Nei giorni scorsi i giornalisti del Corsera hanno incorciato le braccia. Non si vuole qui affrontarne le ragioni, per carità, ogni categoria professionale e ogni singolo professionista hanno la libertà di condurre nel modo ritenuto migliore le proprie battaglie sindacali. Stavolta, però, è da notare un fatto, a ben vedere molto importante: la redazione di via Soferino non ha gradito la lettera che il direttore, Ferruccio De Bortoli, ha indirizzato ai giornalisti e nella quale ha sottolineato una pura e semplice verità.
Ragazzi, è in sintesi il messaggio lanciato, nel panorama della multimedialità è il tempo di rischiare e di abbandonare logiche difensive e passatiste. Ecco, allora, l’invito: non si può considerare il lavoro sul web secondario come se la professione giornalistica non si fosse evoluta e fosse invece rimasta ancorata alle regole e alle qualifiche professionali di un tempo. Oltretutto, sottolinea De Bortoli, il Corsera ha ottenuto ottimi risultati sia nella versione Ipad che per quanto riguarda la web tv, tutte sperimentazioni che definire innovative è quasi paradossale, essendo, nella pratica, versioni del quotidiano alla portata di qualunque utente, non certo di una nicchia alfabetizzata in maniera specifica.
Insomma, De Bortoli con la propria lettera compie un atto di coraggio: mette in luce un aspetto tipico delle categorie che adattandosi alla logica della difesa rischiano di perdere di vista il futuro, le evoluzioni del proprio lavoro, i dettami di una tecnologia che se non conosciuta, assecondata e persino amata relega all’obsolescenza rapida chi s’accontenta d’adoperare i classici ferri del mestiere. Il messaggio del direttore ha un valore che va al di là della contingenza in cui è stato espresso e ha una portata culturale chiara, perché è un monito: bisogna essere barbari. I barbari, così come sono stati raccontati da Alessandro Baricco sulle pagine di Repubblica qualche tempo fa, sono i protagonisti della mutazione, gli attori del cambiamento, non s’arroccano sul presente, non considerano perpetue le conquiste già compiute, non si accontentano. Sono coraggiosi e curiosi. Il giornalista, è evidente, per una ragione di onestà intellettuale, ha l’obbligo del coraggio e della curiosità insieme: è, quindi, barbaro per definizione. Se non lo è accetta in maniera quasi inconsapevole di diventare qualcos’altro, di perdere di vista il mondo, di mettersi a parlare a un pubblico che, banalmente, non esiste più nelle forme e con le abitudini che egli s’immagina.
Se un tempo con “Bel Ami” appoggiato sul comodino il fascino del giornalista stava tutto dentro quelle scarpe consumate, oggi sta nelle dita che digitano veloci e sono abili a scovare, trovare, connettersi col mondo e raccontarlo con il gusto costante della scoperta. Usare la rete non significa rinunciare a quegli strumenti già in uso e validi, l’intervista di persona, la ricerca delle carte, la consultazione dei propri archivi. Anzi, è il contrario. Significa mettere insieme prassi tradizionale e possibilità web, lavorare, forse, di più, però meglio. Il web non può essere considerato la novità, il nuovo mondo, quello che verrà: ci siamo dentro con tutte e due le scarpe e se un giornalista non sa capirlo è destinato a vedersi superato persino in credibilità da testate modello Huffington Post o The Politico che oltreoceano sono già considerate soggetti più che autorevoli nel panorama dell’informazione. Quello che però sembra stentare a cambiare è un atteggiamento culturale che motiva alla difesa più che alla ricerca del New Deal dell’informazione. Ed è forse per questa ragione che tanto giornalismo appare paludato, politicante, noioso, stantio. Perché non è barbaro. Allora largo ai barbari, a quelli che nelle conventicole non ci stanno e, a dirla tutta, non è che aspirino proprio ad entrarci
(Pubblicato su FFwebmagazine del 5/10/2010)





































Federica Colonna
Nata a Viterbo nel 1979, è responsabile dello studio di comunicazione politica Dueccì. Collabora con Il Fatto Quotidiano, Il Futurista e La Lettura del Corriere. Per LSDP si occupa dei nuovi trend della comunicazione politica.