A fine gennaio, Peter Gomez raccoglieva l’indignazione per i nuovi eroi d’Italia (Mangano e Craxi) avviando una call for heroes sul sito del Fatto Quotidiano, in grado di adeguare il grande tema weberiano dell’eroe della politica alle esigenze di “Paese migliore” che ha bisogno di eroi, tanto Brecht chi lo conosce, ma non si riconosce in quelli summenzionati. I risultati parziali vedono sul podio Falcone, Borsellino e Pertini, con Berlinguer comunque staccato di poco. Ora, ognuno si costruisce il proprio pantheon (mirabile il commento 218 all’articolo di Gomez, che sforando propone Robin Hood, Sherlock Holmes, Popeye, Capitan Harlock, Ataru Moroboshi di Lamù e Homer J. Simpson, e che si poteva mandare in onda al posto di questo), ma è comunque interessante interrogarsi sul numero 9 della classifica aggiornata a inizio marzo, che è tra l’altro il numero 2 dei viventi dopo Roberto Saviano. Guarda caso, si tratta di Marco Travaglio. Beppe Grillo, in affanno, si ferma al numero 18. In un‘altra classifica, Travaglio viene eletto anche miglior giornalista. Tra gli uomini più sexy, invece, si posiziona tra George Clooney e Johnny Depp.
Difficilmente l’impatto politico di Travaglio può essere esagerato. Consideriamo tre fatti preliminari:
1) E’ del 1964.
2) Su Facebook sbaraglia tutti i competitor del giornalismo e della politica, esclusi Vasco Rossi e pochi altri. Nessun politico e nessun giornalista può raggiungere i suoi 430.000 fans in costante ascesa. La sua capacità di formulare e di attirare invettive è ineguagliabile.
3) E’ sicuramente il miglior oratore della politica italiana. E’ attivo e presente sul web, e in grado di sfruttare anche sui new media il rodaggio dei tempi televisivi, estendendoli o allungandoli a suo piacimento. Picchia sulle brevi e sulle lunghe distanze. Il confronto di resa TV con un attore collettivo di cui ci occuperemo presto, Spinoza.it, è impietoso, così come quello coi politici di una (per ora inedita) democrazia del riconoscimento.
Per comprendere veramente il fenomeno Travaglio, è necessario leggerlo in termini politici, intendendo per “politica” uno spazio di idee ed emozioni in cui un individuo può essere ascoltato e criticato, ma anche venerato e odiato. Travaglio nega una lettura politica della sua figura. Egli vuole essere “soltanto un giornalista“, come il maestro Montanelli. Ma questo non è vero, perché persegue piuttosto quella strada dell’influenza politica del giornalismo capace di andare sul mercato e creare posti di lavoro che l’Eugenio Scalfari di “La sera andavamo in via Veneto” non avrebbe problemi a definire “partito”. Travaglio si concentra sulla verità processuale e sulla rivendicazione dei fatti contro le adulazioni o le opinioni (secondo le sue categorie, la “bananizzazione” della vita pubblica). La verità processuale di Travaglio, come sanno i suoi lettori, è in attacco e non in difesa, e rivendica la libertà di attaccare e irridere l’avversario come sottocategoria della libertà di espressione. Anche questo è un approccio che prevede dividendi e conseguenze politiche e che ha un effetto di sistema, rendendo evidenti i seguenti nervi scoperti su cui prima o poi dovremo riflettere:
- Le armi spuntate della politica, variamente rappresentate nell’arco costituzionale. In parte, la politica grida alla paranoia, e tira fuori la critica “Travaglio guadagna un sacco di soldi”, che è fuori tema. In parte, c’è il desiderio che “passi la nottata” misto a una rosicata, perché Travaglio diventa il sinonimo troppo facile di un Paese impazzito, anticorpo sbagliato per la “malattia” berlusconiana. Queste risposte sono del tutto inadeguate.
- L’incapacità di comprendere il populismo. Ci s’impantana nella ricerca del centro, che è lo spazio politico che vince quando non viene proclamato e che distrae strategicamente chi è impegnato nella sua rincorsa. Paradossalmente, il centro in Italia ha meno voti di Marco Travaglio, perché i moderati hanno uno spirito di affiliazione e mobilitazione modesto rispetto al popolo dei suoi sostenitori. En passant, i populisti nostrani di sinistra sono ormai epifenomeni o imitatori di Travaglio, anche se non lo sanno.
- L’effetto dell’archivio. La pagina dedicata a Marco Travaglio su Wikipedia si apre con una citazione di Montanelli, che recita: “No, Travaglio non uccide nessuno col coltello, ma usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”. Quest’utilizzo dell’archivio, involontariamente, si affianca alla “profezia politica” di Fabrizio Corona. La “personalizzazione democratica” in salsa italiana si muove sui due piani dell’archivio e del gossip, destinati a interagire. Il peso della rete aumenta il potere dell’archivio e la viralità del gossip: la sua memoria pesa come quella del Funes di Borges.
- Il “Paese migliore” al tempo di Dagospia.” Nell’incarnazione di Travaglio, il vecchio azionismo si adatta a un registro linguistico pop che ricorda da vicino Dagospia, come è stato autorevolmente sostenuto. Il sostegno convinto di Barbara Spinelli è la prova di questa trasformazione, perché nella loro interazione la prosa della Spinelli si trova già da sempre superata da Travaglio. Walter Lippmann lava i suoi panni nel fiume Dagospia, il che, tra l’altro, è legittimo.
- L’effetto “uomo di destra, maestro di sinistra”. Travaglio attira e mobilita un pubblico di sinistra anche perché si propone come esterno, ma vicino in una battaglia civile che, a suo avviso, travalica e ridefinisce le ideologie politiche. La sua destra, cito dal sommario di Micromega, “non è un’ideologia politica, è una morale civile, significa valori quali il senso dello Stato, la laicità, il rigore morale, la meritocrazia, la sobrietà, il senso del dovere, la serietà, il libero mercato contro ogni monopolio e oligopolio, l’intransigenza e la legalità, cioè in definitiva la giustizia e la legge uguale per tutti. Dunque, oggi, l’antiberlusconismo più radicale.”
- Emergenza contro emergenza. Anche in termini cronologici, il decennio politico appena concluso è stato segnato da Bertolaso e da Travaglio: al posto della società civile, assistiamo alla divisione tra la fattualità civile e la protezione civile. Difatti, ad emergenza si risponde con emergenza, in un contesto in cui il Parlamento è comunque perdente, perché “lento e inadeguato” o perché “nominato”. Alla cosiddetta politica del “fare” risponde chi individua il quel fare la “dittatura”. Alla decretazione della legislazione si risponde con l’accusa di golpizzazione dell’azione politica. Sia detto senza giudizi di valore, ma come considerazione oggettiva.
- Quello che il PD non dice e non fa. Sullo Spazio della Politica sono state presentate due risposte tattiche che il PD può adottare per arginare le buone ragioni del fenomeno Travaglio: nel 2008 si è parlato della “contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni“, tuttora irrealizzata, alla fine dell’anno scorso si è evidenziato il ruolo delle operazioni trasparenza dei parlamentari nominati (citando il caso del senatore Francesco Sanna). Questi provvedimenti non hanno avuto una diffusione capillare o pregnante. Come se i simpatizzanti di Travaglio fossero figli di un dio minore. In questa strategia c’è anche un rischio di fighettismo (definirsi attraverso l’anti-travaglismo), invece di una rivendicazione dell’attività politica che non è fatta da imbecilli per imbecilli, e in cui deve avere un ruolo decisivo quella lotta contro le mafie spesso rivendicata dalla “fattualità civile”.
Qual è la conseguenza di tutto questo, o meglio l’altra faccia della forza di Travaglio? La conseguenza è che non esiste nessuna pars construens nella denuncia della nostra pirlaggine, del regime, della dittatura eccetera. Costruire non è il compito dei giornalisti, cani da guardia del potere? Si può dissentire. Non è il compito degli editorialisti, vestali dell’opinione? Si può dissentire ancora più fortemente. Ci innamoriamo delle realtà emergenti, BRIC o STIM che dir si voglia, ma che cosa vogliamo fare mentre parte dell’Italia sprofonda? Vogliamo dire a voce alta che l’Italia sta sprofondando perché Berlinguer e Pertini sono morti e c’è Cicchitto? Vogliamo “scendere”? Così, la nostra vita pubblica assomiglia sempre più al “naufragio con spettatore” descritto nel De rerum natura da Lucrezio, in cui lo spettatore, dalla riva, osservava un naufragio con una certa soddisfazione, derivata dalla propria sicurezza. Ma l’Italia è una sola, e nessuno spettatore è al sicuro.



































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