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La cultura al tempo di Lady Gaga e della finanza globale

di Andrea Danielli · 1 Comment · in Economia ed innovazione · 18 agosto 2010

L’essere umano è fino a oggi progredito scoprendo nuove conoscenze, creando manufatti sempre più complessi, aumentando le sue possibilità di agire sulla realtà. Non sono un filosofo spaventato dal progresso tecnologico, tutt’altro. Ma sono preoccupato dall’apparente calo della qualità della produzione culturale.

Il punto di partenza: la musica alla televisione. Le hit estive si sa che non sono dei capolavori, sono fatte per essere cantate sbronzi sulla spiaggia. Ma quest’anno il livello è imbarazzante. Sono tutte uguali e già sentite. Entrano in testa perché riattivano le memorie di chi, come me, è nato negli anni 80. Lady Gaga fa quello che faceva Madonna 25 anni fa. Dal video al ritornello è tutto identico. Per me si tratta di un primo campanello d’allarme, poi leggo queste frasi di Berardinelli in un articolo sul Corriere (11 agosto) “Quanto a qualità artistica, valore conoscitivo e documentario, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano non sembrano nascere da nessuna memoria letteraria; anche quando funzionano non provocano riflessioni e interpretazioni critiche, «non fanno storia»”. Si scrive troppo, si fatica a star dietro a tutte le novità e la critica non ha il tempo di capirle fino in fondo.

Personalmente trovo sempre più difficile poter creare dei romanzi capaci di raccontare l’essenza dell’umano come facevano i grandi classici, dato che questa si realizza in un mondo decisamente troppo complesso. La stessa azione di narrare poi, avendo perso qualunque ingenuità sui rapporti tra autore, narratore e soggetto, diventa una scelta impegnativa, motivo per cui è meglio raccontare storie lontane e inventare nuovi mondi. E poi mi rivolgo all’arte contemporanea. La quale esiste tra la gente per lo più con finalità dispregiative, quando non si capisce qualcosa “sembra arte contemporanea”.

Molti hanno un gusto che si ferma agli Impressionisti. Ora, con tutto il bene che si possa volere ai vari Monet, Renoir, Degas, le loro tele confrontate con Caravaggio, Leonardo e Michelangelo sembrano dei tentativi infantili, ed è quindi un peccato che i più siano stufi “delle madonne” che si dipingevano fino al 700 (che sembrano “tutte uguali”), e poi non conoscano Freud (Lucian), Fontana, Manzoni, Magritte, Serra, Kossuth, Hopper, Hanson e le centinaia di grandi artisti del Novecento. Siamo in un limbo: realisti e figurativi, inconsapevoli che l’arte non è mai realista.

Alcune ipotesi per capire queste difficoltà. Un tempo la cultura era patrimonio di ricchi privilegiati che, spesso nell’otium, potevano dedicarsi alla propria passione. Senza compromessi con il mercato. Oggi se non vendi non ti pubblicano. Purtroppo anche l’arte contemporanea ha lo stesso problema: come raggiungere il pubblico se non hai un gallerista? Puoi farti una mostra casalinga, ok, ma poi occorre l’agenzia stampa per chiedere ai giornalisti di scrivere di te. E portare un po’ di pubblico. Diciamo che ci sono delle barriere all’ingresso abbastanza elevate. Diffondere la propria opera tra un pubblico bombardato da mille stimoli è ben difficile. In effetti la vita contemporanea sembra aver divorato il tempo a disposizione della cultura, che richiede calma e un brivido di noia. E la quantità di persone che si autodefiniscono, non senza un briciolo di arroganza, artisti, è in crescita esponenziale.

I libri si possono leggere ormai solo sotto l’ombrellone. Non si può pensare che simile cultura possa avere un qualche effetto formativo. Né si può pensare che, visto l’attuale mercato, ci possa essere una spinta a dedicare una vita a scrivere libri che non permetteranno di sopravvivere. Solo un ricco ereditiere potrebbe dedicarsi alla stesura di romanzi di Bildung. Peccato che la vita gli offra così tante distrazioni molto più interessanti…

Chi mai sarebbe così ingenuo da pubblicare oggi una Divina Commedia che verrà letta sulle metropolitane, sotto l’ombrellone, in pausa pranzo di fianco al panino di gomma? Ciò che oggi mi preoccupa è il modo in cui formiamo le nuove generazioni. Non possono sviluppare un orecchio musicale su radio e televisione, non hanno facile accesso alla letteratura, perché di solito passa per la scuola e per molti giovani è già una ragione per diffidare. Mancano infine musei di arte contemporanea e il panorama artistico mescola geni (come Cattelan) a markettari. Districarsi è difficile per gli addetti ai lavori, figuriamoci per chi può dedicare solo alcune ore al mese. In effetti in qualunque forma d’arte, così come in qualunque disciplina, la specializzazione ha trionfato. Questo è l’aspetto che mi rende più pessimista: nemmeno le attuali professioni intellettuali possono assurgere a pubblico dell’arte contemporanea. Il fatto che io abbia una laurea in filosofia, che frequenti un dottorato in filosofia non è assolutamente garanzia di comprensione di un’opera concettuale. Senza avere una panoramica della produzione artistica recente è difficile comprendere un’opera e il suo valore.

D’altronde le professioni intellettuali sono tanto specializzate quanto quelle scientifiche, quindi non riescono più ad abbracciare l’umanità o a vibrare sulle emozioni che solo la grande arte sa creare. La maggior parte dei lavori impiegatizi non richiede grandi doti di riflessione, e i grandi ricchi di oggi, possibili mecenati, generano la propria ricchezza spesso in maniera meccanica, spostando cifre su schermi di computer. Credo che gli imprenditori illuminati avessero almeno il vantaggio di curare lo sviluppo di un prodotto rivolto a un pubblico vivo, e di amministrare degli operai: oggi invece la ricchezza è anonima e virtuale. Non c’è spazio per utopie filantropiche à la Crespi visto che gli operai, se ancora esistono, sono distanti migliaia di chilometri.

Tuttavia il vero problema resta la diacronia: le persone più colte arrivano a capire il moderno, non il contemporaneo. Ci vuole tempo per imparare ad apprezzare il melodramma, figuriamoci per capire Xenakis. Se anche riusciamo a formare i giovani sui grandi classici, non accedono all’arte del loro tempo, dato che è dispersa tra migliaia di opere e autori difficili da comprendere al di fuori della matrice (estesa) che li genera. Se non credo pienamente all’idea filosofica di pensiero debole sono attirato dalla triste idea di cultura debole, relativa, frammentaria, non condivisa. Perché di condiviso ormai c’è solo il pop che trionfa nei video su Youtube.

Tagged with: capitalismo finanziario • cultura • Lady Gaga • letteratura • musica • pop 
Andrea Danielli
Autore

Andrea Danielli

Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.

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  • Alessandro Aresu

    Ciao Andrea,
    premetto che a me Lady Gaga sta molto simpatica e che, in generale, sono un grande fan della cultura pop. Non dimenticare che tra le forme d’arte pop del nostro tempo ci sono le serie tv: io negli ultimi mesi ho visto The Big Bang Theory e sono alla quinta serie di The West Wing. Siamo a livelli altissimi, come sai anche tu. Inoltre ho letto “Canale Mussolini” di Pennacchi e mi è piaciuto. Mi sta piacendo anche “Eva dorme” di Francesca Melandri, che ho iniziato ieri. Entrambi i romanzi sono stati pubblicati nel 2010 da Mondadori.
    Ora, dei punti importanti che tu sollevi il vero dramma a mio avviso è lo specialismo: una cultura eccessivamente specialistica fa male alla cultura e può creare chiusure mentali che danneggiano la società e le tolgono prospettive. E’ un problema gigantesco dell’educazione che è difficile risolvere: si potrebbe citare l’idea statunitense del college “generalista” ma non è mai scontato che adottare una soluzione di un altro Paese e di un altro sistema educativo sia ottimale. Più che altro si deve supplire a livello personale. In questo senso, il motto di LSDP “il futuro è dei curiosi di professione” secondo me è la cosa più utile. Se manca questo sostrato o dispositivo culturale di altre epoche, abbiamo due strade: a) scazzarci b) rimediare con la curiosità. La nostra epoca è piena di stimoli e il miglior modo di vivere gli stimoli e imparare è conoscere molte persone, compatibilmente con i propri impegni: io capisco un po’ di più di musica classica perché un mio amico è musicista, capisco un po’ di più di architettura contemporea per merito dei molti amici che studiano/lavorano in quel campo etc… Come esseri umani siamo limitati, stare da soli fa schifo, con gli altri espandiamo la nostra expertise e quando diventiamo un essere collettivo tipo LSDP “diventiamo più forti”, per citare il finale di Dragonball. Riprendendo quello che diceva Raffaele sul coinvolgimento politico, la curiosità è anche divertente, dobbiamo renderla sempre di più un valore e sempre di più divertente perché gli esseri umani, a tutti i livelli, non perderanno mai il gusto del divertimento.

    Nel tuo discorso c’è il punto importante del libro e della lettura. Io amo la televisione, ma penso che il libro sia un valore di civiltà e di umanità e che leggere ci renda migliori. I libri mi piacciono parecchio. Perciò, come convinciamo le giovani generazioni a leggere di più? Come facciamo leggere chi non legge? Anche qui è un dilemma. Un punto preliminare secondo me deve essere che il governo ci metta dei soldi, perché è un uso corretto e sacrosanto delle risorse pubbliche. Un altro punto è la non demonizzazione delle varie evoluzioni della forma-libro: la visione strategica dell’opportunità di cui ha parlato Matteo qui (http://butterfly.lospaziodellapolitica.com/?p=19).

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