Non lavorare stanca. Soprattutto quando ci si vuole creare una vita propria e uscire di casa. Eppure sembra che la nostra classe politica pensi che non lavorare sia una scelta di comodità e pigrizia e che quindi basterebbe un po’ più di umiltà da parte dei giovani per risolvere i problemi del mercato del lavoro, confondendo forse questa nobile parola con la meno elevata umiliazione.
Gli ultimi dati di Unioncamere sulle nuove imprese create nel 2010, infatti, sembrano leggermente in controtendenza con questo comun sentire. Nel 2010 un quarto delle 213 mila “vere” nuove imprese italiane (al netto quindi di nuove registrazioni dovute a cambiamento di forma giuridica o localizzazione) sono state create da under 30. Nel 2009 erano una su cinque, mentre la popolazione tra i 15 e i 30 anni rappresenta solo il 15% della popolazione totale. I bamboccioni sembrano più imprenditoriali del previsto. Che cosa li muove?
Per gli under 30 è soprattutto la necessità di trovare un’occupazione (28% delle risposte fornite) e la difficoltà a trovare un lavoro come dipendente (14%) a far scattare la molla imprenditoriale. Altri giovani neoimprenditori, invece, si mettono in proprio per avere un maggior successo personale ed economico (19% delle indicazioni raccolte) o perché consci (nel 27% dei casi) di avere buone opportunità legate alla domanda del mercato grazie alle proprie capacità. Non tutti quindi nascono con lo spirito imprenditoriale, ma sanno adattarsi. Se poi, come spesso accade nel dibattito italiano, s’includono nella categoria “giovani” anche gli under 40 (Federica Guidi, la presidente dei giovani imprenditori di Confindustria ha 42 anni) il quadro è ancora migliore. I capitani d’impresa tra il 30 e i 40 anni sono il 41.3% e sono i più motivati e fiduciosi.
Interessante anche notare come sul totale delle nuove imprese, il 55% dei neo-imprenditori faccia ricorso esclusivamente a fondi propri e il 19.5% chieda aiuto a amici e parenti. C’è sete di credito in Italia, soprattutto per le imprese nascenti.
Risultato prevedibile, ma non positivo, dell’indagine di Unioncamere è che l’iniziativa delle donne resta minoritaria, con solo il 26,6% delle nuove imprese riconducibile alle rappresentanti del gentil sesso, a fronte di un 73,4% legato all’iniziativa di uomini. La distribuzione varia ovviamente molto a seconda del settore. Nell’edilizia, ad esempio, il 90% circa dei neoimprenditori è di genere maschile, per lo più con un titolo di studi inferiore al diploma. Nei servizi alle persone, invece, l’impresa è al femminile nel 50% dei casi e gli under 40 sono l’80% del totale.
Il Governo a Novembre ha annunciato un regime fiscale agevolato per imprese composte da under 35%. Sul portale http://www.giovaneimpresa.it/ del Ministero della Gioventù si trovano alcune indicazioni giuridiche e normative. Sforzi apprezzabili, ma certamente ben lontani da un’idea chiara di politica industriale favorevole alle nuove generazioni. LSDP, che guarda con attenzione al mondo imprenditoriale online ma anche al mondo del lavoro vecchio stile, ha anche qualche altra idea (per altro già in parlamento come proposta di legge bipartisan) per soddisfare la sete di credito delle imprese nascenti. La sottoponiamo al Governo… con umiltà s’intende!





































Andrea Garnero
Nato a Cuneo nel 1986, è economista, attualmente in dottorato presso la Paris School of Economics e l’Université Libre di Bruxelles. Per LSDP si occupa di economia, in particolare di mondo del lavoro, pensioni e politiche sociali.