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Ci chiamavano bamboccioni Consumatori alla riscossa
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Non tutti i pirati vengono per nuocere

di Valentina Montalto · 4 Comments · in Economia ed innovazione, Web e tecnologie · 23 settembre 2010

All’indomani dell’adozione al Parlamento Europeo del c.d. “Rapporto Gallo” sull’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale, in Europa la battaglia tra i difensori dei tradizionali sistemi di “copyright management” e i promotori di nuovi modelli di business model é più viva che mai.

I numeri parlano chiaro. Il rapporto Gallo é stato adottato con 328 voti a favore e ben 245 voti contro e 81 astenuti, segno di una mancanza di visione comune sul tema. L’argomento di maggior dibattito é stato il file sharing, con i popolari che fanno rientrare l’attività di condivisione di file nell’ambito della pirateria digitale al contrario dei socialisti e i verdi. Secondo questi ultimi, il file sharing avrebbe piuttosto aumentato le possibilità di accesso alla cultura. Il Rapporto, invece, chiede alla Commissione europea di rivedere la Direttiva 2004/48/CE sui diritti di proprietà intellettuale al fine di dare la possibilità di procedere penalmente contro chi viola i diritti di proprietà intellettuale.

Tuttavia, il dibattitto resta acceso e ad opporsi a misure repressive non sono solo i socialisti e i verdi, ma molti altri attori – anche al di fuori del settore culturale – che optano per la ricerca di nuovi modelli di business per combattere la pirateria. Non ultimo il CEO di Google Eric Schmidt, che ha recentemente annunciato al Presidente Nicolas Sarkozy l’intenzione dell’azienda americana di creare un centro di ricerca su “cultura e innovazione” nella capitale culturale per eccellenza: Parigi. Il centro si focalizzerebbe sulle attività “culturali” che Google porta avanti già da qualche anno, come la digitalizzazione dei libri, giornali e documenti nell’ambito del progetto “Google Book Search”. Non a caso, gli editori francesi sono tra i principali oppositori del progetto in Europa, in quanto potrebbe mettere a rischio il pagamento delle royalties. Google Book Search, infatti, porta a un confronto diretto tra i nuovi attori della digitalizzazione e i tradizionali detentori e gestori dei diritti. Nonostante i primi scetticismi, Sarkozy sembra aver accolto l’idea.

Le attività culturali di Google e la ricerca di modelli alternativi di business adatti al mondo digitale non finiscono qui. Il colosso americano ha lanciato qualche anno fa Content ID, un nuovo “copyright management tool”. Questo permette ai detentori/gestori di diritti quali major o società di gestione collettiva di scegliere tra il blocco dei contenuti caricati illegalmente su YouTube, oppure la raccolta di dati sugli utenti o ancora il pagamento delle royalties attraverso gli introiti degli annunci pubblicitari. Dopo Universal, Disney e altre major, anche la SIAE ha siglato un accordo con YouTube per assicurare una ricompensa ai suoi aderenti. Sempre in tema, proprio oggi è arrivata la notizia della vittoria legale di Youtube contro l’emittente spagnola Telecinco.

Le iniziative in campo europeo non mancano. In Francia l’internet service provider Neuf ha cercato di aggirare l’ostacolo della pirateria combinando offerta musicale e servizi aggiuntivi. Il provider offre ai suoi abbonati oltre 150.000 titoli e un numero illimitato di download gratuiti. La finlandese Nokia ha siglato un accordo con la major Universal Music per lanciare il programma Comes with music che offre agli acquirenti di cellulari l’accesso all’intero catalogo Universal per 12 mesi. Nokia ottiene un duplice vantaggio: un elemento di differenziazione e la possibilità di un rinnovamento del telefono allo scadere dei 12 mesi. Si aggiungono infine i nuovi siti finanziati dalla pubblicità come Deezer e, ovviamente, YouTube. Tuttavia, il successo di quest’ultimo modello é ancora da verificare.

Sulla stessa onda di cambiamento, in Spagna la EXGAE, think thank e gruppo lobbistico a livello nazionale ed europeo, offre consulenza legale agli artisti su modelli di ricompensa alternativi rispetto a quello offerto dalla società di gestione collettiva spagnola SGAE (da cui il nome che ha fatto parlare “ex-gae”). Secondo la EXGAE i modelli attuali penalizzerebbero i giovani artisti a favore delle star. Ma la questione va oltre il binomio artisti emergenti-artisti affermati. Gli stessi Radiohead nel 2007 hanno abbandonato EMI per distribuire il loro nuovo album “In Rainbows” direttamente online con la possibilità di scaricare i brani a un prezzo a libera scelta dell’acquirente. Internet offre un rapporto diretto e immediato con i propri fan, impensabile fino a qualche anno fa.

Applicazione dei diritti di proprietà intellettuale o ricerca dei nuovi business model? Probabilmente l’uno non esclude l’altro, ma visto che né l’efficacia delle misure repressive né quella dei nuovi business model é stata pienamente provata, occorrerebbe studiare attentamente i nuovi comportamenti dei consumatori e tutelare gli artisti senza scoraggiare l’innovazione. In fondo, internet ha i suoi vantaggi (rapporto diretto con i fan, visibilità, possibilità di individuare e raggiungere pubblici di nicchia), le nuove tecnologie introducono nuove fonti di introito (vendita di prodotti fisici complementari, MP3 in vendita su piattaforme di distribuzione online come iTunes, introiti da pubblicità, che migra sempre verso il mondo digitale) e l’interesse per musica e film non é stato mai evidente come in questo momento.

Tagged with: business model • copyright • Google • Nokia • pirateria • Spagna • Youtube 
Valentina Montalto
Autore

Valentina Montalto

Nata a Palermo nel 1985, è ricercatrice e consulente presso KEA European Affairs, agenzia di consulenza strategica con sede a Bruxelles specializzata nel settore delle industrie culturali e creative. Per LSDP si occupa delle relazioni tra economia e cultura.

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  • roberta quero

    Ciao, vorrei lasciare un commento con 2 spunti di riflessione:
    1) Cosa distingue i contenuti Internet da tutti gli altri prodotti? La differenza sta nel fatto che, per esempio, se una penna la uso io, non la puoi usare contemporaneamente anche tu, mentre un software lo possiamo condividere io e te senza limitazioni e traendone reciproco vantaggio. Questa è il piccolo, ma a ben vedere, rivoluzionario contributo di Internet alla diffusione di idee e alla circolazione delle informazioni.

    2) “Free” non vuol dire necessariamente “gratis”, l’accezione più corretta del termine è “libero”. Il fatto che una risorsa sia disponibile in versione free in rete, non esclude il fatto che si possa acquistare. Il pagamento diventa a discrezione dell’utente, che può deciderne liberamente il prezzo. Come piccolo esempio cito il recente film “Sita” della regista californiana Nina Paley, che ha distribuito il suo film come “creative commons” ed, oltre alle spese, ha già ricavato 50mila dollari in pochi giorni.

  • Valentina Montalto

    Grazie per gli spunti, ma non vorrei che il problema venisse semplificato. Certo, sarebbe bello se gli artisti mettessero le loro opere liberamente a disposizione e lasciassero al consumatore la scelta di pagare o meno. Tuttavia, mi sembra che questo accada soltanto nel minore dei casi. Al contrario, le opere sono “free” in rete per volontà dell’utilizzatore e non del detentore di diritti. Di fatto, spesso e volentieri “free” diventa sinonimo di “gratis” ed è in questo senso che la pirateria diventa un problema da risolvere.

  • roberta quero

    Nel commento volevo sottolineare il fatto che Internet rappresenti una grande opportunità per artisti poco noti, che scelgono di distribuire le loro opere come “creative commons” per farsi conoscere.
    Lungi da me l’essere il pirata della situazione, penso solo che il problema del costo dei contenuti Internet esista e che si debba perseguire ogni tentativo volto a creare un accordo soddisfacente per entrambe le parti, ossia gli artisti e i fruitori.

  • http://logg.it Sinigagl

    Faccio alcune aggiunte al bell’articolo.
    L’eliminazione dell’intermediazione introdotta dai formati digitali e dalla rete rende ineludibile trovare dei modelli di business che passino di qui, per due motivi:
    perchè la lotta “dura e pura” alla pirateria costa di più delle perdite subite
    http://click.logg.it/2009/09/26/la-lotta-alla-pirateria-costa-piu-delle-perdite-delle-case-musicali-in-uk/
    perchè “fatta la legge, trovato l’inganno”, soprattutto per il software che è sempre crackabile
    http://click.logg.it/2010/03/11/hadopi-fa-flop-in-francia-aumenta-la-pirateria/
    La distribuzione futura dei media (musica, video, libri) deve trovare quindi una modalità di fruizione che renda scomoda, inutile la pirateria (iTunes docet), altrimenti spariranno gli editori e insieme a loro anche gli autori, perchè non è possibile svuotare il mare con un bicchiere.

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