“Power to the people”,  cantava John Lennon, seguito da un esercito di pacifisti americani, e “power to the people” diventa il jingle della pubblicità dell’Eni. Da una parte la musica impegnata, tutta capelli lunghi, ribellione e politica, dall’altra un colosso industriale, con il suo bel advertising tv. Ma qualcosa li unisce, politica e pubblicità, qualcosa di profondo, viscerale, alchemico.

Si potrebbe trovare la risposta attraverso una domanda, quella di Eric Landowski che, in La società riflessa, si chiede: «Sono i politici ad essere venduti come le saponette, o le saponette ad essere vendute come i politici?». E non si tratta di un arguto gioco di parole da linguista esperto, ma dell’inizio di una riflessione che ha corso anche tra le sinapsi di Jaques Séguéla, pubblicitario noto a molti per aver ideato il claim di Mitterand “La forza tranquilla”. Uno slogan che, come tutti gli slogan capaci di funzionare, condensa insieme un profilo umano, quello del leader, e un’aspettativa di futuro, emotiva più che dettata dalla razionalità, quella delle persone.

Insomma, sono le saponette, cari pubblicitari cattivi maestri, che copiano la politica e non viceversa. Perché ogni frase, ogni slogan, ogni parola è essenzialmente politica, composta dalla stessa sostanza profonda della politica. Stesso genoma, stesso dna. E non si tratta di riesumare il vecchio motto “tutto è politica”, ma solo di constatare che ogni azione, testo, gesto ha un senso nella relazione tra persone. L’essere umano è essenzialmente politico, e lo è stato già nell’Eden, con un atto di ribellione, e quando da scimmia s’è messo a disegnare, per raccontare una storia di animali feroci e organizzarsi insieme agli altri per difendersi. Per fare branco, gruppo, squadra, team, partito, società, città, patria. Dopotutto l’origine della parola “politica” indica la polis, la città, intesa come comunità, relazioni, vivere insieme. In questo senso “power to the people”: perché sono le persone con le loro emozioni, i desideri di futuro, le paure e le speranze che determinano il senso della politica, che fanno si che esista. È l’empatia che fa la politica, la possibilità di sentire e di essere insieme; in fondo, Rifkin, con l’ultimo suo saggio, La civiltà dell’empatia, non fa che mettere di nuovo in luce una semplice verità, nascosta dentro i neuroni specchio e palesata attraverso un sorriso a un passante.

Per un po’, però, è stato come se la politica si fosse scordata la propria essenza umana, avesse dimenticato di appartenere al lattaio, al macellaio, alla casalinga, alla segretaria, al bambino, all’attrice porno, a quella che invece ha preso l’Oscar perché il suo nudo è arte mica solo tette. S’è rinchiusa, la politica, dentro le forzature della ragione, dentro le spiegazioni, s’è scordata di avere un respiro animale ed è diventata ingranaggio meccanico di una oliata modernità. Come se ragione ed emozione non potessero mai andare insieme, mai completarsi. E la politica ha cominciato a provare un diffuso terrore dell’ossimoro che invece è il solo senso delle cose umane, s’è messa a spacchettare e etichettare il mondo. È così diventata crudele, spiaccicata sui manifesti che sbiaditi dalla memoria hanno solo due colori, nero ed ocra, con su la scritta: “non parlare con il nemico!”. Ha preso le forme sinuose e arroganti della Milano da bere, con faccioni in primo piano accompagnati solo da un simbolo, quello del partito, che basta da solo, non deve evocare nulla in più. È stata piani quinquennali e intellighenzia da salotto buono, Costituzione e infinite transizioni. Scordandosi che così avrebbe perso se stessa, la propria natura relazionale, il battito cardiaco, i piedi sulle strade di Roma quando c’è la manifestazione, le mani di Jan Palach, il sesso libero dalle costrizioni, le sere in piazza, pure con la pioggia, il voto di cuore e di testa, mica col naso turato, mica per far perdere l’avversario, mica per provarci per un’ultima, stanca volta. E allora è il tempo. Suoniamo le trombe. È il tempo di rimettere al centro non la persona, intesa come singolo, ma, come sostiene Giuseppe De Rita, le persone, al plurale, in un sistema di welfare comunitario, di economia sostenibile, di linguaggio dolce e quotidiano che sappia usare quattro parole. “Back to the people”. Un tuffo dentro le passioni, non solo quelle da sol dell’avvenire grandiose e epiche, illuminate bene. Ma anche dentro quelle quotidiane, perché la politica si nutre di vita semplice, quella di Mario Rossi, l’italiano medio per crudeltà dell’anagrafe e dei genitori con poca fantasia.

“Back to the people” dovrebbe cantare un contemporaneo John Lennon, magari senza marciare con gli occhialetti tondi ma navigando in internet per vedere curioso cosa c’è sopra questa crosta terrestre. “Back to the people” dovrebbe giurare un candidato o un presidente il giorno dell’insediamento per dare un segno alla propria legislatura. “Back to the people”, in quest’epoca in cui della gente spesso si ha paura. Ma la gente siamo noi e temere se stessi è pura schizofrenia. Back to the people, allora, perché politica vuole dire comunità fiduciosa.

* Articolo pubblicato su FFwebmagazine del 12/4/2010

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