Le nozze reali di Wiliam e Katie riempiono i media e attirano l’attenzione un po’ dovunque, com’è sempre stato per questo tipo di eventi. Chiaro che adesso viviamo nell’era della comunicazione globale 24/7, per cui in questo caso l’onnipresenza si adatta ai mezzi del giorno. L’aspetto curioso di quest’interesse morboso su scala planetaria (ma sarebbe interessante analizzare se anche i paesi emergenti ne siano affetti: forse questa volta non tanto, con l’eccezione di un’India che spesso ama sentirsi piu’ British della stessa Gran Bretagna) è che il paese che apparentemente ne è piu’ colpito sono gli Stati Uniti.
I media americani sono invasi da notizie delle nozze reali, ancor piu’ di quelli britannici, che pure con la propria Corona hanno un rapporto stretto. Come sempre in questi casi, chi attira di piu’ l’attenzione non e’ il principe, ma la (futura in questo caso) principessa, di cui abbiamo oggi appreso che non si sottometterà urbi et orbi alla volonta’ del marito. Buono a sapersi.
Ma perchè gli Stati Uniti sentono questo fascino cosi’ impellente per tutto quanto sa di monarchia? Loro non sono cosi’ repubblicani? Mica tanto. In primo luogo, gli Stati Uniti continuano a sentirsi, pure a due secoli dall’indipendenza, provinciali rispetto ai britannici. La “special relationship” (descritta in modo cosi’ arguto da un recente film con questo titolo, che rappresentava la love story tra Clinton e Blair) continua a esistere e a prosperare: la compenetrazione tra gli interessi economici e strategici tra Londra e Washington è fortissima, e l’osmosi tra i gruppi d’interesse tra le due sponde dell’Atlantico quasi assoluta. Un fattore che ha sempre messo un freno a uno sviluppo davvero indipendente di strategie europee (sempre annacquate dalla “special relationship”).
La “weltanschaunung” tra Londra e Washington continua ad essere condivisa, cambia solo l’accento. E gli statunitensi sanno bene che i britannici non li tradiranno mai. E, lasciandoci dietro la “grosspolitik”, l’unico accento che agli americani fa venire l’acquolina in bocca e’ quello british, garanzia di successo per qualsiasi personaggio minore che dalle isole britanniche voglia sfondare oltre oceano. Chiaro che adesso stiamo parlando di una coppia davvero reale, ma ricordiamoci l’innamoramento che gli eastenders David e Posh Beckham provocarono per qualche settimana in quella Los Angeles pur strapiena di stelle e stelline. Lui, evangelista dello sport meno popolare d’America: lei, soubrette improbabile. Eppure per qualche settimana si mangiarono Hollywood, solo per come parlavano (anche se non era l’accento di Saint Andrew, ma andava bene lo stesso). Poi, si scoprì che dietro l’accento non c’era granche’: Posh, nonostante l’accesso privilegiato, a Hollywood non ha sfondato malgrè tout, e David tra una vacanza e l’altra veniva a Milano a tenersi in forma.

Anche loro sbarcarano da sovrani, in un paese orgoglioso di disfarsi del re Giorgio, ma poi ossessionato dall’idea di avere un presidente – re: trattato come tale e un po’ spocchiamente definito, sin troppo spesso “l’uomo piu’ potente del mondo” e “commander in chief”. Il presidente Usa è trattato e agisce come un re, eletto dal popolo ma sovrano durante il suo mandato (pur con tutti i lacci e lacciuoli dell’instituzionalita’, per carita’). D’altronde, lo stesso fenomeno catartico l’hanno vissuto i francesi, che il re l’hanno ghigliottinato per poi ritrovarsi un paio d’imperatori e alla fine dei presidenti che di re hanno tutto salvo la corona (per il momento). E sognano tutti d’essere Napoleone. Il fascino della monarchia colpisce quindi di piu’ quindi chi il re non ce l’ha piu’, o non l’ha mai avuto. Molto piu’ easy going sono quelli che, nella vecchia Europa, la monarchia ce l’hanno ancora ma non l’osannano poi mica tanto. Anzi, la comprimono ben bene (andate a chiedere al re Alberto se e’ facile fare le roi des Belges). Anche la casa reale britannica è passata attraverso anni difficili, tanto che, pur con tutto l’entusiasmo che si vuole instillare nella gente in queste occasioni, queste nozze del futuro re con la prima “plebea” (non proprio un’ indigente, dobbiamo dire) non sollevano gli stessi entusiasmi di quelle di Carlo e Diana. La monarchia britannica non cadrà, ma da un po’ di tempo a questa parte non e’ piu’ indiscutibile. Dall’altra parte dell’oceano invece no: la società della middle class assoluta, che s’invaghi’ della propria compatriota divenuta principessa del paese piu’ piccolo del mondo, fa i conti con il proprio bisogno di nobilta’: non di quella che danno i soldi, ma quella innata, inaccessibile ai comuni mortali, anche miliardari. La famiglia Kennedy fu quanto di piu’ vicino a una casa reale ebbero gli americani: ma se la dinastia non pote’ consolidarsi, la vita politica Usa è stata poi comunque governata per un ventennio da due famiglie, sino all’esplosione di Obama.

Le nozze reali sono comunque un grande affare mediatico, e un momento di consolidamento nazionale: lo furono quelle bombardatissime di Felipe e Leticia di Spagna, che segnarono di fatto il passaggio di consegne mediatico tra Juan Carlos e suo figlio. Ma furono una questione solo nazionale (riviste a parte). Adesso invece è nella repubblica per eccellenza, quella che cita i padri fondatori ad ogni pie’ sospinto ,che si diventa pazzi per principi e principesse.In Italia non lo so, sono lontano: ma le teste coronate da noi hanno perso fascino da tempo, la cronaca segue altre vicende, che con le nozze hanno poco a che fare. Stiamo piu’ terra terra. Tanti auguri allora a William e Kate: anche se la loro classificazione tra i cento personaggi piu’ potenti del mondo è un po’ precipitosa, non c’è dubbio che per loro sara’ una grande giornata, che probabilmente non vedranno l’ora che finisca. Mentre seduti nei loro sofà, milioni di persone vorranno che non finisca mai, specie oltreoceano. Poi, gireremo la pagina.




































Stefano Gatto
Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.