Il filone calcio&politica è ormai di casa nelle analisi ospitate da questo blog. Lungo tutto il 2010 abbiamo affrontato varie figurazioni di questo rapporto: la leadership degli allenatori, la geopolitica dei mondiali, la tragedia della nazionale del Togo, la questione dei nuovi stadi, per arrivare alle violenze della notte di Italia-Serbia. Oggi aggiungiamo altri tre tasselli offerti dalle cronache di questi giorni, per rivendicare la profondità e la centralità di questo campo d’analisi purtroppo ignorato dalle chiacchiere da bar sport della nostra informazione sportiva e dallo snobismo di molti che pensano, sbagliando, che il calcio sia ancora solo un gioco.
Il primo episodio è relativo alla protesta studentesca di martedì scorso a Roma. Come ha notato Mattia Diletti su Italia 2013 gli scontri di piazza hanno consapevolmente riprodotto dinamiche da stadio, come riportato anche da alcune testimonianze. Questo fatto induce ad una riflessione storica. Quarant’anni fa il tifo organizzato nacque come mimesi dell’attivismo politico giovanile, mutuandone in molti casi i nomi (le Brigate Rossonere, i Fedayn etc.) e la violenza. Se lungo gli anni Settanta la politica si caricò per molti giovani di troppo senso (fino alla perversione terroristica di dare la morte come forma di massima adesione alle proprie convinzioni politiche), oggi assistiamo al processo inverso, ad una politica letteralmente svuotata di senso per le giovani generazioni. Ma anche in questa inversione si nascondono dei pericoli. C’è un lato oscuro della politica rimpiazzata nelle nuove generazioni dall’appartenenza alle squadre di calcio (anche in questa occasione rimandiamo alle analisi statistiche di Ilvo Diamanti in materia). Se la politica diventa a tal punto insignificante, attaccarne le istituzioni, a partire dal Parlamento, non diventa più sacrilego. Diventa un fatto normale, di routine. Sono elementi preoccupanti, per fortuna ancora circoscritti, ma che meriterebbero una riflessione più approfondita.
Veniamo al secondo episodio. Nella nostra classifica dei global thinkers abbiamo scritto dello sviluppo dell’Africa come prossima grande avventura globale. Il Mazembe, la squadra congolese che oggi pomeriggio sfiderà l’Inter a Dubai nella finale del Mondiale per club, può essere considerato un segno profetico di questa avventura? Difficile da dire, certo è il segnale di un grande cambiamento, nonostante la nuova Coppa Intercontinentale sia ormai priva di vero fascino sportivo. Quello che al momento colpisce nella storia della squadra africana è il ruolo del presidente Moise Katumbi, imprenditore e politico (attualmente governatore della provincia del Katanga) con ambizioni nazionali. Alcuni giornalisti sportivi l’hanno paragonato al magnate russo Roman Abramovich, per la capacità di spesa milionaria. In realtà il vero modello può essere considerato Silvio Berlusconi, il primo ad aver compreso come la risorsa calcio potesse rappresentare un elemento di superiorità sugli altri competitori politici, in termini comunicativi e simbolici. E’ un po’ lo stesso meccanismo per cui secondo il politologo Daniel Drezner le superstar della musica e del cinema impegnate in varie cause politiche avrebbero oggi molta più influenza di tanti policymakers tradizionali occupati nelle stesse questioni. Poi, ovviamente, il calcio da solo non basta per vincere, come dimostra la sconfitta dell’ex presidente del Barça Joan Laporta alle recenti elezioni regionali in Catalogna. Ad ogni modo la tendenza globale che vede sempre più ex calciatori o presidenti di società calcistiche tentare l’ingresso in politica appare destinata a crescere, proprio per i motivi appena analizzati.
Chiudiamo tornando in Italia, dove ancora si sta prestando poca attenzione al ritorno sulla scena pubblica di Giovanni Consorte, l’ex capo dell’Unipol protagonista degli scandali finanziari che agitarono il mondo economico e politico italiano nel 2005. E’ lui infatti il grande manovratore dell’operazione che sta per portare l’industriale bolognese del caffè Massimo Zanetti alla guida del martoriato Bologna. Un’operazione che qualcuno saluta già come il primo segnale di riscatto di una città che negli ultimi anni ha subito vari colpi al proprio orgoglio civico. C’è da notare una cosa in questa vicenda. E’ proprio quel “di più” simbolico del calcio – che in questo caso agisce da elemento purificatore – che sta permettendo a Consorte di ricostruirsi una nuova legittimazione pubblica impensabile sino a qualche tempo fa. Ancora convinti che il calcio sia “solo” un gioco?



































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore e direttore editoriale de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, delle dinamiche politiche ed economiche dell’India contemporanea e di geopolitica dello sport.