La manifestazione “il nostro tempo è adesso” del 9 aprile ha rappresentato un primo importante passo di presa di coscienza collettiva dei problemi del lavoro precario in Italia. Non si manifestava contro un provvedimento specifico o contro l’ennesima riforma oppure tanto per perdere un giorno di scuola. Migliaia di precari, stagisti e lavoratori di tutti i tipi sono scesi in piazza un sabato pomeriggio per rivendicare un’attenzione maggiore ai temi sociali e alle questioni del lavoro di cui si discute poco a parte i picchi durante le vicende FIAT.
“Il nostro tempo è adesso” lascia molte questioni aperte su cui sarà importante continuare a portare avanti la riflessione nei prossimi mesi soprattutto per dare un seguito pratico alla mobilitazione. Una è di particolare interesse. Fausto Raciti, segretario dei Giovani Democratici, ha scritto che la mobilitazione ha dimostrato che è possibile uscire dalla logica dei padri contro i figli. Il Ministro Meloni, invece, ha ribadito che i giovani si devono scordare i privilegi dei padri, implicitamente contrapponendo le due generazioni. E’ l’eterna questione italiana: da Romolo e Remo abbiamo ucciso il fratello, ma mai il padre. Si tratta di una metafora storica forse non sempre vera, ma ben rappresentativa di una popolazione incapace di spiccare il volo senza la spintarella di papà. In qualche modo Raciti e la Meloni hanno entrambi ragione, ma su due piani diversi. Le due generazioni sono e devono essere alleate nella sfera privata. Se non ci fosse il welfare familiare la crisi sarebbe stata ben più grave: in molti casi sono le pensioni dei nonni a finanziare gli studi e gli anni di praticantato, stage e precariato vario. Nella sfera pubblica, però, le ragioni sono spesso opposte. Per esempio, anni di pre-pensionamento facile devono ora essere pagati dalla generazione di chi non avrà mai una pensione oppure anni di assunzioni a volontà nelle amministrazioni pubbliche, sono ora pagate da masse di precari in attesa di stabilizzazione. Sembrerebbe una discussione puramente intellettuale, invece si tratta del nodo chiave per decidere come combattere il precariato. Pretendere gli stessi diritti dei padri, cancellarli oppure modularli alla nuova realtà del mercato del lavoro? La terza opzione è sicuramente la più complicata.
Al momento si presentano due strade, non per forza in contrapposizione. Da una parte la grande riforma del mercato del lavoro per ridurre il numero di forme contrattuali della legge Biagi (molte inutilizzati) restringendone il campo d’uso e creare un nuovo contratto a tempo indeterminato che sia conveniente economicamente e flessibile al punto giusto (tipo le varie proposte di contratto unico di Boeri e Garibaldi, già depositate in Parlamento dai senatori Ichino e Nerozzi e recentemente anche dai deputati Della Vedova e Raisi di FLI). Dall’altra parte, si potrebbe agire attraverso più modeste riforme volte a modificare aspetti più puntuali, come gli stage, il praticantato, il costo del lavoro (contributi sociali e tasse), l’uso ripetuto di contratti precari. La prima sarebbe probabilmente ideale, ma si rischia di aspettare anni. La seconda strada, più modesta, è invece più immediata. In Parlamento ci sono già proposte su cui sarebbe facile trovare una convergenza trasversale se solo l’ordine del giorno non fosse monopolizzato dai guai giudiziari del premier.
La sfida che si pone ora alla parte organizzata della nostra generazione che ha creato il successo de “Il nostro tempo è adesso” è quella di inondare i deputati di idee e proposte di legge su ogni aspetto della vita quotidiana in cui sperimentiamo il precariato, dal lavoro, all’accesso alla casa. Non tutto si può risolvere per vie legali, soprattutto in un paese in cui “fatta la legge, trovato l’inganno”, ma si tratterebbe almeno di un primo passo in avanti in attesa della grande “riforma Godot”.





































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