riguardare attività di DISASTRO o di CRISI e non di emergenza, perché è troppo facile qualificare come emergenza eventi in stile spazzatura a Napoli o a Palermo (di cui pochi parlano), e ancor meno di grande evento, la cui gestione dovrebbe andare al Ministero delle Infrastrutture o a quello dell’Interno.
In ultimo ritengo che quando tu speri in uno “shock emotivo”, causato dalle parole di Bertolaso, sia troppo ottimista: per me rappresenta proprio il sogno della maggior parte sia dei dirigenti (nessun laccio o lacciolo nel proprio lavoro) sia dei politici (perfetta comunanza di interessi/orizzonti del leader). E qui sta il nocciolo del tradimento di Bertolaso alla Repubblica che dice di voler servire fino alla morte, nella sua posizione avrebbe ben potuto cambiare in meglio organizzazioni e persone, ed invece …

Massimo Lanfranco
febbraio 17th, 2010

Pienamente d’accordo con Massimo Lanfranco. Moris la tua posizione è interessante in astratto, ma quello che ho continuato a scrivere in questi commenti è: siamo concreti. Nella pratica le persone a capo delle amministrazioni di centrodestra che personalmente conosco hanno in testa solo di arricchirsi. E allora sai che gliene frega del tuo “shock emotivo”???

febbraio 18th, 2010

Paolo, lo shock semmai non riguarda le classi dirigenti locali, che non hanno la forza di imporre un cambiamento di sistema e di riforma degli assetti istituzionali del nostro Stato, bensì i leader ed i dirigenti nazionali. Lo so che è una soluzione ineffettuale, ma di più un’analisi non può fare.

Quanto al resto, il vero problema è che i partiti sono pressochè scomparsi, e gli eletti che vanno a ricoprire cariche decisionali hanno molto più spazo di manovra affaristica personale rispetto al passato, e il fatto di agire altrimenti è una discrezionalità personale e non il vincolo di un’etica collettiva che in passato esisteva. Attenzione però che è un problema del sistema, perchè l’esempio che fai delle realtà che conosci ben si attaglia a tante altre realtà locali magari

Moris Gasparri
febbraio 18th, 2010

Quello che dico è che lo “spazio di manovra affaristica personale” è una componente costitutiva, strategica, promossa a sistema da alcune classi dirigenti.
Nella mia provincia è insito negli amministratori di centrodestra, negli altri territori non so.
Quello che so è che gli amministratori della mia città si comportano ESATTAMENTE come quelli nazionali. E allora non vedo spazio di “shock emotivo” nemmeno nei dirigenti nazionali. Non so se mi sono spiegato…

febbraio 18th, 2010