“Ho la polvere sulle scarpe. Una polvere bianca che ho respirato per un paio d’ore e che ora mi sembra di avere addosso. Faccio una doccia ma non basta. Sento ancora un rumore sordo sotto i miei passi. Sento il silenzio tutto intorno. Una radio dentro una casa, aperta e sventrata, suona una musica di altri tempi. E poi un’immagine fissa. Il rosone di una chiesa di un luogo non casuale mi segue. Ha lo stesso colore della polvere biancastra sulle mie scarpe, ed è fasciata da un tirante giallo. L’erba cresce negli spazi non più curati. Cresce attorno a fontane imprigionate da gabbie di ferro; cresce dove prima non cresceva. Un cane si trascina lungo una stradina laterale. Un materasso giace davanti al vecchio teatro comunale. Caschetti gialli, rumore sordo di passi, strazio nel cuore. Caschetti gialli, rumore sordo di passi, strazio nel cuore.”
Ho ritrovato queste poche righe sul mio computer. Le avevo scritte di getto, quasi in forma di diario subito dopo la visita – l’ennesima in realtà almeno per me – nel centro storico di L’Aquila, quando, ormai più di un mese fa io, Chiara Mazzone, Matteo Minchio e Stefano Torelli abbiamo avuto il privilegio di camminare per un paio d’ore nel cuore di una città, L’Aquila, straziata dal terremoto ma, soprattutto, dagli impensabili eventi, o, verrebbe da dire, per come versa la città, non-eventi, che si sono susseguiti nei mesi a seguire. Ho ritrovato, dicevo, quelle parole abbandonate come uno sfogo su un foglio word nel mio portatile, e ora, forse per colpa di una frase di De André che mi torna spesso in mente mi decido a condividerle: “Anche se voi vi ritenete assolti, siete lo stesso coinvolti”. Scrivere ancora, dopo tante parole dette e poche cose fatte e fatte male. Perché? Con quale scopo? Forse per annoiare o, peggio, deprimere l’italiano medio che di problemi ne ha già a sufficienza nel suo orticello di casa e che, ormai, forse, se vuole, ha perlomeno capito che in quel territorio del suo Paese le cose non vanno proprio nel migliore dei modi?
Ma facciamo un passo indietro. Chi viene a L’Aquila e ha il privilegio di passarci più di qualche giorno, diversamente da chi guarda e passa (attività che da Barack Obama a Claudio Fava, da Clooney alla Guzzanti, da Jovanotti a Renato Zero, solo per citare alcuni esempi è andata molto di moda nell’ultimo anno e mezzo), non può non provare la stessa sensazione che deve aver avuto Don Chisciotte di fronte ai Mulini a vento. Con chi prendersela per cotanto scempio. Con la natura? Impossibile, nonostante tutto quella terra in mezzo alle montagne, ed un parco naturale meraviglioso, non può non restare nel cuore, per la bellezza dei paesaggi e per quella luce unica che bacia la conca in cui si trova la città al calar della sera. Sembra impossibile che quella stessa terra, quelle stesse montagne e colline e prati e alberi facciano parte di quello stesso universo naturale che ha provocato così tanti danni. E allora con chi prendersela? Con l’amministrazione centrale, con gli enti locali o con gli stessi cittadini aquilani e italiani, come sembra sostenere il film-documentario del giornalista di Repubblica Giuseppe Caporale intitolato “Colpa nostra”.
Personalmente condivido l’idea che il problema della gestione della ricostruzione di L’Aquila sia dal 6 aprile 2009 ad oggi un problema nazionale. Leggendo quanto hanno scritto Rizzo e Stella sul Corriere l’11 settembre scorso, verrebbe da dire addirittura mondiale, se si pensa che si spingono a dire: “Sia chiaro: farebbe tremare i polsi anche a Churchill o a Napoleone la ricostruzione dell’Aquila.” Forse non l’hanno vista prima L’Aquila. No, non prima del terremoto, ma subito dopo. E’ vero, era ferita, tragicamente ferita. Ma dalla natura, non dallo scellerato intervento umano. Nella zona rossa, terminologia mutuata certamente dal lessico militare (tutte le volte che leggo quei cartelli che fanno divieto di entrare nell’immenso centro storico cittadino, mi viene in mente la suddivisione operata a Bagdad dagli americani, così che il titolo di un articolo del New York Times del 2007 “Life in the red zone” mi fa venire in mente una provocazione: a L’Aquila oggi non c’è vita nella zona rossa) le ditte che operano indisturbate al suo interno hanno fatto e fanno quello che volevano. Comprese attività quali: farsi la doccia in piazza San Marciano, svuotare al posto dei proprietari le cantine contenenti bottiglie di vino pregiate, dormire dentro le case e insozzarne i bagni, violare ogni oggetto personale rimasto al loro interno. Così oggi la città è intubata con kilometri di tubi, che hanno ulteriormente sventrato l’interno delle abitazioni e la cui rimozione avrà un costo complessivo e per singolo palazzo spropositato.
I soldi della ricostruzione non è proprio vero che non ci sono, come si ostina a dire da mesi il sedicente primo cittadino Massimo Cialente, in quota Pd, per non dire che invece non è tenuto in alcuna considerazione da alcuno e la cui debolezza, per non dire mala fede in alcuni, molti casi, ha fatto comodo a molti, in primis forse allo stesso governo. Come ci ricordano Rizzo e Stella sul Corriere, il giro d’affari della ricostruzione ha portato in città 2 miliardi e 196 milioni di euro, ma come è ben noto, questi soldi sono semplicemente sono traslati direttamente all’industria, alle Acciaierie Marcegaglia ad esempio: “L’operazione dei puntellamenti non è ancora conclusa (è all’80%) ma si sono spesi già 70 milioni in catene e ponteggi. Nuovi di zecca, molti firmati «Marcegaglia». Comprati sulla base dei prezziari ufficiali: 25 euro a snodo, compresi i tubi e la messa in opera.” Li potete veder nel video girato per Lo Spazio della Politica lo scorso agosto.
E allora ecco perché il cratere aquilano è un problema nazionale, perché è un simbolo nazionale della debolezza della politica italiana su più livelli: centrale, locale e, in ultimo, anche civile. Molti potranno obiettare a quest’ultimo punto che il tentativo di riscossa civica che si è tentato a l’Aquila, con i comitati cittadini, con il tendone ormai recentemente e tristemente rimosso da Piazza del Duomo, quale sede dell’assemblea cittadina (una piazza nella piazza, una moderna agorà), con le carriole, con una controinformazione dal basso che ha avuto un discreto successo, se paragonata ai ben più potenti mezzi televisivi a disposizione del potere, ebbene quello stesso movimento da qualche mese è sempre più spento, provato e diviso sul da farsi. Quello stesso movimento ha dato prova fin’ora, purtroppo di una cosa, dell’immaturità civica del popolo italiano, poco abituato a gestire fenomeni di partecipazione democratica. Quello stesso movimento avrà bisogno di tempo, molto tempo e molta tenacia, oltre che di professionalità, per crescere e diventare un modello capace di agire concretamente e di essere ascoltato come un interlocutore sempre scomodo, costantemente presente, ma credibile anche a questa tristissima rappresentanza del potere politico.
Nel frattempo un altro inverno è alle porte e la città non ha tutto questo tempo, o forse non ce l’hanno gli occhi di Daniela, Giorgio, Stefano, Mattia, Sara, Andrea, Eugenia, Francesco, Eleonora, Paolo, Diego, Simone, Elena, Giusi, Patrizia, Enzo, Federico, Marco, Lorenzo, Luca, Ettore, e di tutti quelli la cui volontà dovrà continuare ad essere più forte del pessimismo della ragione. Per questo, nonostante questo pessimismo, se vieni a L’Aquila e la vedi non puoi non sentirti coinvolto e continuare a fare quello che è alla tua portata: scriverne e parlarne fino a che ogni ferita nelle case e, soprattutto, negli occhi e nei cuori non sarà rimarginata.



































Anna Longhini