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05 mar
Il PDL è morto. Nasce la Lega della Libertà?
di Moris Gasparri       sezione: Italian politics
Bossi

Manca meno di un mese all’appuntamento elettorale di fine marzo. Difficile in questi giorni ragionare sugli scenari futuri della politica italiana senza essere catturati dall’incertezza delle cronache. Per mesi si è parlato delle beghe del PD, in un’alluvione di commenti, analisi, autoflagellazioni, autopsie ad uso interno, con il PDL gongolante per lo sfacelo del campo avversario. Ora il quadro ha cambiato soggetto, il PDL al posto del PD, ma il tema di fondo è rimasto lo stesso. Così, mentre assistiamo al capolavoro di dilettantismo e pressappochismo nella presentazione delle liste, leggiamo di un correntismo endemico all’interno del nuovo partito, di una balcanizzazione crescente e sempre più incontrollata, con il PD che di riflesso torna nuovamente a sperare nel futuro.Il tema della debolezza strategica fin qui dimostrata dai due principali partiti del nostro sistema politico (o sarebbe meglio dire aspiranti tali) è profondo e reale, e rischia di gettare una pericolosa ombra sul futuro dell’Italia, sulla possibilità che nuove visioni politiche possano competere tra di loro affrontando da diverse prospettive il tema della “sopravvivenza” italica nel mondo globale. Ma qui davvero entriamo nel regno dell’incertezza. Tornando sui sentieri del certo e del conoscibile, nessuno invece si sta interrogando su quali attori della nostra scena pubblica escono rafforzati dal marasma di questi giorni, in maniera più o meno diretta. Proviamo a farlo noi, riprendendo il nostro filone di ricerca sugli scenari dell’Italia dopo Berlusconi. Tre nomi su tutti: la Lega (tema di cui mi occuperò oggi), Marco Travaglio (argomento che affronterà nei prossimi giorni Alessandro Aresu) e Luca Cordero di Montezemolo (sempre il sottoscritto, prossimamente).

Partiamo da una verità difficilmente smentibile, se non altro per ragioni numeriche. A dispetto della scarsa considerazione nel panorama saggistico e intellettuale, quella della Lega è l’altra grande success story politica della Seconda Repubblica, in perfetta alternativa a quella berlusconiana. Un successo che sta nell’aver dimostrato ad un Paese incline al complottismo che si può nascere dal nulla e arrivare ai vertici del potere politico senza possedere risorse economiche e mediatiche strabilianti, bensì unicamente una grande capacità di intuizione e di organizzazione politica. Con buona pace di Ernesto Galli della Loggia, che nel suo editoriale tanto discusso ha lamentato l’assenza di nuovi progetti politici nel dopo-Tangentopoli, ignorando completamente l’esperienza del partito di Bossi. Ma su questo meglio lasciare campo agli storici di domani. L’interrogativo che stuzzica la nostra sete di futuro è piuttosto un altro: la Terza Repubblica ne celebrerà la consacrazione o il tramonto? Alcuni segnali sembrerebbero dare un’indicazione positiva a questa domanda, per quattro motivi principali:

1) La Lega è l’unico partito che ha selezionato dei nuovi leader al suo interno, da Zaia a Cota passando per Tosi, mentre l’ossatura di PD e PDL è ancora fatta da personalità formatesi nei partiti della Prima Repubblica. Leader giovani, pragmatici, combattivi, che uniscono in un mix inedito territorialismo e difesa dell’italianità, avanguardia di un’imponente schiera di giovani parlamentari e amministratori locali, aldilà delle ironie e degli strali della Rete contro l’ascesa della “Trota” Renzo Bossi.

2) La sua  capacità di mobilitazione elettorale sembra destinata ad aumentare. La politica della paura nei confronti dell’immigrazione, probabilmente in forme più concilianti se anche Maroni dopo i fatti di via Padova è arrivato a sposare toni responsabili à la Fini, continuerà infatti a pagare i suoi dividendi. Non per magia, ma per una ragione ben semplice. Ovvero, perchè l’atteggiamento evolutivo della mentalità collettiva di fronte a trasformazioni sociali di portata rivoluzionaria – e per l’Italia il passaggio in meno di vent’anni da qualche migliaio a cinque milioni di immigrati presenti sul proprio territorio è classificabile come tale – procede con lentezza, vive di ostilità anche contraddittorie (“Quelli che dicono fuori gli immigrati e intanto cercano la badante per la nonna”, secondo l’ironica invettiva di Alessandro Campi) più che di gioiosa accoglienza e fratellanza, soprattutto nelle persone che dall’immigrazione più vedono modificato il proprio paesaggio quotidiano, vuoi per esperienza diretta nei quartieri più disagiati delle città o per l’esposizione ad un framing mediatico che da anni alimenta la percezione di insicurezza legata ai flussi migratori. Naturalmente questo non vale da giustificazione dei rischi e degli aspetti negativi della chiusura xenofoba, ma da spiegazione della sua forza elettorale. Tra vent’anni molto probabilmente ci sembreranno dibattiti ridicoli e paure superate, ma la logica del Pianeta Elezioni incombe nel qui ed ora, domina l’agenda del presente e, realismo per realismo, premia chi ha una visione non conciliante dell’immigrazione, come dimostra in maniera emblematica proprio il caso olandese.

3) Aldilà dello scontato successo di Zaia in Veneto e del testa a testa di Cota con la Bresso, il dato veramente significativo è che il radicamento elettorale ed organizzativo leghista è destinato a crescere ancora nelle regioni del Centro (in Emilia Romagna questo processo è già ben avviato, come documentato da Marco Alfieri in un recente reportage pubblicato dal Sole 24 Ore) soprattutto perché il terreno fatto di piccoli centri e piccole comunità territoriali è quello in cui la Lega al Nord moltiplica i propri voti, riuscendo ad aggregare interessi della società e categorie del mondo del lavoro apparentemente distanti (la “coscienza di luogo” che prende il posto della coscienza di classe, nel linguaggio di Aldo Bonomi). E, si sa, il Centro Italia, del tutto simile per struttura produttiva ed insediamento sociale ad una regione come il Veneto, è la patria per eccellenza dei municipalismi e delle microcomunità. Non è quindi un caso che l’emiliano Bersani abbia scelto negli ultimi tempi il partito di Bossi come bersaglio polemico privilegiato, tentando di sostituirlo all’antiberlusconismo in un elettorato che fatica a capire le ragioni e l’ampiezza del successo leghista.

4) Infine, la politica degli scandali ormai diventata elemento abituale della nostra discussione pubblica non sembra poter intaccare nel medio periodo la credibilità di un partito che nel mito fondativo della lotta contro la corruzione del sistema politico di fine Prima Repubblica ha ancora un fluido potente, in grado di proteggerlo dalla sua “romanizzazione” e anzi di renderlo attraente per l’ampio bacino elettorale dei delusi dalla politica.

Ora, dove conduce tutta questa energia politica? Che ne sarà della Lega? Qui dobbiamo allargare la visuale della nostra analisi, ed aprirla ai possibili degli scenari futuri. Se il legame simbiotico andato in scena in questi anni tra Bossi e Tremonti ha un senso, è quello di una “fusione” sempre più stretta, ipotizzando naturalmente un ruolo di primo piano nella successione a B da parte dell’attuale Ministro dell’Economia. Nascerà dunque una Lega della Libertà? Unendo alcuni elementi è infatti possibile scorgere i tratto di un disegno nazionale comune, fermo restando che si tratta di scenari e non di profezie. Una “Lega della Libertà” che vede nel Centro-Nord il proprio asset strategico, con il ruolo egemonico delle regioni-fortino finalmente guidate dalla Lega ed un blocco sociale legato attorno alle piccole e medie imprese (“Siamo un partito laburista” ha dichiarato qualche tempo fa Zaia) ed alla “tremontiana” fiducia nelle virtù della famiglia tradizionale (una forza reale dell’Italia contemporanea per il suo ruolo nelle dinamiche del welfare state e dell’economia, confermato anche dagli studi che dimostrano come le imprese che stanno resistendo meglio alla crisi sono oggi quelle a guida familiare e non manageriale). Sullo sfondo l’Aspen Institute, a tutela del globalismo e del rapporto con i grandi interessi nazionali. Unica incognita il legame con CL in una regione-chiave come la Lombardia. E il Sud? Se la vera partita dell’Italia si gioca sul campo dei centralismi regionali rivendicare la necessità di una strategia di sviluppo nazionale per il Meridione diventa al limite marginale. Le regioni del Sud possono e devono mettersi in scia del virtuosismo di quelle del Centro-Nord, altrimenti ciccia. Anche perchè, forzando un po’ il ragionamento, le connessioni strategiche con l’area del Mediterraneo, dal punto di vista logistico e finanziario, stanno al Nord, a Milano piuttosto che a Genova o Monfalcone, per cui il Sud non è poi alla fine della fiera così importante. Ecco che l’alternativa politica a questa idea regolativa della “Lega della Libertà” risiederà forse in un’idea di unità nazionale (le cui forme politiche sono ancora tutte da pensare), con una nuova guida centrale a correzione del federalismo regionalista in stile-Lega. E’ un caso o non è un caso che, ad esempio, Casini e Rutelli abbiano cominciato a reclamare a gran voce questa battaglia?

Certo, quello tracciato in questa analisi è un quadro forse troppo entusiastico sui destini del partito di Bossi. C’è infatti incertezza anche nel futuro della Lega, nonostante il previsto successo elettorale, a partire proprio dal problema della successione al Capo indiscusso ed amato. Nei partiti veri – e la Lega di fatto è oggi l’unica formazione che può rivendicare in tutta la sua pregnanza questo appellativo – la successione è regolata, produce coesione dei dirigenti attorno al nuovo leader e non la frantumazione shakespeariana che probabilmente andrà in scena nel PDL. Anche se rimane la possibilità dell’esplosione di una conflittualità “geopolitica” tra lombardi e veneti, dopo la quasi ventennale pax bossiana. Ad ogni modo, gli opinion-leader di casa nostra farebbero bene a prestare più attenzione alle traiettorie evolutive del leghismo di quanto non si faccia abitualmente. Perchè una cosa è chiara. La Lega sarà un attore rilevante anche nell’Italia dopo Berlusconi.

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18 Responses to “Il PDL è morto. Nasce la Lega della Libertà?”

E’ triste ma è vero (citazione di Elio e le storie tese)…

marzo 5th, 2010

Caro Moris, analisi ineccepibile, benché forse incentrata troppo sulla dimensione ‘nazionale’ della Lega ma per il resto perfettamente d’accordo. Permettimi però di fare una osservazione locale, da veneto. La Lega, sia pure con le vistose eccezioni che hai citato, ha recuperato anche una parte degli ex DC, quadri minori che soprattutto qui nel Veneto erano molto numerosi (vi ricordate la “balena bianca”? … andò in crisi da noi prima del crollo nazionale della DC): la vera organizzazione del partito a micro livello locale o se si preferisce di quei militanti che non assumono cariche, ma magari hanno le chiavi della sezione.
La sensazione sul posto è di trovarsi di fronte a neo-dorotei, più pragmatici perché saldamente ancorati al territorio. Il successo di Zaia è annunciato, anche se – a mio parere – è motivato anche dalla accidiosa personalità in senso dantesco di chi era prima alla presidenza.
Oltre all’atteggiamento più aperto di Bersani, proprio qui nel Veneto, il buon Cacciari aveva già fatto presente proprio che la Lega era la nuova realtà con cui fare i conti e da tempo, sul piano delle autonomie locali, esistono anche note identità di vedute tra Lega e Pd.
Quanto alla visione unitaria della Lega (che è già un ossimoro …) Ti faccio però presente che le radici più antiche dei movimenti federalisti sono a Nord Est (Veneto e Friuli) e tra le due componenti leghiste del Nord, cioè veneta e lombarda, esistono diversità più che sfumature: recentemente si è affermato senza mezzi termini che ciò che va bene a Milano non sempre può andare bene al Veneto. Questa è solo una parte del quadro su cui molto probabilmente si inserirà Zaia …

Giovanni Punzo
marzo 5th, 2010

grazie del commento Giovanni, la mia visione si è concentrata sull’ottica nazionale perchè è quella che più ci interessa e perchè non ho una conoscenza diretta delle dinamiche del territorio veneto (pur conoscendolo bene, dato che io, Alessandro e Matteo abbiamo studiato con Cacciari). Ricordo che una volta proprio lui ci parlò anche del numero altissimo di funzionari del PCI veneto passati con la Lega. Anche se sulle autonomie locali la Lega secondo me non ci crede più, preferisce il centralismo regionalista, perchè porta più potere e visibilità.

Moris Gasparri
marzo 5th, 2010

La Lega ha tracimato oltre il Po dapprima diventando partito di governo e poi ottenendo consenso finanche nel centro (uno dei mep leghisti é stato eletto nel centro italia). Tuttavia nella retorica leghista l’invettiva “anticapitalista” (antiromana) é ancora molto forte. Qualche giorno fa gli aennini della Polverini venivano accusati di essere “dilettanti allo sbaraglio”. Ora non più, visto le sorti di Formigoni, rappresentante dell’unico vero contropotere nel Nord: l’impero di CL.
La Lega sembra aver scelto la non belligeranza. D’altro canto, rinunciando al Pirellone otterrà il Veneto e(forse) il Piemonte.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7060&ID_sezione=&sezione=

Matteo Minchio
Matteo Minchio
marzo 5th, 2010

Bravo Moris,
ti aggiungo 1 motivo principale, così come percepibile dentro la burocrazia del nord-ovest:
1bis) i rappresentanti politici della Lega, ad ogni livello locale, trasmettono un interesse nel “fare politica” che i rappresentanti di PD/PDL sembrano aver perso/non aver mai avuto; mostrano una capacità, sconosciuta ai partiti “maggiori” di concentrarsi su piccole cose che però a livello locale hanno grande interesse.

Insomma, sembrano gli ultimi veri politici, contrapposti a qualcos’altro che io non saprei definire.
Che ne pensi?

Massimo Lanfranco
marzo 5th, 2010

Massimo, hai colto un punto fondamentale. Dentro a questa capacità di relazione e a questa espressione di “energia politica” c’è una costruzione del consenso che avviene fuori dall’arena mediatica, e che ha margini elettorali importanti. Aggiungo che secondo me il fattore chiave resta la questione immigrazione. La Lega sta diventando un punto di riferimento crescente (lo vedo con nettezza qui nel Centro Italia, dove sta cominciando ad organizzarsi in maniera sempre più strutturata) perchè le reazioni dell’italiano medio alla presenza sempre più massiccia di immigrati stanno diventando via via sempre più ostili. Non l’ostilità diretta, aperta, gridata, per cui si passa per razzisti. Ma quella più silenziosa, dei genitori magari anche “progressisti” come educazione che però non vogliono l’asilo o le scuole elementari piene di bambini figli di immigrati. Su questo il centro-sinistra non si è mai posto in maniera aperta interrogativi scomodi (sono troppi? dovremo limitare i flussi, anche mostrando la “faccia dura”?)e continua a non capire il successo della Lega.

Moris Gasparri
marzo 5th, 2010

Concordo anch’io sui leghisti come “ultimi politici” e la Lega come “ultimo partito”. D’altra parte, nella Lega c’è sia il fatto che sia ormai “partito anziano” del Parlamento, sia il fatto – secondo me abbastanza sorprendente – che la conflittualità tra i suoi dirigenti sia sottotraccia (ma credo che debba aumentare, anche se non in uno scenario di tutti contro tutti, come certe regioni per il PD).
Sull’ottima analisi di Moris, anch’io concordo sull’importanza strategica della visione dell’unità nazionale, che secondo me è decisivo per il PD (anche se non è semplice), che ha ancora i numeri per occuparsene più di Casini e di Rutelli. E’ vero anche il discorso sul Mediterraneo, che ho affrontato nell’articolo su La Maddalena, ed è un’immaginario presente anche nelle riflessioni dei politici del Nordest (“Mediterraneo” appare nel sottotitolo del libro di De Michelis e Sacconi). Il Mediterraneo rischia di diventare per il Mezzogiorno un elemento relegato ai convegni, mentre qualcuno fa un’azione più concreta. Tuttavia, non è detto che questo qualcuno sia leghista o in via di acquisizione da parte della Lega. Difatti, Bruno Ermolli non è leghista, ed è l’attore più importante del progetto mediterraneo del Nord (giusto ieri ha fatto questo: http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-789109/italia-palestina-marmo/).

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
marzo 5th, 2010

La legra lucrerà molto sul fattore immigrazione. Ma non è vero che la costruzione del suo consenso avvenga fuori dall’arena mediatica, proprio per niente. Avviene invece sui due piani sia lavorando sul territorio, sia elaborando slogan per i media, a qualsiasi livello: giornali locali, TV locali, TV nazionali. La lega usa i media molto di più di quel che si creda, anche per questo l’alleanza con un possessore di TV sta funzionando bene.

marzo 6th, 2010

Paolo, qui torniamo alla solita questione sull’influenza della TV, su cui abbiamo opinioni un po’ diverse. In ottica PDL/Lega, sarebbe interessante studiare – anche in modo molto superficiale – come un TG berlusconiano sia in grado di consolidare consenso leghista, senza che la Lega debba scucire un euro.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
marzo 6th, 2010

Ma non solo i TG: il consolidamenteo del pensiero dominante NON avviene per la maggior parte attraverso i TG. Avviene attraverso i programmi-contenitori, i “mattina5″ o “pomeriggio5″ di turno fanno più di molti TG.
Ma la Lega fa ancora di più. Ho citato i giornali locali e le TV locali non a caso. Sono un partito forte sul territorio e sono in grado di utilizare i media del territorio al meglio.
Buon per loro, ma che “la costruzione del consenso avvenga fuori dall’arena mediatica” è una favoletta. La Lega USA entrambi i piani. Semmai sono gli altri partiti che NON usano il territorio e questo dà un vantaggio alla Lega.

marzo 7th, 2010

Paolo, per me che “gli italiani siano lobotomizzati dalle TV di Berlusconi” è la vera favoletta. Come ho detto, abbiamo opinioni diverse.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
marzo 7th, 2010

Non ho mai detto che gli italiani siano lobotomizzati. Di sicuro i media hanno effetto sulle opinioni, siamo in disaccordo sul quanto.
Dopodichè c’è da misurare un’altra quantità: ovvero quanto stanno sui media certi messaggi piuttosto che altri. Poi basta fare una moltiplicazione e il gioco è fatto.
Ci sono studi quantitativi su entrambi gli aspetti se si vuole provare ad approcciare la questione con metodo scientifico e non con opinioni.

marzo 7th, 2010

Prossimamente recensirò “Comunicazione e potere” di Manuel Castells, che va nella direzione di cui dice Paolo, con riflessioni molto acute e penetranti. Non a caso sul tema immigrazione ho parlato di framing. Però, l’ostilità verso l’immigrazione non viene creata dal nulla dai media e inculcata nella testa delle persone, ma a livello comunicativo si appoggia a elementi e percezioni concrete, reali. E la capacità di penetrare i media non è tutto in politica.

Moris Gasparri
marzo 7th, 2010

Certo Moris. Infatti io dico che la Lega è brava nel gioco con palla bassa (lavoro sul territorio) ma lavora bene anche con i lanci lunghi (capacità di sfruttare i media).
Altri partiti lavorano solo con lanci lunghi ma hanno eccellenti attaccanti che agganciano le palle in arrivo. Altri ancora che lavoravano quasi solo con palle basse ora hanno tentato di riconvertirsi quasi solo ai lanci lunghi, ma non hanno attaccanti così buoni…

marzo 8th, 2010

[...] degli italiani conferma il suo voto al centrodestra ho scritto qui (sul berlusconismo) e qui (sulla Lega). Analisi che non cambierei di una virgola, sennonchè lo scenario Italy after B più [...]

[...] degli italiani conferma il suo voto al centrodestra ho scritto qui (sul berlusconismo) e qui (sulla Lega). Analisi che non cambierei di una virgola, sennonchè lo scenario Italy after-B. più [...]

[...] Ascoltate Umberto Bossi. Nei suoi brevi discorsi, “federalismo”, “gente” e “Lega” sono il 90% delle parole totali. “Federalismo” e “gente” fanno parte dello stesso uffizio politico-religioso. “La gente vuole il federalismo, il federalismo lo vuole la gente”. Renata Polverini, con un mazzo di rose rosse in mano, dice che, al di là delle polemiche, “la gente” ha dato un segnale. Insomma, la conseguenza del voto delle Regionali 2010 è che la gente esiste. Il popolo si risveglia, anche quando è dato per morto, ed è per definizione capace di mobilitazione continua nella Lega della Libertà. [...]

[...] ventura si sta ormai disegnando. Mai come in questo ultimo mese la polarizzazione tra la “Lega delle libertà” e “il patriottismo del XXI secolo” che corre sull’asse Montezemolo-Fini (e anche Casini, [...]