Nella società contadina è la pesa: il momento della sanzione, il rito della premiazione o della sconfitta, l’attimo in cui il lavoro di mesi si trasforma in un verdetto ed il futuro diventa povertà o abbondanza. La società politica non si differenzia molto da quella della messe, ha, anzi, mantenuto una simile prassi liturgica. Esiste, insomma, il momento in cui le strategie vengono premiate o meno, l’attimo nel quale, come durante una magia o un sabba, il cielo s’oscura, le budella s’attorcigliano in un violento spasmo, il sudore cola freddo sulla fronte. È la conta. Il verdetto sta per scoccare, la fatidica domanda “quanti siamo?” o “quanti sono?”, alla quale La Russa e Gasparri hanno frettolosamente risposto con imperizia negli scorsi mesi, ottiene il riscontro in pochi minuti.
La politica, insomma, è rito, e nella logica dei gesti carichi di significato quello della conta ha un valore tutto particolare, perché corrisponde alla beatificazione oppure alla demonizzazione di un leader. Lo sa bene, ad esempio, Walter Veltroni che, dopo una conta elettorale non premiante in termini assoluti, prima di andarsene, quasi con le lacrime agli occhi pronunciò la frase con tono evangelico: «Non farò ad altri quello che è stato fatto a me». Il sindaco della Roma più cool e ornata di pailettes degli ultimi decenni, ha svelato con poche parole ma senza stimmate un genere di conta molto diffuso. Quella correntizia, da cucina, da personalismi. La conta che si fa, ad esempio, col voto segreto, per nascondere gli equilibri e, dati alla mano, verificare se la maggioranza esiste, se i traditori si celano dietro falsi proclami, se prevalgono le colombe o i falchi. Tanto un buon cacciatore, con un sufficiente numero di pallottole, ucciderebbe entrambi gli uccelli. La conta, poi, non indica solo l’attività del computo, la valutazione quantitativa degli eserciti in campo. La conta è anche l’“amarabà ciccì coccò” dei bambini che, disposti in cerchio, mettono in atto con vocetta infantile la più tremenda delle roulette russe: a chi tocca?
Di solito si tratta sempre della casuale pesca dello sfigato di turno il quale, di volta in volta, dovrà rincorrere gli altri, mettersi in posizione caprina per far saltare sulle proprie spallucce i crudeli amici, oppure “ammucciarsi”, appoggiare, cioè, la testa al muro, come un condannato, contare fino a dieci e poi, solo in uno spazio silente, andare a cercare gli altri. La stessa inquietante conta, descrizione di un’orribile immagine casalinga, “anghingò tre galline sul comò”, risuona nelle riunioni di partito, durante i caminetti. C’è sempre qualcuno che dovrà spendersi, rischiare di rimetterci carriera e stipendio e di offrirsi come agnello sacrificale per il bene della maggioranza del partito. È il caso, ad esempio, di un sempre prolifico Cicchitto, a cui tocca ogni volta dire la frase boom davanti alla telecamere, come fosse animato da un impeto incontrollabile che lo spinge ad esagerare. Oppure tocca spesso a Latorre, andare in tv, far finta che non stia succedendo nulla, che il partito è compatto, ma quale Aiace Telamonio, quali coltellate alle spalle. Insomma, la conta è l’apoteosi della liturgia politica, chi non la conosce non sta in cucina. Magari sta in terrazza, però, a guardare un pochino più lontano, a scrutare l’orizzonte.
(Articolo pubblicato su FFwebmagazine del 24/09/2010)





































Federica Colonna
Nata a Viterbo nel 1979, è responsabile dello studio di comunicazione politica Dueccì. Collabora con Il Fatto Quotidiano, Il Futurista e La Lettura del Corriere. Per LSDP si occupa dei nuovi trend della comunicazione politica.