Il terremoto che ha investito l’Abruzzo il 6 aprile del 2009 ha sconvolto e commosso l’intero paese. Quella mattina l’Italia scopriva di aver perso una città di rara bellezza, l’Aquila, una perla dalle 99 piazze e dalle altrettante chiese e fontane incastonata tra gli Appennini. Come tante altre volte, l’onda dell’emozione ha spinto i telegiornali per settimane, mesi, a dedicare qualche minuto alla tragedia; purtroppo, troppo spesso, più per la bramosia di ascolti che per la naturale solidarietà che suscitano tali sventure.
All’inizio del 2010, quando all’urgenza del disastro è seguito il bisogno di ricostruzione, le luci della ribalta si sono spente e un silenzio improvviso è calato sulle sorti della città. Vivendo all’estero, abbiamo sofferto meno la bulimia di notizie di molti connazionali e la nostra fame di informazione è rimasta forte. Abbiamo contattato Stefano Torelli, che ha alimentato con grande successo la rubrica aquilana su LSDP e siamo partiti, voglia di vedere e telecamera alla mano.
Stefano Torelli ed Anna Longhini ci hanno guidati nel ventre della città, nella zona rossa – il centro storico – e insieme ad una coppia di esperti vigili del fuoco abbiamo scoperto un grande cantiere inaccessibile ai cittadini. Siamo stati sulla faglia – la zona più devastata della città e solo raramente menzionata – dove quel giorno si verificarono i lutti più gravi. Il nostro viaggio è poi proseguito verso il villaggio di Onna, raso al suolo dalla scossa e rifondato qualche centinaia di metri più in là, grazie all’intervento della Croce Rossa e della Provincia Autonoma di Trento. In periferia, sulle strade che attraversano le valli attorno l’Aquila, abbiamo scorso i risultati del progetto C.A.S.E. – prefabbricati costruiti su piattaforme antisismiche che ospitano 15.000 persone, scoperto i MAP (moduli abitativi provvisori) ed altri acronimi del jargon del post-terremoto come i MEP o i MUSP.
Nella continua ricerca di informazioni e testimonianze, noi di LSDP ci siamo confrontati con abitanti, vigili del fuoco, ingegneri e albergatori parlando di terremoto, appalti, ricostruzione. Questo nostro racconto non ha niente di eroico o di coraggioso: anche noi di notte abbiamo avuto gli incubi, impressionati dalla desolazione e dalla devastazione di molti quartieri. Il terremoto fa ancora paura, il silenzio dell’Aquila impressiona. Vogliamo condividere con voi la nostra full immersion di 48 ore: seguiteci nelle rovine di un centro storico inagibile, tra le strade di una città capoluogo desolata alle 11 di mattina, ancora oggi presidiata da camionette di militari ad ogni monumento storico, dove le baracche sulla statale adibite temporaneamente a ristoranti e bar restituiscono agli aquilani un’apparente normalità nelle relazioni sociali.
Dalla nostra esperienza possiamo affermare che negli aquilani cresce di giorno in giorno la voglia di ripartire e ricominciare, ma nello stesso tempo permane anche un senso di sconfitta, indolenza e rabbia, che con tenacia e dignità non sfocia però nel vittimismo. La sensazione che traspare dalle nostre conversazioni con gli abitanti della città è che vi sia tanta incertezza per il proprio avvenire e molta incomprensione su quale sia il futuro della propria casa, del proprio lavoro e della ricostruzione della città. Non si riesce ad acchiappare il futuro e questo deprime. Stefano Torelli ricorda la sua Aquila, sperando che l’Aquila non diventi la prossima Pompei.



































Chiara Mazzone e Matteo Minchio