Che significato ha il recente accordo in materia nucleare tra Iran, Turchia e Brasile? Un pericolo per la pace mondiale, come sottolineano gli Usa, o un altro segno del mondo che cambia? L’accordo tripartito ha per obiettivo allentare la pressione sull’Iran, contro cui si stanno preparando delle sanzioni per il suo rifiuto di sospendere le attività di arricchimento d’uranio, necessarie per far uso dell’energia nucleare sia a fini pacifici (come sostiene Teheran) che militari (come teme la comunità internazionale).
Il dialogo tra le grandi potenze e l’Iran su quest’argomento non ha fatto progressi, prigioniero com’è di pregiudizi ideologici da entrambe le parti e, bisogna ammetterlo, anche di una scarsissima di volontà e trasparenza da parte iraniana. Teheran si mantiene schiva anche dal dare piena facoltà all’IAEA, agenzia ONU competente in materia, per poter vigilare su tali attività (in passato, l’IAEA non ha riscontrato prove d’eventuale deviazione verso il militare del nucleare iraniano). Il dialogo è durato due anni, durante i quali l’Iran sospese le proprie attività d’arricchimento d’uranio. Sospeso senza risultati il dialogo, l’IAEA decretò che l’Iran era venuto meno ai propri obblighi ai sensi del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT), avviando il cammino per le sanzioni contro Teheran, cui l’Iran si oppone sostenendo il proprio diritto a sviluppare l’energia nucleare a uso civile, ammessa, in effetti, dal NPT.
Per rompere l’impasse, Mosca aveva proposto a Teheran d’arricchire l’uranio per conto suo, uno sviluppo che avrebbe permesso un monitoraggio di tali attività. L’accordo non andò in porto, e quando manca poco all’adozione delle sanzioni contro l’Iran, l’accordo con la Turchia ed il Brasile muove le carte in tavola. L’accordo, nel quale il Brasile ha un ruolo di garante diplomatico, prevede che l’Iran trasferisca alla Turchia 1200 chilogrammi di uranio arricchito al 3.5% (livello troppo basso per permetterne l’utilizzo), in modo tale che successivamente Francia e Russia facciano pervenire all’Iran, via Turchia, 120 chilogrammi d’uranio arricchito al 20% per uso civile (principalmente medico).
È questo un accordo che mette in pericolo la pace mondiale, rendendo il pianeta meno sicuro, come afferma Washington? Che cosa ha spinto la Turchia e soprattutto il Brasile, a infilarsi in una questione così delicata? Le ragioni per cui l’Iran ha rifiutato di sottomettersi a un accordo simile negoziato con le grandi potenze occidentali (Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania, cui si è affiancata per lungo tempo anche l’UE nella persona di Javier Solana, non dimentichiamolo), Russia e Cina possono interpretati in due modi: Mala fede, cioè volontà di nascondere qualcosa, ciò che meccanismi multilaterali non avrebbero permesso. O, secondo me l’ipotesi più probabile, volontà di Teheran di dimostrare fermezza nei confronti dell’Occidente, sempre un buon argomento a uso interno, in cui al momento la legittimità di Amhadinejad è molto dubbia, dopo le contestatissime elezioni del 2009.
Credo che l’accordo triangolare potrebbe funzionare davvero solo stabilendo comunque quei meccanismi di supervisione che Teheran nega. Questa la ragione per cui la prospettiva di sanzioni rimane in piedi.
La Turchia, attore internazionale sempre più ambizioso, costretto a moderare le ambizioni del proprio panturchismo, che si sta dimostrando più complicato da materializzare di quanto non fosse da teorizzare, e alle prese con un processo di raffreddamento nei confronti dell’UE, è interessata a sviluppi diplomatici che permettano di affermare il proprio ruolo di attore di prima grandezza e capace di “rompere gli schemi” (vedasi anche il suo ruolo prominente, assieme di nuovo al Brasile, nell’Alleanza tra Civiltà).
Mi occuperò un po’ di più del Brasile: perché Brasilia s’interessa al nucleare iraniano, quando si mostra assai più reticente ad assumere quel ruolo più attivo nella regione latinoamericana che il proprio peso attuale gli permetterebbe? Il Brasile è in prima fila ad Haiti, ma si è defilato nel corso della crisi honduregna, che pure la coinvolgeva direttamente tramite la propria Ambasciata a Tegucigalpa. Non ha proposto la sua mediazione né nella crisi tra Argentina ed Uruguay per la cartiera sul Rio de la Plata, o nelle tensioni tra Colombia, Venezuela ed Ecuador legati alle FARC. Credo che la spiegazione abbia a che vedere con due fattori, legati tra di loro: da un lato, l’evidente sentirsi potenza di prima grandezza, compiendo un sogno antico del Brasile, rende obbligatorio per Itamaraty (nome dell’edificio sede del Ministero degli Esteri brasiliano) dimostrare che il Brasile può e DEVE assumere un ruolo globale, adesso che può. Anche per dimostrare al mondo che il seggio permanente del Brasile al Consiglio di Sicurezza è divenuto ineludibile.
Dall’altra, il Brasile di Lula, che ha sviluppato enormemente il versante Sud – Sud della propria proiezione esterna, ama contribuire a soluzioni che non siano imposte o delegate dal Nord, ma autonome, come sottolineato con molta chiarezza da Lula a fronte delle critiche da Washington. Esattamente quello che l’accordo tripartito sembra offrire. A mia maniera di vedere, l’accordo è uno sviluppo degno di nota, e segno dei tempi di cambiamento che stiamo vivendo, nei quali i paesi emergenti dimostrano d’avere il titolo e il diritto di contribuire alle grandi scelte mondiali. La sensazione di fastidio di alcuni attori internazionali (non la Francia, che ha salutato l’accordo con favore, anche perché le da un ruolo) è secondo me legata al fastidio che tale nuova realtà in fondo provoca. Comunque, ribadisco che l’accordo in sé non basta, questo è vero, perché devono essere definiti precisi meccanismi di controllo per farlo funzionare.
Un mondo nel quale Ahmadinejad visita l’America Latina (i paesi dell’ALBA) più spesso dei suoi omologhi statunitensi, la Cina e l’India sono attori globali e il Brasile s’inserisce nel dibattito nucleare e in Oriente Medio è comunque un mondo più ricco. Piaccia o no, è quello in cui viviamo: volenti o nolenti, ci si deve abituare a geometrie del potere e del consenso impensabili sino a pochi anni fa.





































Stefano Gatto
Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.