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Da dove riparte l’Italia del calcio

di Moris Gasparri · 2 Comments · in Politica italiana · 26 giugno 2010

Nel fallire tutti i punti realmente rilevanti degli argomenti in discussione il nostro dibattito pubblico è maestro per il mondo intero. Cosa c’è peggio di un’eliminazione al Mondiale come quella che abbiamo subito? Le requisitorie grondanti retorica pronunciate ieri da mezzo mondo dell’opinionismo italiano contro una Nazionale specchio perfetto, nella sua pochezza disarmante, di un’Italia malata, ingrigita, invecchiata, perduta, declinante, malata, ingrigita, invecchiata, perduta, declinante, malata, ingrigita, invecchiata, perduta, declinante…vi piace commentare facile, eh?

Con qualche scelta tattica decente molto probabilmente avremmo passato il girone al primo posto, saremmo arrivati ai quarti o in semifinale, e tutte le chiacchiere di cui sopra non sarebbero mai esistite. Certo, occorrerà lavorare sul ricambio generazionale, ma in Cesare Prandelli we trust, e comunque per dibattiti seri e ragionati sugli aspetti tecnici affidatevi a questo blog. Ma non è questo il punto. L’unico vero grande problema in cui il calcio italiano fa da specchio alle tendenze negative della società italiana è quello relativo agli stadi, quelli sì brutti, vecchi ed inadeguati. Anche se per la legge riportata all’inizio nessuno ne fa mai un tema di interesse nazionale (a parte libri intelligenti come questo, che a breve recensiremo). Al contrario, la questione stadi va presa sul serio, passando attraverso tre sfide:

1) Gli stadi sono una sfida politica. Perchè è la politica centrale che deve intervenire sotto il profilo legislativo per sbloccare la situazione (e non lo sta facendo, con la legge ferma alla Camera da un anno) e perchè è la politica locale che dovrà gestire l’assegnazione degli appalti per la costruzione affidata ai club. Il caso fallimentare dei Mondiali di nuoto romani è sotto gli occhi di tutti. Chi controlla? Chi garantisce contro le speculazioni edilizie? Chi garantisce contro la corruzione e gli sprechi? La capacità di aggiudicarci grandi eventi calcistici, con la ricaduta economica connessa, passa dai punti sopra indicati. Non essere in grado di fare questo – o preferire lo status quo di stadi antiquati rispetto agli standard internazionali per timore della possibilità concreta che si realizzino gli scenari sopra indicati – vuol dire ammettere di essere una nazione sottosviluppata.

2) Gli stadi sono una sfida economica. Il futuro finanziario dei club passa dalla gestione degli stadi di proprietà, anche in vista della probabile introduzione del fair-play normativo su cui si sta battendo da anni Michel Platini. E se i club non sono competitivi economicamente non è competitivo tutto il sistema-calcio, Nazionali del futuro comprese, c’è poco da fare.

3) Gli stadi sono una sfida culturale. Ammesso e non concesso che il punto 1 veda una qualche attuazione, i nuovi stadi diventeranno davvero elementi vitali delle città sette giorni su sette? Ci sono le risorse creative ed economiche per fare questo? Chi responsabilizza i club per questa sfida? O ci limiteremo  a rimirare plastici in miniatura iperfighi e slides strapompate, magari con Abete in sella alla FIGC fino alla fine del mondo e oltre?

Tagged with: calcio • corruzione • Platini • sprechi • stadi 
Moris Gasparri
Autore

Moris Gasparri

Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore e direttore editoriale de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, delle dinamiche politiche ed economiche dell’India contemporanea e di geopolitica dello sport.

Blog Article Facebook
  • http://matizandrea.wordpress.com Andrea Matiz

    In Inghilterra il piano Taylor, seppur disatteso per il 50%, aveva proprio nella costruzione di nuovi stadi il punto centrale di tutta la sua azione. Personalmente da tempo sono convinto che andrebbe attuat un piano stadi in cui il governo da un lato dia agevolazioni fiscali a chi vuol costruire lo stadio ma dall’altro una volta ultimato il tutto la gestione dello stadio, sicurezza in primis, ricada al 100% sulle spalle delle società.
    In realtà tutto questo non accadrà per il fatto che responsabilizzare le società significa indirettamente responsabilizzare il capitalismo italiano (visto che il suo gotha almeno a livello d’immagine è presente nel calcio) costringendolo ad assumersi anche l’onere del rischio imprenditoriale. Cosa che il nostro capitalismo ha sempre evitato, cercando sempre di fare impresa senza aspetti negativi.

  • Mauro Piccotti

    Siamo una delle prime 4-5 nazioni al mondo per numero di tesserati, in Italia tutti giocano o hanno giocato a calcio.
    Prandelli ha fatto della valorizzazione dei giovani la sua bandiera.
    Nel giro di 4 anni ci sono ottime probabilità che la nazionale ritorni ai vertici, sempre che chi sta alle spalle del CT lo lasci libero di fare liberamente le proprie scelte. In questo caso in nazionale finirebbero certamente molti giovani di squadre secondarie, e come conseguenza le squadre di vertice potrebbero tornare a parlare maggiormente italiano (purtroppo in Italia funziona sempre tutto al contrario).

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