Community organizing, oh yes! Ecco il grido di battaglia del New Labour, il più new che c’è, tanto da diventare, nelle parole del proprio neo-leader David Miliband, “Next Labour”. Il tripudio di novità, parola ormai trasformata nel gergo politico in un contenitore così ampio da sembrare sempre vuoto, ricorda quasi le tecniche new (appunto) age per riconquistare serenità e riallineare il corpo all’anima, rea di fuggire chissà dove nei meandri stressanti della vita moderna. Dalla quale si scappa o con un Cynar, come ricorda la pubblicità, o con una dose bella massiccia di cambiamento, il metadone contemporaneo capace di placare qualsiasi crisi di astinenza politica.
Così dopo Alastair Campbell, spin doctor di un sempre raggiante Tony Blair, e i tea-party della recente campagna elettorale di Gordon Brown, David Miliband porta il partito dritto dritto dentro l’era della rivoluzione comunicativa. Che, come ogni elettore sa, è rivoluzione prettamente politica. L’idea del segretario più cool del mondo, che se fosse nato a Centocelle sarebbe considerato un giovane adatto al massimo a redigere i comunicati stampa dentro un ufficetto di un Senatore dai capelli argentei e la falcata claudicante, è semplice, ma capace di produrre un grande effetto nella cultura politica di un partito un po’ arrugginito. Con l’obiettivo di ri-motivare i cittadini e di rendere il Labour davvero utile alle persone, così come un buon partito dovrebbe essere, Miliband ha promosso i community organizing. Si tratta di incontri durante i quali un militante cui è stato assegnato il ruolo di responsabile, il community organizer, mette insieme persone che condividono un problema o un interesse e ne desiderano discutere per trovare una soluzione e, magari, superare conflitti e divergenze.
Il compito dell’organizzatore è limitato alla gestione dell’incontro e alla facilitazione del dialogo, mettendosi così in secondo piano rispetto ai partecipanti e alle idee che sono capaci di esprimere. Non ci sono palchi né elementi adatti a creare distanza tra gli individui che partecipano all’incontro, ma solo tavoli rotondi per guardarsi in faccia, per dialogare apertamente, per riuscire a produrre una piccola onda di intelligenza collettiva destinata a risolvere i problemi discussi. David Miliband ritiene che dagli incontri possa nascere un movimento di persone, capace di mettere insieme non solo militanti della prima ora, ma cittadini comuni magari non caratterizzati da un’appartenenza politica di lunga data, tutti però uniti nella volontà di incidere positivamente nella vita della propria città. Il nome affibbiato in un impeto di esplosiva creatività al movimento è “Movement for change”.
Niente di strabiliante in termini lessicali, molto convincente se si considera che la trasformazione è proprio quella che devono compiere partito e laburisti tutti. Il passaggio culturale è, infatti, quello dal potere, definito da nomi, ruoli, correnti, appartenenze, alla politica, l’arte della polis, di tutta la polis, termine di cui sono sinonimi la parola partecipazione, soluzione, coinvolgimento. A ben vedere, poi, il fenomeno del community organizing è figlio legittimo dell’epoca dei social network, per cui le persone sono connesse l’una all’altra per le ragioni più disparate, e non solo perché aderiscono ad un partito o vivono nella stessa città o nel medesimo quartiere. Il principio di fondo, infatti, risiede nella volontà di ciascuno di affrontare un tema perché ritenuto importante, utile, capace di incidere nel vissuto delle persone coinvolte. Quando si trovano così, seduti l’uno accanto all’altro nei tavoli tondi apparecchiati per la discussione dagli amici del promettente David all’interno di una casa o in un pub (non in una sezione, o circolo o come lo si voglia chiamare), gli uomini e le donne coinvolte provano fiducia l’uno dell’altro, condividono un’esperienza. Cominciano a credere di poter fare davvero qualcosa, insieme. Ecco allora la differenza tra il potere e la politica. Il potere allontana, scinde, divide, mette l’uno contro l’altro. La politica è benefica e unisce. Anche in maniera trasversale.
* Articolo pubblicato su FFWebmagazine del 14 giugno 2010



































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