All’indomani della disfatta in Sudafrica scrissi un pezzo sui possibili punti di ripartenza del sistema-calcio italiano, mettendo al centro dell’analisi la questione dei nuovi stadi. Il tema merita ora di essere riaffrontato alla luce di un episodio d’attualità. Da qualche giorno è infatti online il sito di presentazione dei lavori per il nuovo stadio della Juventus, sorto sulle ceneri del vecchio Delle Alpi e che verrà inaugurato il prossimo anno.
Il progetto del nuovo stadio della Juventus contiene cinque punti che ne qualificano l’importanza strategica, aldilà degli aspetti strettamente legati al fattore tecnico (migliore fruizione della partita per gli spettatori etc.), e che si collegano strettamente al filone “calcio & interesse nazionale” aperto da tempo su LSDP. Vediamo di analizzarli:
1) Il calcio, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è importante solo per i suoi aspetti tecnici (la partita, le polemiche, il calciomercato, le chiacchiere da bar sport), ma anche per le esternalità economiche che è capace di creare. Diciamolo in maniera diretta e comprensibile. Se aumenta il fatturato della Juventus grazie agli introiti commerciali assicurati dalle varie attività collegate ad uno stadio funzionante 24/7 non è un bene solo per i tifosi vogliosi di nuovi colpi al calciomercato, ma anche e soprattutto per la nuova occupazione che può essere creata nell’indotto. Avere degli stadi moderni è un fattore di sviluppo, e le altre città europee l’hanno capito. Prendiamo il caso dei flussi turistici. In Inghilterra l’Arsenal ha addirittura ideato la possibilità di prenotare delle visite dello stadio accompagnati da alcune vecchie glorie del passato (c’è una lista da cui scegliere, ovviamente a prezzi più alti della semplice visita normale). Per fare un esempio in ottica italiana, pensiamo alla risorsa strategica in ottica nuovi turisti gialli rappresentata dal “tour con Alessandro del Piero”, una delle due icone per eccellenza del calcio italiano in Asia assieme a Francesco Totti. Gli esempi potrebbero continuare, ovviamente.
2) La partnership pubblico-privati funziona. Gran parte degli investimenti per il nuovo Delle Alpi è stata infatti finanziata dal Credito Sportivo – che sta alle infrastrutture sportive del nostro Paese un po’ come la Cassa Depositi e Prestiti sta a quelle non sportive – il quale ha giocato un ruolo decisivo per salvare un’operazione che qualche anno fa pareva destinata allo stallo dopo la mancata assegnazione degli Europei del 2012 all’Italia. Nella crisi dello Stato di cui parlammo qualche tempo fa, sono due istituzioni pubbliche che funzionano e sono gestite in maniera efficiente. Il modello del nuovo stadio torinese è quindi un esempio di come il binomio pubblico-privato applicato allo sport non voglia dire solo la corruzione degli impianti dell’Acqua Acetosa portati alla luce dalle inchieste sulla “cricca”.
3) La riqualificazione urbana, un punto su cui il marketing della società juventina insiste molto. Torino è la città italiana che nell’ultimo decennio ha vissuto le traformazioni urbane più interessanti e lungimiranti, e purtroppo ancora poco raccontate. Il nuovo stadio è un tassello che può contribuire a gettar luce sul resto, così come, per passare ad un esempio negativo, le diatribe tra le squadre milanesi sulla gestione di San Siro sono lo specchio di una Milano dove i diversi attori privati non sono in grado di collaborare efficacemente tra loro e con le istituzioni pubbliche.
4) Il problema sicurezza, come simboleggiato dalla presenza del ministro Maroni alla riunione di ieri della Lega. La responsabilizzazione delle società nella gestione diretta della sicurezza dentro agli stadi può portare dei miglioramenti significativi su uno dei problemi più grandi del nostro sistema-calcio.
5) Infine, un aspetto che ci sta particolarmente a cuore, la Rete. La scelta del mezzo comunicativo per la presentazione del nuovo stadio è stata infatti affidata ad un sito che permette di monitorare l’evoluzione dei lavori e di effettuare dei tour virtuali dentro al nuovo stadio. Anche qui siamo di fronte ad nun’innovazione. Confrontate i siti delle squadre di calcio inglesi con quelle italiane, e rabbrividite di fronte alla nostra arretratezza. Anche questo è un tema che noi de LSDP – think-tank in Rete e per la Rete – promettiamo di affrontare nuovamente.
Speriamo che questi punti vengano fatti oggetto di discussione tra qualche mese. La speranza è che, come nell’Italia del Medioevo (in fondo gli stadi stanno alle città contemporanee come le cattedrali stavano a quelle medievali), possa verificarsi un’emulazione al rialzo e che quello di Torino non rimanga perciò un caso isolato, ma un modello da imitare. Difficile, basti vedere quanto sta accadendo a Firenze per la Cittadella Viola, ma non impossibile. Che cento nuovi stadi fioriscano allora. Per concludere, una piccola nota a margine. In Inghilterra esiste un’apposita commissione parlamentare sul calcio, che annualmente si occupa di formulare proposte di policy e di valutare i risultati di quelle adottate. Arriveremo mai a questo traguardo anche in Italia?





































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