Sono uscite nei giorni scorsi due ricerche interessanti e similari sul numero e sul destino occupazionale dei giovani laureati italiani. I giornali hanno trovato subito un titolo notiziabile (“Calano le iscrizioni nelle università” “Addio alla laurea” “Laurea in crisi”). La politica tace, che quando si parla in maniera seria di formazione e occupazione i pareri sensati e costruttivi si rarefanno. Proviamo a discuterne sul nostro blog, allargando un po’ la prospettiva. Io non sono un economista, e quindi non padroneggio le dimensioni quantitative e macroeconomiche del problema. Però voglio sollevare alcuni interrogativi, in ordine sparso, per lanciare il dibattito. Dieci per l’esattezza, visto che ormai Repubblica ha creato il genere. Nei prossimi giorni poi cercheremo di coinvolgere nel dibattito gli economisti del nostro gruppo, e magari anche qualche personalità di prestigio, sperando di ottenere qualche risposta non scontata. Intanto, ecco le domande:
1) L’Italia del 2011 che se ne fa di un eccesso di laureati in materie come antropologia, filosofia, scienze politiche, giurisprudenza, storia, lettere, che tutte assieme fanno l’ossatura del nostro sistema universitario e che però sono poco appetibili sul mercato del lavoro rispetto ad altre lauree? Non sarebbe meglio pubblicare dati sulle condizioni occupazionali e retributive dei giovani laureati divisi per le facoltà di provenienza?
2) Il riorientamento in senso economico-tecnico-scientifico della nostra offerta formativa universitaria è necessario? Se sì, come ipotizzare una sua trasformazione, considerando le sicure resistenze corporative, culturali etc che si opporrebbero con forza a questo tipo di cambiamento? E i corsi di laurea “umanistici” prima citati come andrebbero ripensati?
3) Se il trend fosse diverso (molti più laureati in materie scientifiche, come anche suggeriva recentemente l’economista Dambisa Moyo sostenendo che gli studenti andrebbero incentivati economicamente a scegliere facoltà di ingegneria, matematica e computer science) quale potrebbe essere l’impatto sul nostro sistema economico? Anche qui, non rischiamo però di alimentare un mito fallace, e di trovarci poi con un surplus di giovani ingegneri e scienziati disoccupati o malpagati, e quindi pronti ad emigrare?
4) Il mito illuministico della conoscenza come fattore di progresso, a prescindere dai fattori economici, ha ancora senso? O invece rischia di produrre anche da noi più risentimento e instabilità sociale, come vediamo in Tunisia ed Egitto in cui i protagonisti sono i giovani laureati disoccupati e frustrati?
5) L’Italia ha molti meno laureati degli altri paesi europei. Ma ha davvero senso la comparazione con altri paesi la cui struttura socio-economica è fortemente diversa da quella italiana?
6) Come spiegare i tanti casi di imprenditorialità in cui gente non laureata, e in molti casi anche non diplomata, arriva ad ottenere buone condizioni di benessere (ergo, mobilità sociale rispetto alle condizioni di partenza) aprendosi (magari non a venti ma a trent’anni) una piccola impresa manifatturiera, una carrozzeria, un autolavaggio, un locale in franchising per le scommesse, un bar, un pub, una gelateria, un’attività artigianale etc etc? In Italia di figure di questo tipo ne esistono moltissime. Che sia questo il nuovo “sogno italiano” da proporre ai giovani, magari incentivando i percorsi di formazione professionale, invece che “parcheggiare” tutti all’università inseguendo il mito illuministico di cui sopra? Oppure tutto questo è la rappresentazione del nostro declino?
7) Si parla molto di incentivi e sostegno alle start-up nei settori ad alta innovazione (noi fra questi). Fermo restando l’importanza delle start-up, in termini occupazionali non stiamo parlando di un fenomeno che nel medio periodo avrà dimensioni molto limitate?
8) Quanto il cambiamento dei problemi fin qui elencati dipende dalla politica nazionale e quanto invece dagli altri attori istituzionali? E come agire considerando che questo tema difficilmente diventerà centrale nell’agenda politica, visto che questi temi non spostano voti, che i soggetti coinvolti rappresentano una minoranza demografica non sufficientemente organizzata in gruppi di pressione, che il tema delle conseguenze di lungo periodo delle scelte mancate non è un fattore di pressione all’azione e che i moniti di Mario Draghi non li prende sul serio nessuno?
9) Quali sono i fattori che determinano la caduta al ribasso dei salari dei giovani occupati italiani, in particolare di quelli laureati?
10) Quali fattori di ricaduta sul nostro sistema-Paese può comportare l’emigrazione di massa dei giovani laureati italiani che all’estero trovano oggi condizioni salariali nettamente migliori, un trend che non sembra destinato a modificarsi nel breve periodo?
PS Irene Tinagli sulla Stampa di oggi affronta questo tema





































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.