In un suo recente intervento, Matteo Minchio ha recensito il libro del Premio Nobel della Pace 2004, l’ecologista kenyana Wangari Matthai, un esponente insigne della tesi che gli africani debbano prendere in mano il proprio processo di sviluppo, rifuggendo dall’assistenzialismo. Allo stesso modo, l’economista zambiana Dambisa Moyo, recensita su LSDP da Raffaele Mauro, ha addirittura individuato negli aiuti allo sviluppo la principale causa del mancato decollo dell’Africa dopo la decolonizzazione.
Qualche mese fa, è nato, per iniziativa di Timor Leste, uno degli ultimi arrivati nella comunità internazionale ed uno dei paesi più poveri al mondo, il g7, un foro dei paesi più poveri e fragili del mondo: il nome richiama volutamente, in minuscolo, il G 7 che prese solenni impegni d’aiuti all’Africa ed ai paesi in via di sviluppo nel 2005 a Gleaneagles. In realtà, il foro di Timor non riunisce solo i 7 paesi più poveri del mondo, come la sigla potrebbe far pensare, ma tutti quei paesi ed organismi interessati a stimolare il dibattito internazionale sugli stati fragili e colpiti da conflitti che ne bloccano lo sviluppo.
Una delle tesi del g7 è che l’imponente mole di aiuti allo sviluppo ha in realtà effetti limitati sulla situazione dei paesi più poveri del mondo. Il problema di fondo non è tanto quello dell’ammontare degli aiuti ricevuti dai paesi più poveri, ma piuttosto quello della pertinenza degli investimenti, del coordinamento tra donatori, della sintonia tra politiche pubbliche, capacità di governance ed aiuti ricevuti. La cooperazione allo sviluppo è, dagli anni 50 in poi, work in progress. Improvvisata come politica di sostegno ad una decolonizzazione che, ricordiamolo, avvenne molto rapidamente, ha in buona parte fallito i suoi obiettivi. In realtà, i mali e le distorsioni degli aiuti allo sviluppo sono stati ben identificati: la Dichiarazione di Parigi ed il Piano d’Azione di Accra per il raggiungimento nel 2005 degli Obiettivi del Millennio (MDG) definiscono molto chiaramente attorno a quali obiettivi è necessario strutturare l’azione internazionale di cooperazione allo sviluppo: prevedibilità degli aiuti nel medio periodo, definizione delle priorità negli aiuti da parte del paese e non tanto dal donatore, coordinamento adeguato tra donatori al fine di evitare sovrapposizioni ed incoerenze, fine della condizionalità e del legame tra forniture ed origine nazionale dei prodotti forniti.
Se da una parte, le promesse di Gleanagles non sono state rispettate, anche a causa della sopravvenuta crisi economica, e la maggior parte dei donatori sono ben lontani dall’obiettivo dello 0.7% del PIB in aiuti allo sviluppo fissato nel lontano 1980 (solo Lussemburgo, Norvegia, Danimarca, Finlandia e Svezia l’hanno raggiunto in qualche momento), il problema non parrebbe essere solo quello della mancanza di risorse, ma piuttosto quello di un loro miglior uso. Se tutti sono d’accordo sulla pertinenza della Dichiarazione di Parigi, la sua applicazione sul terreno rimane complessa, perchè comunque i paesi donatori continuano a perseguire le loro politiche, a volte senza sufficiente contatto o considerazione delle realtà di terreno.
Il coordinamento e lo sforzo d’informazione tra donatori ha fatto importanti passi avanti negli ultimi anni, specie all’interno dell’UE che, non dimentichiamolo, è di gran lunga il primo donatore mondiale in aiuti non rimborsabili (donazioni): l’UE ed i suoi stati membri rappresentano più della metà degli aiuti mondiali. In termini di avvicinamento agli obiettivi per il millennio a 5 anni dalla scadenza fissata nel 2015, la lettura attuale è mista: l’obiettivo di ridurre della metà povertà globale e denutrizione sarà probabilmente raggiunto, ma il quadro è più irregolare per quanto riguarda l’alfabetizzazione, la mortalità infantile e quella materna, la lotta alle epidemie (malaria, tubercolosi, AIDS), l’uguaglianza di genere e la sostenibilità ambientale.
I maggiori progressi non sono derivati dall’efficienza delle politiche di cooperazione Nord – Sud, ma piuttosto dallo sviluppo economico sperimentato dai grandi paesi emergenti, soprattutto Cina, Brasile ed India, che in questi anni ha portato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone. Emerge quindi una nuova breccia, impensabile sino a pochi anni fa: quella tra i paesi in grado di emergere impetuosamente nell’ambito della competizione globale, e quelli con meno possibilità di farlo. Ma lo sviluppo non è solo, come si credeva un tempo, una questione economica, risolvibile con trasferimenti di ricchezza: è un problema molto più complesso, con numerose variabili, tra cui le più importanti hanno probabilmente più a vedere con la governance, la trasparenza, la democrazia, lo sviluppo sociale e culturale.
Meglio rifuggire quindi da ricette troppo semplicistiche: sì, è vero che i paesi più poveri devono prendersi carico delle loro responsabilità, senza attendere l’araba fenice di aiuti che spesso arrivano tardi e male. Ma i paesi più ricchi non devono pensare che questo li esoneri dalle loro responsabilità: l’esperienza di terreno dimostra che se la cooperazione ha dei limiti, ha anche fatto molto di buono, e non solo in occasione di emergenze e disastri.
La crisi economica globale non va presa come scusa per tagliare gli aiuti, ma come stimolo per migliorarne l’efficacia e trovare soluzioni globali e d’interesse generale ai grandi problemi che assillano l’umanità, che richiedono risposte comuni. Un esempio su tutti: la sfida del cambiamento climatico, ancora sottovalutata nonostante l’evidenza scientifica e l’urgenza d’adottare politiche globali concertate per la riduzione delle emissioni. I dati dimostrano che l’inazione è un lusso che non possiamo permetterci, e che l’aumento delle temperature in corso avrà conseguenze notevolissime sui modi di vita cui siamo abituati. I paesi più poveri saranno i più colpiti, e le misure da adottare richiedono maggiore responsabilità di quella dimostrata l’anno scorso a Copenaghen. Non si tratta d’imporre soluzioni magiche o miracolose, che non ci sono, ma far sì che la comunità internazionale si dimostri capace d’adottare una serie di soluzioni che permettano d’invertire la tendenza attuale, che porterà ad uno sconvolgimento dei nostri modi di vita se non saremo stati in grado di prevenirlo.
L’anno scorso s’ironizzò molto sulla presunta marginalizzazione dell’Unione Europea in quella conferenza: in realtà, l’UE fu l’unico attore internazionale che prese impegni precisi, tanto di riduzione delle emissioni come di finanziamenti ai paesi più poveri per attenuare le conseguenze del cambiamento climatico. E l’impegno preso a Kyoto di ridurre del 20% le nostre emissioni lo si sta raggiungendo (e siamo i soli), anche grazie al rallentamento economico. Anche se l’euro – pessimismo è divenuto una moda, forse a Copenaghen si era sbagliato qualcun altro. Senza una nuova governance mondiale, che unisca i paesi più poveri con le società più sviluppate, andremo solo incontro a sgradevoli sorprese. Ed in questo contesto, non è affatto detto che il modello europeo sia quello perdente.





































Stefano Gatto
Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.