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L’Italia ci vede benissimo Next Round #9 – Gay Economics
laureati

Dieci domande sul futuro dei giovani laureati italiani

di Moris Gasparri · 6 Comments · in Economia ed innovazione · 9 marzo 2011

Sono uscite nei giorni scorsi due ricerche interessanti e similari sul numero e sul destino occupazionale dei giovani laureati italiani. I giornali hanno trovato subito un titolo notiziabile (“Calano le iscrizioni nelle università” “Addio alla laurea” “Laurea in crisi”). La politica tace, che quando si parla in maniera seria di formazione e occupazione i pareri sensati e costruttivi si rarefanno. Proviamo a discuterne sul nostro blog, allargando un po’ la prospettiva. Io non sono un economista, e quindi non padroneggio le dimensioni quantitative e macroeconomiche del problema. Però voglio sollevare alcuni interrogativi, in ordine sparso, per lanciare il dibattito. Dieci per l’esattezza, visto che ormai Repubblica ha creato il genere. Nei prossimi giorni poi cercheremo di coinvolgere nel dibattito gli economisti del nostro gruppo, e magari anche qualche personalità di prestigio, sperando di ottenere qualche risposta non scontata. Intanto, ecco le domande:

1) L’Italia del 2011 che se ne fa di un eccesso di laureati in materie come antropologia, filosofia, scienze politiche, giurisprudenza, storia, lettere, che tutte assieme fanno l’ossatura del nostro sistema universitario e che però sono poco appetibili sul mercato del lavoro rispetto ad altre lauree? Non sarebbe meglio pubblicare dati sulle condizioni occupazionali e retributive dei giovani laureati divisi per le facoltà di provenienza?

2) Il riorientamento in senso economico-tecnico-scientifico della nostra offerta formativa universitaria è necessario? Se sì, come ipotizzare una sua trasformazione, considerando le sicure resistenze corporative, culturali etc che si opporrebbero con forza a questo tipo di cambiamento? E i corsi di laurea “umanistici” prima citati come andrebbero ripensati?

3) Se il trend fosse diverso (molti più laureati in materie scientifiche, come anche suggeriva recentemente l’economista Dambisa Moyo sostenendo che gli studenti andrebbero incentivati economicamente a scegliere facoltà di ingegneria, matematica e computer science) quale potrebbe essere l’impatto sul nostro sistema economico? Anche qui, non rischiamo però di alimentare un mito fallace, e di trovarci poi con un surplus di giovani ingegneri e scienziati disoccupati o malpagati, e quindi pronti ad emigrare?

4) Il mito illuministico della conoscenza come fattore di progresso, a prescindere dai fattori economici, ha ancora senso? O invece rischia di produrre anche da noi più risentimento e instabilità sociale, come vediamo in Tunisia ed Egitto in cui i protagonisti sono i giovani laureati disoccupati e frustrati?

5) L’Italia ha molti meno laureati degli altri paesi europei. Ma ha davvero senso la comparazione con altri paesi la cui struttura socio-economica è fortemente diversa da quella italiana?

6) Come spiegare i tanti casi di imprenditorialità in cui gente non laureata, e in molti casi anche non diplomata, arriva ad ottenere buone condizioni di benessere (ergo, mobilità sociale rispetto alle condizioni di partenza) aprendosi (magari non a venti ma a trent’anni) una piccola impresa manifatturiera, una carrozzeria, un autolavaggio, un locale in franchising per le scommesse, un bar, un pub, una gelateria, un’attività artigianale etc etc? In Italia di figure di questo tipo ne esistono moltissime. Che sia questo il nuovo “sogno italiano” da proporre ai giovani, magari incentivando i percorsi di formazione professionale, invece che “parcheggiare” tutti all’università inseguendo il mito illuministico di cui sopra? Oppure tutto questo è la rappresentazione del nostro declino?

7) Si parla molto di incentivi e sostegno alle start-up nei settori ad alta innovazione (noi fra questi). Fermo restando l’importanza delle start-up, in termini occupazionali non stiamo parlando di un fenomeno che nel medio periodo avrà dimensioni molto limitate?

8) Quanto il cambiamento dei problemi fin qui elencati dipende dalla politica nazionale e quanto invece dagli altri attori istituzionali? E come agire considerando che questo tema difficilmente diventerà centrale nell’agenda politica, visto che questi temi non spostano voti, che i soggetti coinvolti rappresentano una minoranza demografica non sufficientemente organizzata in gruppi di pressione, che il tema delle conseguenze di lungo periodo delle scelte mancate non è un fattore di pressione all’azione e che i moniti di Mario Draghi non li prende sul serio nessuno?

9) Quali sono i fattori che determinano la caduta al ribasso dei salari dei giovani occupati italiani, in particolare di quelli laureati?

10) Quali fattori di ricaduta sul nostro sistema-Paese può comportare l’emigrazione di massa dei giovani laureati italiani che all’estero trovano oggi condizioni salariali nettamente migliori, un trend che non sembra destinato a modificarsi nel breve periodo?

PS Irene Tinagli sulla Stampa di oggi affronta questo tema

Tagged with: formazione • laureati • occupazione • università 
Moris Gasparri
Autore

Moris Gasparri

Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.

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  • http://www.logg.it Sinigagl

    Un piccolo codicillo sul punto 5: le classifiche internazionali si dovrebbero fare su dati uniformi, cosa che non è possibile fare con sistemi universitari così diversi. Ad esempio nel mondo anglosassone è “engineer” anche il comune elettricista e gran parte dei laureati sono triennali, mentre da noi quasi tutti vanno fino al quinto anno di laurea.

  • Mauro Piccotti

    Un motivo per cui i datori di lavoro difficilmente aumentano gli stipendi dei propri dipendenti è che un gruppo affiatato di medio livello può rendere più di uno composto da fuoriclasse, quindi se uno è molto bravo e chiede parecchio di più è meglio sostituirlo con uno meno bravo ma che si accontenta. Questo perché nel momento in cui i dipendenti sono molto bravi bisogna necessariamente dargli dei premi, ma questi possono incrinare il rapporto tra i componenti della squadra, e possono spronarli a rendere di più come singoli piuttosto che come gruppo, e quindi ad andare contro gli interessi del padrone. Di conseguenza, considerato che esiste una specie di tacito accordo tra le aziende a non pestarsi i piedi a vicenda giocando al rialzo, chi non ha il coraggio e l’inventiva di mettersi in proprio ma preferisce lavorare da dipendente finisce quasi sempre per accontentarsi.

  • Roberto Ferrari

    Sul punto 1. Non è che invece il panorama del mercato del lavoro italiano è troppo ingessato (evito parole peggiori) per rendersi conto che i laureati in materie umanistiche possono dare un contributo importante (aggiungerei anche originale ed innovativo) nel mondo delle aziende?
    Personalmente ho conosciuto persone laureate in lingue o in storia (in questo caso sono di parte) che hanno ricoperto ruoli importanti in aziende di primo piano (ovviamente non italiane).

    Sul punto 2. Credo che i corsi di laurea umanistici vadano integrati in maniera decisa con l’uso delle nuove teconolgie: sarebbe un’ottima occasione per rendere più appetibile la cultura, soprattutto fra le nuove generazioni.
    Il problema è che il mondo accademico umanistico del nostro paese è troppo vecchio, disinteressato e ingorante per dare una spinta nella direzione delle IT.

  • http://www.lospaziodellapolitica.com Moris Gasparri

    Roberto sono d’accordo con te. Il problema dell’Italia non è avere laureati in facoltà cd. umanistiche (quello di Made in Italy è un concetto con profondissime implicazioni storico-filosofiche!!), è averne tanti formati con logiche e criteri non correlati alla nuova realtà globale. La scarsa dimestichezza con l’IT è un punto rilevante (e non so come possa essere cambiata la tendenza in un contesto in cui le risorse pubbliche per l’università finiscono al 93% per il mantenimento del personale), ma anche aggiungerei la poca o nulla comprensione da parte di questo mondo del sistema produttivo italiano, la poca o nulla consapevolezza della materialità dei processi economici/aziendali, e via discorrendo. Ecco perchè le partnership con i privati servirebbero anche per le facoltà umanistiche (partnership effettive, non i tre esterni nei cda senza potere previsti dalla riforma), come avviene in altri settori. Nel periodo della nostra formazione alla facoltà di filosofia del San Raffaele Cacciari aveva creato un ponte con Prada, poi finito nel nulla, altri esempi non me ne vengono. In una facoltà normale di filosofia in Italia se nomini il mondo delle imprese è come se bestemmi in Chiesa durante una messa. L’anima per i nostru umanisti fugge dai distretti industriali. Questo è il vero problema. Anche perchè poi la diffidenza è reciproca anche da parte delle imprese.

  • Basilio Buffoni

    Commento alcuni degli aspetti su cui ho un’esperienza diretta, di ricerca valutativa o altro simile.

    Il calo delle iscrizioni all’università – e il fatto che parecchi giovani laureati se ne vadano dall’ITalia è un fatto negativo per la nostra società e per tutti noi.

    Le considerazione di Irene Tinagli (vale la pena di laurearsi per essere comunque più forti suil mercato del lavoro) sono giuste e condividisibili, ma bisognerebbe riconsiderarle al netto della differenza di provenienza sociale dei laureati rispetto ai diplomati e a chi non ha titolo di studio superiore: se si laureano solo i figli dei ricchi, il fatto che trovino lavoro più rapidamente, più stabilmente e pagato meglio dipende dal fatto che sono laureati o dal fatto che sono figli di ricchi? (uso il termine ricchi per rapidità, so bene che la cosa è più complessa)

    sulle nuove imprese, artigiane e non: una ricerca di qualche anno fa mostrava, e credo sia un dato da verificare anche oggi, che fa nuova impresa (e soprattutto nuova impresa che è in grado di assumere dipendenti) soprattutto chi: ha un diploma tecnico ed ha un’esperienza di lavoro dipendente sufficentemente significativa e lunga; se sono questi i fattori che pesano di più l’elemento laurea pesa abbastanza poco, ma questo non significa che chi non ha titolo di studio è in qualche modo favorito; ma soprattutto conta poter comunque fare un’esperienza almeno di lavoro dipendente

    infine circa le lauree tecniche e non, molto (tutto) dipende dalla struttura produttiva che avremo nel futuro; distinguerei piuttosto tra lauree che hanno una collocazione aziendale più diretta (e inserirei quindi oltre naturalmente a economia che non citate, anche giurisprudenza) e lauree che hanno un utilizzo solo nel mondo della ricerca e dell’istruzione (con tutte le eccezioni che si possono trovare e naturalmente esistono); storia a sè fanno le lauree che hanno principlamente un utilizzo libero professionale

  • http://www.lospaziodellapolitica.com Moris Gasparri

    Basilio, ti ringrazio moltissimo per le tue interessanti osservazioni, soprattutto quella sull’origine formativa della nuova imprenditorialità.

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