Le decisione di Lula di non concedere l’estradizione di Cesare Battisti in Italia, accolta tra molte polemiche in Italia, non è così sorprendente quando vista dal lato brasiliano. La non-estradizione di Battisti è dovuta alla percezione, assai diffusa nel mondo, dell’inaffidabilità del sistema giudiziario italiano: tanto negli anni di piombo come ora.
Non dobbiamo sorprenderci che in altri paesi si giunga a tale conclusione, che personalmente ritengo errata nonostante tutte le ben note manchevolezze della giustizia italiana, quando da parte del governo in carica si adotta da anni una linea di costante attacco alla magistratura, etichettata d’epiteti d’ogni sorta, che diffondono nel mondo un’immagine negativa del nostro sistema giudiziario. Anche se i governi italiani hanno tradizionalmente avuto poco successo nell’ottenere estradizioni, specie di condannati per reati che possono essere fraintesi come politici, la situazione è senz’altro peggiorata da quando una parte politica ha fatto della magistratura un nemico. Anche se i motivi per cui si attacca la magistratura italiana hanno ben poco a che vedere con le condanne di Cesare Battisti, i nostri interlocutori nel mondo ne ricavano un’immagine confusa, che semina il dubbio su una sua presunta inaffidabilità complessiva. Contrariamente a quanto pensano alcuni, discreditare continuamente la magistratura non rafforza il paese, ma lo indebolisce.
E’ poi ben noto che in certi ambienti politici esiste una simpatia diffusa nei confronti dei protagonisti degli anni di piombo: questo è vero in Francia, ma anche in Brasile, dove Battisti è arrivato fuggendo da un’estradizione dalla Francia ormai divenuta inevitabile anche per l’esistenza di precise regole europee in materia penale. Nel 2009, la decisione dell’allora ministro della giustizia brasiliano Tarso Genro di concedere l’asilo politico a Battisti fu figlia di una rete di contatti politici internazionali, di cui il PT fa integralmente parte, all’interno della quale i protagonisti di quegli anni sono visti come perseguitati, al di la’ dei crimini commessi. La legge brasiliana permette la concessione dell’asilo se
“”a parte requerida tiver razões ponderáveis para supor que a pessoa reclamada será submetida a atos de perseguição e discriminação por motivo de raça, religião, sexo, nacionalidade, língua, opinião política, condição social ou pessoal, ou que sua situação possa ser agravada por um dos elementos antes mencionados”.
Per quanto ci possa sembrare incredibile, Genro pensò allora che nel caso di Battisti sussistessero tali circostanze. Da notarsi che Genro è esponente dell’ala sinistra del PT. Anche se il Supremo Tribunal Federal (STF) revocò successivamente l’asilo, considerando che i reati per i quali Battisti fu condannato fossero comuni e non politici, lo stesso STF aprì successivamente la via alla decisione di Lula, quando in una sua opinone successiva suggerì che dovessero essere comunque rispettati i termini del trattato italo – brasiliano sull’estradizione, che prevede il rifiuto in caso d’esistenza d’un timore fondato di possibile persecuzione politica. E’ questo il caso di Battisti, condannato in via definitiva per quattro omicidi? Sappiamo bene di no, ma, come ha sottolineato Brasilia in questi giorni, si tratta d’una decisione sovrana del Brasile, che Lula ha preso senza farsi troppi problemi.
In questo modo Lula, presidente uscente d’enorme successo ma ai ferri corti con l’ala sinistra del proprio elettorato potenziale, riesce, nell’ultimo giorno del suo mandato a fare “qualcosa di sinistra” a costo quasi zero. Certo, l’immagine dello stesso Lula in questo campo rimane un po’ confusa, se teniamo conto delle sue dichiarazioni poco solidali nei confronti dei prigioneri politici cubani. Al tempo stesso, con questa decisione il Brasile riafferma la linea di politica estera fatta propria negli ultimi anni: quella della costante riaffermazione del proprio potere sovrano come paese di prima fila della comunità internazionale. Handicappato per anni dai suoi problemi economici, da quando il paese ha imboccato il cammino della crescita ha potuto ritrovare la sua politica estera vocazionale senza più arrossire: ora può permettersi di non concedere un’estradizione ad un paese democratico e del primo mondo come l’Italia facendosi portatore di preoccupazioni circa il rispetto dei diritti umani in tale paese. Il messaggio è geopolitico, non giuridico.
Se si concretizzasse, come oggi informa la stampa brasiliana, una possibile dichiarazione di solidarietà con l’Italia dell’UE (che sarebbe doverosa alla luce del nostro sistema di cooperazione giudiziaria), questo non modificherebbe nulla, anzi rafforzerebbe l’orgoglio brasiliano. In questo caso, anche se non dovrebbe contare nulla trattandosi di procedimenti giudiziari, la scarsa chimica tra Lula ed il presidente del consiglio italiano non ha giovato: ecco un limite della politica estera personalista portata avanti dal nostro governo: la si elogia quando funziona, ma spesso invece non funziona. Nonostante le speculazioni pubblicate in questi giorni dalla stampa italiana, pare molto improbabile infine che Dilma Rousseff ribalti la decisione di Lula, nonostante le opinioni espresse in campagna elettorale.





































Stefano Gatto
Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.