All’indomani dell’adozione al Parlamento Europeo del c.d. “Rapporto Gallo” sull’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale, in Europa la battaglia tra i difensori dei tradizionali sistemi di “copyright management” e i promotori di nuovi modelli di business model é più viva che mai.
I numeri parlano chiaro. Il rapporto Gallo é stato adottato con 328 voti a favore e ben 245 voti contro e 81 astenuti, segno di una mancanza di visione comune sul tema. L’argomento di maggior dibattito é stato il file sharing, con i popolari che fanno rientrare l’attività di condivisione di file nell’ambito della pirateria digitale al contrario dei socialisti e i verdi. Secondo questi ultimi, il file sharing avrebbe piuttosto aumentato le possibilità di accesso alla cultura. Il Rapporto, invece, chiede alla Commissione europea di rivedere la Direttiva 2004/48/CE sui diritti di proprietà intellettuale al fine di dare la possibilità di procedere penalmente contro chi viola i diritti di proprietà intellettuale.
Tuttavia, il dibattitto resta acceso e ad opporsi a misure repressive non sono solo i socialisti e i verdi, ma molti altri attori – anche al di fuori del settore culturale – che optano per la ricerca di nuovi modelli di business per combattere la pirateria. Non ultimo il CEO di Google Eric Schmidt, che ha recentemente annunciato al Presidente Nicolas Sarkozy l’intenzione dell’azienda americana di creare un centro di ricerca su “cultura e innovazione” nella capitale culturale per eccellenza: Parigi. Il centro si focalizzerebbe sulle attività “culturali” che Google porta avanti già da qualche anno, come la digitalizzazione dei libri, giornali e documenti nell’ambito del progetto “Google Book Search”. Non a caso, gli editori francesi sono tra i principali oppositori del progetto in Europa, in quanto potrebbe mettere a rischio il pagamento delle royalties. Google Book Search, infatti, porta a un confronto diretto tra i nuovi attori della digitalizzazione e i tradizionali detentori e gestori dei diritti. Nonostante i primi scetticismi, Sarkozy sembra aver accolto l’idea.
Le attività culturali di Google e la ricerca di modelli alternativi di business adatti al mondo digitale non finiscono qui. Il colosso americano ha lanciato qualche anno fa Content ID, un nuovo “copyright management tool”. Questo permette ai detentori/gestori di diritti quali major o società di gestione collettiva di scegliere tra il blocco dei contenuti caricati illegalmente su YouTube, oppure la raccolta di dati sugli utenti o ancora il pagamento delle royalties attraverso gli introiti degli annunci pubblicitari. Dopo Universal, Disney e altre major, anche la SIAE ha siglato un accordo con YouTube per assicurare una ricompensa ai suoi aderenti. Sempre in tema, proprio oggi è arrivata la notizia della vittoria legale di Youtube contro l’emittente spagnola Telecinco.
Le iniziative in campo europeo non mancano. In Francia l’internet service provider Neuf ha cercato di aggirare l’ostacolo della pirateria combinando offerta musicale e servizi aggiuntivi. Il provider offre ai suoi abbonati oltre 150.000 titoli e un numero illimitato di download gratuiti. La finlandese Nokia ha siglato un accordo con la major Universal Music per lanciare il programma Comes with music che offre agli acquirenti di cellulari l’accesso all’intero catalogo Universal per 12 mesi. Nokia ottiene un duplice vantaggio: un elemento di differenziazione e la possibilità di un rinnovamento del telefono allo scadere dei 12 mesi. Si aggiungono infine i nuovi siti finanziati dalla pubblicità come Deezer e, ovviamente, YouTube. Tuttavia, il successo di quest’ultimo modello é ancora da verificare.
Sulla stessa onda di cambiamento, in Spagna la EXGAE, think thank e gruppo lobbistico a livello nazionale ed europeo, offre consulenza legale agli artisti su modelli di ricompensa alternativi rispetto a quello offerto dalla società di gestione collettiva spagnola SGAE (da cui il nome che ha fatto parlare “ex-gae”). Secondo la EXGAE i modelli attuali penalizzerebbero i giovani artisti a favore delle star. Ma la questione va oltre il binomio artisti emergenti-artisti affermati. Gli stessi Radiohead nel 2007 hanno abbandonato EMI per distribuire il loro nuovo album “In Rainbows” direttamente online con la possibilità di scaricare i brani a un prezzo a libera scelta dell’acquirente. Internet offre un rapporto diretto e immediato con i propri fan, impensabile fino a qualche anno fa.
Applicazione dei diritti di proprietà intellettuale o ricerca dei nuovi business model? Probabilmente l’uno non esclude l’altro, ma visto che né l’efficacia delle misure repressive né quella dei nuovi business model é stata pienamente provata, occorrerebbe studiare attentamente i nuovi comportamenti dei consumatori e tutelare gli artisti senza scoraggiare l’innovazione. In fondo, internet ha i suoi vantaggi (rapporto diretto con i fan, visibilità, possibilità di individuare e raggiungere pubblici di nicchia), le nuove tecnologie introducono nuove fonti di introito (vendita di prodotti fisici complementari, MP3 in vendita su piattaforme di distribuzione online come iTunes, introiti da pubblicità, che migra sempre verso il mondo digitale) e l’interesse per musica e film non é stato mai evidente come in questo momento.



































Valentina Montalto
Nata a Palermo nel 1985, è ricercatrice e consulente presso KEA European Affairs, agenzia di consulenza strategica con sede a Bruxelles specializzata nel settore delle industrie culturali e creative. Per LSDP si occupa delle relazioni tra economia e cultura.