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Pensare, prima di decretare Tutta l’energia dell’Italia: Flavio Morini
Marco-Travaglio

Marco Travaglio, giornalista ed eroe

di Alessandro Aresu · 8 Comments · in Politica italiana · 10 marzo 2010

A fine gennaio, Peter Gomez raccoglieva l’indignazione per i nuovi eroi d’Italia (Mangano e Craxi) avviando una call for heroes sul sito del Fatto Quotidiano, in grado di adeguare il grande tema weberiano dell’eroe della politica alle esigenze di “Paese migliore” che ha bisogno di eroi, tanto Brecht chi lo conosce, ma non si riconosce in quelli summenzionati. I risultati parziali vedono sul podio Falcone, Borsellino e Pertini, con Berlinguer comunque staccato di poco. Ora, ognuno si costruisce il proprio pantheon (mirabile il commento 218 all’articolo di Gomez, che sforando propone Robin Hood, Sherlock Holmes, Popeye, Capitan Harlock, Ataru Moroboshi di Lamù e Homer J. Simpson, e che si poteva mandare in onda al posto di questo), ma è comunque interessante interrogarsi sul numero 9 della classifica aggiornata a inizio marzo, che è tra l’altro il numero 2 dei viventi dopo Roberto Saviano. Guarda caso, si tratta di Marco Travaglio. Beppe Grillo, in affanno, si ferma al numero 18. In un‘altra classifica, Travaglio viene eletto anche miglior giornalista. Tra gli uomini più sexy, invece, si posiziona tra George Clooney e Johnny Depp.

Difficilmente l’impatto politico di Travaglio può essere esagerato. Consideriamo tre fatti preliminari:

1) E’ del 1964.

2) Su Facebook sbaraglia tutti i competitor del giornalismo e della politica, esclusi Vasco Rossi e pochi altri. Nessun politico e nessun giornalista può raggiungere i suoi 430.000 fans in costante ascesa. La sua capacità di formulare e di attirare invettive è ineguagliabile.

3) E’ sicuramente il miglior oratore della politica italiana. E’ attivo e presente sul web, e in grado di sfruttare anche sui new media il rodaggio dei tempi televisivi, estendendoli o allungandoli a suo piacimento. Picchia sulle brevi e sulle lunghe distanze. Il confronto di resa TV con un attore collettivo di cui ci occuperemo presto, Spinoza.it, è impietoso, così come quello coi politici di una (per ora inedita) democrazia del riconoscimento.

Per comprendere veramente il fenomeno Travaglio, è necessario leggerlo in termini politici, intendendo per “politica” uno spazio di idee ed emozioni in cui un individuo può essere ascoltato e criticato, ma anche venerato e odiato. Travaglio nega una lettura politica della sua figura. Egli vuole essere “soltanto un giornalista“, come il maestro Montanelli. Ma questo non è vero, perché persegue piuttosto quella strada dell’influenza politica del giornalismo capace di andare sul mercato e creare posti di lavoro che l’Eugenio Scalfari di “La sera andavamo in via Veneto” non avrebbe problemi a definire “partito”. Travaglio si concentra sulla verità processuale e sulla rivendicazione dei fatti contro le adulazioni o le opinioni (secondo le sue categorie, la “bananizzazione” della vita pubblica). La verità processuale di Travaglio, come sanno i suoi lettori, è in attacco e non in difesa, e rivendica la libertà di attaccare e irridere l’avversario come sottocategoria della libertà di espressione. Anche questo è un approccio che prevede dividendi e conseguenze politiche e che ha un effetto di sistema, rendendo evidenti i seguenti nervi scoperti su cui prima o poi dovremo riflettere:

- Le armi spuntate della politica, variamente rappresentate nell’arco costituzionale. In parte, la politica grida alla paranoia, e tira fuori la critica “Travaglio guadagna un sacco di soldi”, che è fuori tema. In parte, c’è il desiderio che “passi la nottata” misto a una rosicata, perché Travaglio diventa il sinonimo troppo facile di un Paese impazzito, anticorpo sbagliato per la “malattia” berlusconiana. Queste risposte sono del tutto inadeguate.

- L’incapacità di comprendere il populismo. Ci s’impantana nella ricerca del centro, che è lo spazio politico che vince quando non viene proclamato e che distrae strategicamente chi è impegnato nella sua rincorsa. Paradossalmente, il centro in Italia ha meno voti di Marco Travaglio, perché i moderati hanno uno spirito di affiliazione e mobilitazione modesto rispetto al popolo dei suoi sostenitori. En passant, i populisti nostrani di sinistra sono ormai epifenomeni o imitatori di Travaglio, anche se non lo sanno.

- L’effetto dell’archivio. La pagina dedicata a Marco Travaglio su Wikipedia si apre con una citazione di Montanelli, che recita: “No, Travaglio non uccide nessuno col coltello, ma usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”. Quest’utilizzo dell’archivio, involontariamente, si affianca alla “profezia politica” di Fabrizio Corona. La “personalizzazione democratica” in salsa italiana si muove sui due piani dell’archivio e del gossip, destinati a interagire. Il peso della rete aumenta il potere dell’archivio e la viralità del gossip: la sua memoria pesa come quella del Funes di Borges.

- Il “Paese migliore” al tempo di Dagospia.” Nell’incarnazione di Travaglio, il vecchio azionismo si adatta a un registro linguistico pop che ricorda da vicino Dagospia, come è stato autorevolmente sostenuto. Il sostegno convinto di Barbara Spinelli è la prova di questa trasformazione, perché nella loro interazione la prosa della Spinelli si trova già da sempre superata da Travaglio. Walter Lippmann lava i suoi panni nel fiume Dagospia, il che, tra l’altro, è legittimo.

- L’effetto “uomo di destra, maestro di sinistra”. Travaglio attira e mobilita un pubblico di sinistra anche perché si propone come esterno, ma vicino in una battaglia civile che, a suo avviso, travalica e ridefinisce le ideologie politiche. La sua destra, cito dal sommario di Micromega, “non è un’ideologia politica, è una morale civile, significa valori quali il senso dello Stato, la laicità, il rigore morale, la meritocrazia, la sobrietà, il senso del dovere, la serietà, il libero mercato contro ogni monopolio e oligopolio, l’intransigenza e la legalità, cioè in definitiva la giustizia e la legge uguale per tutti. Dunque, oggi, l’antiberlusconismo più radicale.”

- Emergenza contro emergenza. Anche in termini cronologici, il decennio politico appena concluso è stato segnato da Bertolaso e da Travaglio: al posto della società civile, assistiamo alla divisione tra la fattualità civile e la protezione civile. Difatti, ad emergenza si risponde con emergenza, in un contesto in cui il Parlamento è comunque perdente, perché “lento e inadeguato” o perché “nominato”. Alla cosiddetta politica del “fare” risponde chi individua il quel fare la “dittatura”. Alla decretazione della legislazione si risponde con l’accusa di golpizzazione dell’azione politica. Sia detto senza giudizi di valore, ma come considerazione oggettiva.

- Quello che il PD non dice e non fa. Sullo Spazio della Politica sono state presentate due risposte tattiche che il PD può adottare per arginare le buone ragioni del fenomeno Travaglio: nel 2008 si è parlato della “contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni“, tuttora irrealizzata, alla fine dell’anno scorso si è evidenziato il ruolo delle operazioni trasparenza dei parlamentari nominati (citando il caso del senatore Francesco Sanna). Questi provvedimenti non hanno avuto una diffusione capillare o pregnante. Come se i simpatizzanti di Travaglio fossero figli di un dio minore. In questa strategia c’è anche un rischio di fighettismo (definirsi attraverso l’anti-travaglismo), invece di una rivendicazione dell’attività politica che non è fatta da imbecilli per imbecilli, e in cui deve avere un ruolo decisivo quella lotta contro le mafie spesso rivendicata dalla “fattualità civile”.

Qual è la conseguenza di tutto questo, o meglio l’altra faccia della forza di Travaglio? La conseguenza è che non esiste nessuna pars construens nella denuncia della nostra pirlaggine, del regime, della dittatura eccetera. Costruire non è il compito dei giornalisti, cani da guardia del potere? Si può dissentire. Non è il compito degli editorialisti, vestali dell’opinione? Si può dissentire ancora più fortemente. Ci innamoriamo delle realtà emergenti, BRIC o STIM che dir si voglia, ma che cosa vogliamo fare mentre parte dell’Italia sprofonda? Vogliamo dire a voce alta che l’Italia sta sprofondando perché Berlinguer e Pertini sono morti e c’è Cicchitto? Vogliamo “scendere”? Così, la nostra vita pubblica assomiglia sempre più al “naufragio con spettatore” descritto nel De rerum natura da Lucrezio, in cui lo spettatore, dalla riva, osservava un naufragio con una certa soddisfazione, derivata dalla propria sicurezza. Ma l’Italia è una sola, e nessuno spettatore è al sicuro.

Tagged with: eroi • fatti • Marco Travaglio • Mostri • opinioni • PD • popolo 
Alessandro Aresu
Autore

Alessandro Aresu

Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e responsabile relazioni esterne de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, di geopolitica e di satira.

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  • http://logg.it Sinigagl

    Belll’Articolo Ale. Mi piace soprattutto l’ultima parte: l’immagine degli italiani che guardano l’Italia naufragare è suggestiva, anche perchè è proprio così.
    Abbiamo una classe politica inadeguata che assomiglia al comandante che porta la nave al naufragio.
    Il motivo dell’emergere di Travaglio è proprio questo: se non ci fosse una classe politica che usa il parlamento per sè stessa, che cerca di smontare pezzi dello stato, che ruba e corrompe, che vuole restare impunita, Travaglio non esisterebbe.

  • Alessandro Aresu

    Il punto però, a mio avviso, è anche che non esiste nessuno spettatore in riva. La metafora è un’illusione e si rischia di affondare con la consolazione “avevamo Berlinguer, ora ci tocca Gasparri (Maurizio)”. Voglio dire: e quindi? Quale ragionamento politico sta dietro “Berlinguer è meglio di Gasparri”? Una conseguenza dell’emergere di Travaglio è l’illusione fortissima – estremizzo – che esista SOLO una classe politica che cerca di smontare pezzi dello stato, e che la nostra coscienza civile o politica debba ridursi a dibattere su quanto siamo pirla a essere rappresentati da dittatori imbecilli, rifondando il lessico politico su questo. “Sono tutti scemi e siamo tutti scemi” non è granché come argomento politico, ma può avere delle notevoli conseguenze politiche, di cui non ci si libera soltasnto con una scrollata di spalle (“ah, è il solito populismo”).

  • http://logg.it sinigagl

    Non ho ben capito cosa vuoi dire Alessandro, ma tento una risposta.
    L’agenda politica, ovvero di cosa si parla nel paese, lo sceglie B. con le sue TV.
    Dopodichè io, te, Bersani e Boeri possiamo anche fare dotti confronti su tematiche illuminate, ma tutto ciò non incide alcunchè.
    Si potrebbe certo ri-iniziare a lavorare come la lega, dal basso, sul territorio e spero che qualcuno ci stia pensando.
    Però come persona impegnata in politica localmente ti assicuro che è un lavoro duro, faticoso, lungo…
    Il problema quindi non è tanto parlarci addosso per dirci che siamo scemi, è che NON SI VEDE un modo di uscire da questo pantano!

  • Alessandro Aresu

    Paolo, riprendo in modo da chiarire meglio. Per me la metafora del naufragio con spettatore è bella ma illusoria, perché non ci si può sentire sicuri mentre l’Italia affonda, per il semplice motivo che si affonda con essa. Non c’è nessuna sicurezza, e inseguire il passato (dire “un tempo c’era Mattei, un tempo c’era Berlinguer”) è bello ma inutile, soprattutto se ciò ci porta a esasperare il giudizio sul presente (pensare che i politici siano tutti corrotti, che l’elettorato di B sia costituito da scemi o servi). Per me Travaglio interpreta bene quest’ultimo atteggiamento, e nell’articolo riconosco i suoi punti di forza, anche se per me quest’atteggiamento non è certo una via d’uscita dal pantano di cui tu parli. Cerco di sottolineare anche come i partiti possano affrontare alcuni dei problemi posti da Travaglio, per esempio smettendo di storcere il naso davanti all’impatto politico del populismo, capendo che il “pensionamento” di alcune figure influenzerebbe davvero i flussi elettorali, evitando di dare l’impressione di essere “leggeri” con ogni genere di infiltrazione mafiosa.

  • http://logg.it Sinigagl

    La metafora è bella proprio per il paradosso che contiene!
    L’atteggiamento di Travaglio non è una via d’uscita, è ovvio. Ma non lo vuole nememno essere.
    Però preferisco che un Travaglio ci sia in questa situazione piuttosto che non ci sia.
    Dopodichè ti chiedo: ma LSDP, FareFuturo, ItalianiEuropei, i ThinkTank in generale in Italia incidono?

  • http://kuliscioff.wordpress.com/ kuliscioff

    questo pezzo è semplicemente sublime. al lettore (di sinistra) cogliere il monito.

  • Pingback: Le 5 leggi fondamentali della politica italiana | The Frontpage

  • simona

    Secondo me il fenomeno travaglio, ma come Saviano, grillo,santoro e altri emergono in un periodo, in cui sentiamo la nostra libertà di espressione in pericolo. In questa realtà dove sentiamo lontani i politici, dove sembra sempre che qualcuno sia pronto a fregarci, secondo me diventa naturale che le persone sia appoggino su quelli che invece rivendicano la libertà di parola, di informazione, di opinione. Per carità, poi si può essere d’accordo o meno con quello che dicono, però non si può negare che la loro presenza è importante per la democrazia italiana

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