La vittoria dell’India nel mondiale di cricket, ottenuta sabato in una soffertissima finale giocata a Mumbai contro il sempre fortissimo Sri Lanka, rappresenta per un miliardo e passa di indiani, innamorati pazzi del cricket, un momento di gioia collettiva che, in termini numerici, non ha uguali al mondo.
Sì, il cricket è divenuto in India un’autentica religione, una presenza costante nell’immaginario collettivo della nazione che va oltre qualsiasi altra identificazione tra uno sport ed una nazione che io conosca. Certo, avendo vissuto sia in Brasile che in India, devo dire che in termini d’intensità, l’identificazione di ogni brasiliano con la “verde e amarela” raggiunge la stessa osmosi, ma la passione indiana per il cricket ha una valenza storica e simbolica che supera persino quella brasiliana per il “futebol”.
Il cricket, sport elitista per eccellenza dei colonizzatori britannici, si è fuso a tal punto con l’indianità da esserne divenuto una componenente essenziale, indispensabile per capire l’anima profonda del paese: leggere l’India senza il cricket è svuotarla di un elemento essenziale, come lo sono anche la diversità religiosa, il sistema invisibile ma presente di casta, il cibo masala, il thè.
Dal punto di vista storico, il momento essenziale della storia dell’India moderna è il miracolo d’una indipendenza strappata all’impero più potente del mondo in maniera non violenta: probabilmente uno degli eventi basilari del XX secolo. Da questa lotta, nella quale milioni di indiani seguirono il Mahatma Gandhi nella sua battaglia impossibile, è emersa una nazione unica per diversità, ricchezza culturale e spirituale, valori democratici. Dall’Inghilterra l’India ha ereditato molte cose che oggi l’aiutano ad emergere, in primis la lingua. Ma anche la passione per il cricket, che in India è però divenuto sport popolare, collante delle masse unite da una passione insopprimibile per il batting e il bowling, per un gioco che a prima vista non attira, perchè sembra complicato, ma che s’incomincia ad amare quando ci si immerge in esso.
Il film Lagaan (http://www.lagaan.com/) è una splendida rappresentazione del cricket come fattore d’unione / contrasto, amore / odio tra Inghilterra e India.
Cosa può essere più simbolico allora di una prima coppa del mondo di cricket vinta dall’India nel 1983 proprio al Lord’s londinese, l’aristocratico tempio del cricket anglosassone? Un indiano pensa a quel momento con un orgoglio non dissimile da quello provato nel vedere le immagini del primo viaggio a Londra da leader del Congresso del Mahatma, vestito da “fachiro” come lo definì Churchill con la sensibilità che gli era propria (in realtà, indossava il “dhoti” nazionale). O, in questi anni d’India emergente, una vittoria dell’India nel cricket fa il paio con l’acquisto della Jaguar, simbolo come pochi della britishness, da parte dei Tata o l’acquisizione da parte di Lakshmi Mittal della residenza più cara di tutta l’Inghilterra nel cuore di Londra. Sono tutte rivincite nei confronti del colonizzatore d’un tempo, che anche l’ultimo contadino dell’Andra Pradesh sente come proprie, anche se lui vive ad anni luce da quelle realtà.
L’India non aveva rivinto la coppa del mondo sino a ieri: il titolo le era predestinato. Giocava in casa, la vittoria le doveva arridere per forza. Ma è il campo a dettare legge, e il cammino verso la vittoria è stato costellato d’ostacoli, compresa una difficilissima finale contro un coriaceo Sri Lanka, altro paese che vive e sogna con il cricket. E prima, le durissime Australia e Pakistan sul cammino dei ragazzi in blu.
Adesso, una meraviglliosa generazione di cricketers, sorta nell’ultimo quadriennio dopo la grande delusione della coppa del 2007 (fuori al primo turno!), sotto la leadership dell’incombustibile Sachin Tendulkar, giocatore che ha battuto tutti i record della storia del cricket e che, nella buona tradizione indiana, sta divenendo ora un dio (nel vero senso della parola, diventerà uno dei milioni di dei della cosmologia hindù) porta a compimento un’impresa attesa da allora, e che rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo della nazione.
Nel frattempo, l’India ha lanciato il più importante campionato professionistico di cricket al mondo, che attira tutti i migliori giocatori mondiali: si gioca nella modalità corta, quello di 20 over per squadra (120 lanci), più televisiva rispetto agli “one – day” del mondiale (50 over, 300 lanci per squadra) o a quella tradizionale: i test, sfide eterne di cinque giorni che nella maggior parte dei casi finiscono in parità, data la complessità necessaria per raggiungere la vittoria completa (bisogna eliminare due volte tutti i giocatori avversari, e non è facile). I test sono il cricket all’ennesima potenza, anche se con tempi non più consoni ai tempi che viviamo. Ma sono sfide affascinanti, che cambiano di rotta ad ogni piè sospinto, richiedendo costanti decisioni tattiche da parte del capitano in campo. Il cricket dei test è uno sport nel quale per vincere bisogna evitare di marcare troppi punti (runs), perchè l’aver speso troppo tempo a segnarli ti può far mancare il tempo per realizzare due volte quei compiti difensivi anch’essi necessari per vincere. Strategia allo stato puro, una partita di scacchi simile a quelle che si giocavano con pezzi umani alle corti degli imperatori moghul.
Chi come il sottoscritto si è avvicinato al cricket nell’età adulta, sa per esperienza quanto sia difficile dominare completamente movimenti che sembrerebbero semplici, come battere o lanciare. Sono gesti espressioni d’una cultura secolare, che richiedono anni di pratica. Per questo non posso non rimanere ammirato dallo straordinario rendimento dei campioni del cricket di oggi, capaci di realizzare centinaia di punti durante ore sotto il sole. O fare magie lanciando palle dure come pietre a velocità altissime. O magari più lente, ma comunque insidiosissime: sono lì a pochi centimetri, e non c’arrivi.
Il cricket è sport che va sorseggiato come il thè, gustato con nonchalance, come fanno milioni d’indiani di fronte a schermi sempre accesi su partite eterne che vedono con la coda nell’occhio, mentre seguono con le loro attività quotidiane.
Sabato è stato Dhoni a realizzare il “six” (fuoricampo) decisivo, ma il cricket è sport per definizione collettivo, nel quale la vittoria non è solo frutto di chi segna i punti, ma di chi collabora alla vittoria bloccando con coraggio una pallina prima che finisca fuoricampo, o con una presa al volo che elimina un battitore pericoloso o mille altre gesta collettive che possono cambiare il volto a una partita.
Questo è il cricket, sport collettivo e, nel caso dell’India, sport espressione di un popolo.
Anche per questo, siamo felici per i nostri amici indiani nel giorno di questo grande trionfo.





































Stefano Gatto
Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.