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6 aprile 2009 – 6 aprile 2011. Tutto fermo Italy after Geronzi
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Leonardo e la meritocrazia dimezzata

di Moris Gasparri · 4 Comments · in Politica italiana · 6 aprile 2011

Un anno fa avevo scritto un’analisi per Limesonline sull’Italia nazione degli allenatori. Il filo conduttore del pezzo era che gli allenatori di calcio godessero oggi di molte qualità mancanti ai leader politici, a partire dalla fiducia pubblica (dei tifosi italiani, quindi degli italiani) e dalla competenza stimata anche all’estero (cosa che capita rare volte o mai con i nostri politici). Oggi ritorno sul tema, da una prospettiva opposta. Capita infatti che anche gli allenatori di calcio possano essere contagiati dai mali della politica nazionale.

Prendiamo il tema della selezione della classe dirigente. E’ un tema centrale della politica, che nell’Italia della Seconda Repubblica ha trovato delle traiettorie poco lineari. Se oggi – in tempi normali, e non nel terremoto post-Tangentopoli da cui hanno preso forma varie eccezionalità italiche – ci troviamo con Franco Frattini ministro degli Esteri qualcosa che non è filato liscio c’è. Lo chiamerò problema della “meritocrazia dimezzata“. Io mi costruisco un profilo di successo in un determinato campo con pieno merito (ad esempio Frattini nel campo del diritto non era certo uno sprovveduto, e neanche sugli affari europei), e poi grazie al prestigio accumulato in questo campo mi trovo a passare ai vertici di qualche posizione politica, pur non essendone minimamente competente e magari scavalcando altre persone più degne di ricoprire quel ruolo. In Italia questo problema sta diventando endemico. In termini concreti significa che se sei un imprenditore di successo puoi pensare di diventare dall’oggi al domani primo ministro, senza averne la preparazione (vedi alla voce Montezemolo, Berlusconi invece fa parte dell’eccezionalismo di cui sopra). O ancora, che se sei un bravo giornalista televisivo puoi diventare il giorno dopo presidente di una Regione importante, e via discorrendo. Su questa impreparazione alla politica consiglio di leggere l’ultimo libro del presidente Cossiga, illuminante come pochi.

Ovviamente il problema non è il salto in sè, ma la sua rapidità. Io non credo che nel futuro avremo solo dei professionisti della politica a vita. Ma un compromesso intelligente è che se vuoi fare il sindaco magari prima ti fai cinque anni da consigliere comunale. O se vuoi fare il ministro degli Esteri ti fai un po’ di gavetta in Finmeccanica, in un centro-studi funzionante o alla commissione Esteri della Camera. Il problema poi è anche di chi permette che tu possa arrivare da impreparato in quel ruolo, perchè magari così sei più manovrabile o proprio per stupidità di chi ti sceglie. Facendo così però non si accresce l’utilità pubblica, anzi.

Nel calcio tutto questo significa che se sei stato un bravo calciatore (con merito, perchè le carriere dei grandi calciatori non si improvvisano, ma sono frutto di talento, lavoro e sacrificio) il giorno dopo puoi ritrovarti allenatore di una grande squadra. Il paragone ci sta tutto. La selezione degli allenatori delle grandi squadre è uno dei tanti modi in cui oggi avviene la selezione della classe dirigente, vista l’importanza sociale, politica ed economica dello sport nell’età contemporanea. Se il meccanismo funziona, il merito viene premiato. Mourinho non arriva dal nulla, ma da anni di lavoro oscuro (raccontati recentemente da Sky), prima con i bambini disabili, poi da asistente tecnico del Barcellona di Robson e di Van Gaal, poi sulla panchina del Leiria. Marcello Lippi nel 1991 era alla Lucchese. Ancelotti nel 1996 a Reggio Emilia. Nel basket nello stesso anno Carlo Recalcati era alla Celana Bergamo, in serie A2.

In Italia da due anni a questa parte sta accadendo il contrario, e anche questo è un sintomo evidente del declino internazionale del nostro calcio. Si diventa allenatori non per merito, ma per rendite di posizione precedenti. E’ successo con Ferrara alla Juve, con i risultati disastrosi che sappiamo. In maniera ancora più plateale è successo con Leonardo all’Inter, che come Ferrara deve la sua carriera da allenatore solo alla (meritata) fama guadagnata da calciatore e da dirigente, due ruoli che con il primo non c’entrano nulla.

Ieri sera a San Siro è andato in scena il capolavoro d’incompetenza più grande della storia del calcio italiana degli ultimi vent’anni. Una squadra italiana che subisce cinque gol in casa da una mediocre squadra tedesca è un oltraggio al buon senso, un affronto alla nostra sana tradizione difensivista e ai padri della Patria calcistica come Gianni Brera. E il problema è tutto lì, nella meritocrazia dimezzata (perchè di allenatori capaci e meritevoli ce ne sono a iosa), nella responsabilità di chi lo ha messo in quel ruolo (Moratti ora, Berlusconi prima), nella connivenza dei giornalisti incapaci di guardare i processi reali, e non le superfici comunicative (“prostituti” intellettuali). La realtà però è più forte delle scorciatoie, e presenta sempre il suo conto, nel calcio come nella politica. Speriamo che questa lezione possa guarirci tutti nel medio periodo.

Tagged with: allenatori • calcio • classe dirigente • Italia • Leonardo • meritocrazia 
Moris Gasparri
Autore

Moris Gasparri

Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore e direttore editoriale de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, delle dinamiche politiche ed economiche dell’India contemporanea e di geopolitica dello sport.

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  • http://www.barcelonacheckin.com/it appartamenti barcellona

    Che umiliazione ieri sera, non solo per gli interisti ma anche per tutto il calcio italiano, ormai ampiamente superato dal tedesco.

  • James FK

    Diciamo che questo commento viene un poco a caldo di una sconfitta (anzi due importanti) che sicuramente ti ha toccato personalmente. Fino a qualche giorno fa’ Leonardo era un fenomeno. Ora, dopo due sconfitte, e’ diventato un incapace. Mi sembra un commetto affrettato. Sono d’accordo che un buon calciatore non faccia necessariamente un buon allenatore, ma non esiste una regola che provi l’opposto. Pep Guardiola, per fare un esempio banale, prova che si possa diventare dei grandi allenatori dall’oggi al domani. Mi dirai che e’ l’eccezione, probabilmente, ma una sufficiente per dimostrare che si puo’ diventare grandi anche da piccoli. Il problema piu’ grande e’ che in Italia se rischi e sbagli sei un fallito. Se non rischi e non combini nulla sei un saggio. Per un amante del venture capitalism e delle start up il rischio ed il fallimento sono l’ingrediente necessario per il grande successo. Da milanista – che vive a Mumbai e non odia Leonardo per essere passato dalla’altra sponda – ti chiedo di riflettere e magari tornare, nuovamente, sui tuoi passi. Un abbraccio, JFK

  • http://www.lospaziodellapolitica.com Moris Gasparri

    James, il fallimento degli startupper non crea “costi sociali”, anzi migliora le competenze e le capacità dei nuovi imprenditori. Il falimento calcistico sì, se porta ad umiliazioni come quella di ieri. Che Leonardo non fosse un allenatore si intravedeva già (se il Bayern non avesse smesso di giocare dopo i primi 45 min ne avremmo presi 5 anche lì), e soprattutto attenti osservatori milanisti mi avevano già messo in guardia per tempo (lo scorso anno il Milan ha beccato 7 gol dal Manchester e 6 dall’Inter, non è un caso). Leonardo non sa organizzare la difesa,e ti pare poco per un allenatore di calcio? E’ un ottimo dirigente (vedi scoperta di Thiago Silva), ma non può e non deve allenare. E il problema è di chi lo fa allenare.

    ps Guardiola almeno un anno nella squadra B del Barça lo ha fatto, con ottimo profitto. Solo Mancini per il momento è riuscito a fare una buona carriera da allenatore senza fare la gavetta. Il resto sono tutte mezze tacche, da Leonardo a Ferrara a Montella.

  • Stefano Gatto

    Moris, sono anch’io convinto che sia meglio non esagerare nelle reazioni a caldo, specie quando riguardano una materia così sensibile come il calcio. Però sono d’accordo con la tua analisi sulla meritocrazia, merce sempre meno conosciuta in Italia, una carattersitica questa che, come ho espresso già in altre occasioni, è l’architrave dei problemi italiani. Una società che non apprezza nè riconosce il merito, anzi spesso lo deride se non va associato alla notorietà ed al glamour, è una società è destinata a fare sempre le scelte sbagliate ed a perdere completamente la visione strategica. Quello che succede all’Italia almeno dagli anni ottanta a oggi. Il buono dell’Italia nel dopoguerra è venuto da scelte strategiche lungimiranti e condivise appena dopo la guerra e poi dal treno europeo, che ci ha dato quella visione strategica che la nostra classe poltica, dal declino della Prima repubblica in poi non è stata più in grado di dare. Lo sviluppo economico è stato una concausa di tre fattori: inserimento virtuoso nello spazio europeo, sino agli settanta dividendi dell’industria pubblica – un modello allora – e “casino organizzato” dei mille imprenditori brillantemente attivi sono agli anni novanta. Il problema dell’Italia non sta però nella sua classe poltica, ma nell’assenza totale di classe dirigente in ogni campo. Non si è mai nemmeno abbozzato un meccanismo di selezione in base al merito, che avrebbe colpito in maniera troopo netta il nepotismo ed il vizio delle classi al potere (ma non dirigenti) di perpetuare da una generazione all’altra il proprio potere. Il trota è in fondo l’altro lato della medaglia di John Ellkan, pur salvando la distanza che almeno la FIAT è un’impresa privata e s’è comunque nel frattempo affidata a Marchionne.
    Non esistendo meccanismi sociali di selezione della classe dirigente, la cooptazione avviene su altre basi: in primis la notorietà, acquisita ad ogni costo. Meglio sein televisione, ma vale anche lo sport, lo spettacolo, la prostituzione. Quando a SB si obiettò che alcune sue candidate non sembravano qualificate, lui rispose che erano fior di laureate. Come se centinaia di migliaia di laureati e master avessero in questo modo acquisito libero accesso alle istituzioni. In Italia il merito rimane una farsa, per cui conta la notorietà. La bellezza aiuta, la faccia tosta anche, l’essere arrendevole è decisivo. Essere indipendente, preparato o iconoclasta è la tua fine, a tutti i livelli. Il meccanismo non fa che perpetuarsi continuamente, sotto nuove vesti.

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