Lo Spazio della Politica si è occupato spesso del ruolo del cosiddetto “Partito di Repubblica” nelle recenti vicende della politica italiana, per esempio in riferimento a Brunetta, Bersani e Saviano. Nella polarizzazione delle opinioni che caratterizza il nostro Paese, il Gruppo L’Espresso conserva un ruolo di primo piano: per esempio, un attacco di D’Alema a De Benedetti (o di De Benedetti a D’Alema), sia esso implicito, esplicito o con rima baciata, continua a ottenere maggiore visibilità della chiusura delle università per mancanza di fondi, del progetto Singularity for Italy, di OilProject, del programma operativo di clonazione di Irene Tinagli (prossimamente su questi schermi, grazie a Craig Venter).
Tutte queste cose sono oggettivamente molto più importanti delle disquisizioni di D’Alema e De Benedetti per chi ha a cuore il presente e il futuro dell’Italia, ma le leggi del mercato della politica funzionano diversamente. D’altra parte, tale realtà, una volta riconosciuta, può essere contestata. Il riconoscimento della realtà è importante: vedere nel “Partito di Repubblica” i mali dell’Italia è ingenuo, quasi si trattasse di un babau (o di un “barbababau”) speculare rispetto al babau berlusconiano. Un gruppo editoriale cerca di incassare denaro e consenso, a partire da un programma. In questo dato fisiologico non c’è nulla di strano, ma nemmeno di epico e di eroico. Proviamo a fare un passo avanti, tuttavia. Il Gruppo L’Espresso svolge un ruolo di primo piano nella politica italiana anche perché ha dietro una storia “epica”: quella del giornalista/imprenditore Eugenio Scalfari. Perfino Fedele Confalonieri – in chiave anti-debenedettiana – ha riconosciuto quest’aspetto sul Corriere della Sera:
Repubblica invece non l’ha creata De Benedetti, ma Scalfari: che mi sta antipatico anche più di Mourinho, che quando parla con Dio è pretenzioso, ma è stato un grande giornalista e anche un grande imprenditore.
Ho letto tutti i libri di Eugenio Scalfari, a parte l’ultimo, e questo mi pare il dato di fondo: il senso dell’impresa editoriale, l’idea del giornalista che fa “impresa” e anche, in un certo senso, “partito” (su quest’ultimo punto, La sera andavamo in via Veneto è il riferimento decisivo). Ma più che un partito è appunto un’impresa: le pagine di Scalfari sugli imprenditori sono molto istruttive a questo proposito. L’impresa di “Repubblica” è nata dalla ricerca testarda di un’Italia diversa e liberale, a partire dal gruppo del Mondo e dai suoi seminari, dal rapporto privilegiato con Ugo La Malfa, dalle conversazioni con Guido Carli. A mio avviso, la sua carica si è deteriorata col passare degli anni, e non è riuscita a elaborare una strategia e una soluzione per il “problema-Berlusconi”. Manca la straordinaria leggerezza di un Beniamino Placido, e si finisce per citare Donato Menichella, nell’inevitabile lotta tra un’Italia migliore (togliattiana?) che si opponga alla “barbarie”, come ha scritto Andrea Romano (di cui non condivido tutto, ma per il mio difetto di ragazzo che ha sempre letto Repubblica e che si è commosso alla mail di Scalfari per una recensione del suo libro). Oggi, il catalogo è questo: la “pedagogia civile” non ha dato buoni frutti, nessuno sa chi sia Menichella e, come diceva un insuperabile Enrico Cuccia riportato da Guido Rossi e da Francesco Micheli, bisogna giocare con le carte di cui si dispone.
Insomma, io sono ancora arrabbiato per non essere riuscito a conoscere Edmondo Berselli, quindi basta coi problemi e largo alle soluzioni. La soluzione è Massimo Giannini direttore di Repubblica. Ogni tanto Dagospia ci fa sperare, ma poi il cambio della guardia non arriva mai. La mia proposta non si basa su un’avversione per Ezio Mauro, che mi sembra un’ottima persona. Tuttavia, Giannini è responsabile dell’inserto del lunedì Affari e Finanza, che è il modello di quello che manca davvero all’informazione italiana: un quotidiano davvero connesso con le reti globali (“la Bibbia di Bric’sItaly”), in grado di spaziare dall’alfabetizzazione economica all’innovazione, passando per la cultura d’impresa, l’interdisciplinarietà, il Made in Italy, le infrastrutture fisiche e digitali. Queste sono le carte che dovremmo avere in mano oggi. O no?





































Alessandro Aresu
Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e direttore de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti.