A presenziare sul palco c’è sempre Steve Jobs, ma Jonathan “Jony” Ive val bene una videochiamata via iPhone. Il pelato in questione è il designer a cui si devono le creazioni della Apple (di cui è oggi Vice President Industrial Design), fin dal 1997, l’anno del grande ritorno di Jobs. E’ una storia cominciata con il primo iMac nel 1998, e ormai familiare. E’ un fatto universalmente noto che gli oggetti di culto che popolano gli Apple Store hanno reso la mela rovesciata uno degli attori fondamentali dell’epoca degli imperi dell’informazione.
La nostra segnalazione di Ive nella classifica dei pensatori globali è stata poi ripresa da Beppe Severgnini sul Corriere, ma va detto che il nostro riconoscimento non è nuovo, com’è comprensibile, ed è seguito a numerosi premi (tra cui le prestigiose “matite nere” D&AD, di cui detiene il record assoluto) e all’attenzione costante del mondo online italiano specializzato in web e tecnologia. Ha raggiunto un tale status di culto che Robert Brunner, per anni direttore industrial design Apple, ha sostenuto che sulla sua tomba ci sarà scritto “L’uomo che ha assunto Jonathan Ive”. Inserendolo tra i pensatori globali, non abbiamo voluto celebrare Ive perché è figo e perché la roba Apple è figa. Abbiamo voluto rimarcare che pensare il mondo significa anche disegnare gli oggetti che fanno parte del nostro uso quotidiano, e finiscono per incarnare un successo commerciale e un’idea fondamentale, oltre a generare amore incondizionato. L’idea-iQualcosa – che è una forza concreta nel mondo – è ormai inseparabile da questa dimensione creativa, che si vede, si sente e si tocca. Gli usi tecnologici del design, che dall’esempio apicale di Apple possono trovare applicazioni in molte altre aziende, forniscono una conferma dell’attualità di questa professione, su cui l’Italia ha ancora alcune carte da giocare, se sarà in grado di farsi valere nell’era digitale. Parlando di videogiochi, esploreremo anche la dimensione del game design.
In Jonathan Ive è interessante la doppia identità inglese-americana: proprio per questo negli ultimi mesi ha suscitato un certo scalpore il rumor secondo cui stesse per abbandonare Apple, per tornare nella sua Inghilterra, la madrepatria che lo onora spesso con i suoi riconoscimenti e che, d’altra parte, non potrebbe offrire al “ragazzo di Chingford” nessuna posizione comparabile a quella del suo studio e del suo team. Più a fondo, la partita di Ive si inserisce nella domanda (anch’essa relativa alla dimensione cultuale e alla difficoltà della trasmissione della leadership carismatica, che può colpire anche il mondo dell’impresa) sulla Apple dopo Jobs, che risponde al criterio della previsione sui destini di un gigante economico ed è accellerata dai problemi di salute di Steve Jobs. La stampa inglese, fin dal 2007, fa un tifo sfegatato per Ive come successore di Jobs, anche se l’ipotesi del “designer al comando”, per ora, resta lontana dalla realtà, visto che Apple si affida alla successione dolce di un altro dirigente fondamentale per il successo dell’azienda, Tim Cook.





































Alessandro Aresu
Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e responsabile relazioni esterne de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti