Un anno fa avevo scritto un’analisi per Limesonline sull’Italia nazione degli allenatori. Il filo conduttore del pezzo era che gli allenatori di calcio godessero oggi di molte qualità mancanti ai leader politici, a partire dalla fiducia pubblica (dei tifosi italiani, quindi degli italiani) e dalla competenza stimata anche all’estero (cosa che capita rare volte o mai con i nostri politici). Oggi ritorno sul tema, da una prospettiva opposta. Capita infatti che anche gli allenatori di calcio possano essere contagiati dai mali della politica nazionale.
Prendiamo il tema della selezione della classe dirigente. E’ un tema centrale della politica, che nell’Italia della Seconda Repubblica ha trovato delle traiettorie poco lineari. Se oggi – in tempi normali, e non nel terremoto post-Tangentopoli da cui hanno preso forma varie eccezionalità italiche – ci troviamo con Franco Frattini ministro degli Esteri qualcosa che non è filato liscio c’è. Lo chiamerò problema della “meritocrazia dimezzata“. Io mi costruisco un profilo di successo in un determinato campo con pieno merito (ad esempio Frattini nel campo del diritto non era certo uno sprovveduto, e neanche sugli affari europei), e poi grazie al prestigio accumulato in questo campo mi trovo a passare ai vertici di qualche posizione politica, pur non essendone minimamente competente e magari scavalcando altre persone più degne di ricoprire quel ruolo. In Italia questo problema sta diventando endemico. In termini concreti significa che se sei un imprenditore di successo puoi pensare di diventare dall’oggi al domani primo ministro, senza averne la preparazione (vedi alla voce Montezemolo, Berlusconi invece fa parte dell’eccezionalismo di cui sopra). O ancora, che se sei un bravo giornalista televisivo puoi diventare il giorno dopo presidente di una Regione importante, e via discorrendo. Su questa impreparazione alla politica consiglio di leggere l’ultimo libro del presidente Cossiga, illuminante come pochi.
Ovviamente il problema non è il salto in sè, ma la sua rapidità. Io non credo che nel futuro avremo solo dei professionisti della politica a vita. Ma un compromesso intelligente è che se vuoi fare il sindaco magari prima ti fai cinque anni da consigliere comunale. O se vuoi fare il ministro degli Esteri ti fai un po’ di gavetta in Finmeccanica, in un centro-studi funzionante o alla commissione Esteri della Camera. Il problema poi è anche di chi permette che tu possa arrivare da impreparato in quel ruolo, perchè magari così sei più manovrabile o proprio per stupidità di chi ti sceglie. Facendo così però non si accresce l’utilità pubblica, anzi.
Nel calcio tutto questo significa che se sei stato un bravo calciatore (con merito, perchè le carriere dei grandi calciatori non si improvvisano, ma sono frutto di talento, lavoro e sacrificio) il giorno dopo puoi ritrovarti allenatore di una grande squadra. Il paragone ci sta tutto. La selezione degli allenatori delle grandi squadre è uno dei tanti modi in cui oggi avviene la selezione della classe dirigente, vista l’importanza sociale, politica ed economica dello sport nell’età contemporanea. Se il meccanismo funziona, il merito viene premiato. Mourinho non arriva dal nulla, ma da anni di lavoro oscuro (raccontati recentemente da Sky), prima con i bambini disabili, poi da asistente tecnico del Barcellona di Robson e di Van Gaal, poi sulla panchina del Leiria. Marcello Lippi nel 1991 era alla Lucchese. Ancelotti nel 1996 a Reggio Emilia. Nel basket nello stesso anno Carlo Recalcati era alla Celana Bergamo, in serie A2.
In Italia da due anni a questa parte sta accadendo il contrario, e anche questo è un sintomo evidente del declino internazionale del nostro calcio. Si diventa allenatori non per merito, ma per rendite di posizione precedenti. E’ successo con Ferrara alla Juve, con i risultati disastrosi che sappiamo. In maniera ancora più plateale è successo con Leonardo all’Inter, che come Ferrara deve la sua carriera da allenatore solo alla (meritata) fama guadagnata da calciatore e da dirigente, due ruoli che con il primo non c’entrano nulla.
Ieri sera a San Siro è andato in scena il capolavoro d’incompetenza più grande della storia del calcio italiana degli ultimi vent’anni. Una squadra italiana che subisce cinque gol in casa da una mediocre squadra tedesca è un oltraggio al buon senso, un affronto alla nostra sana tradizione difensivista e ai padri della Patria calcistica come Gianni Brera. E il problema è tutto lì, nella meritocrazia dimezzata (perchè di allenatori capaci e meritevoli ce ne sono a iosa), nella responsabilità di chi lo ha messo in quel ruolo (Moratti ora, Berlusconi prima), nella connivenza dei giornalisti incapaci di guardare i processi reali, e non le superfici comunicative (“prostituti” intellettuali). La realtà però è più forte delle scorciatoie, e presenta sempre il suo conto, nel calcio come nella politica. Speriamo che questa lezione possa guarirci tutti nel medio periodo.



































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore e direttore editoriale de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, delle dinamiche politiche ed economiche dell’India contemporanea e di geopolitica dello sport.