Licia Colò? Turisti per Caso? No meglio, LSDP:) Oggi pubblichiamo infatti sul nostro blog un lungo reportage sul Tibet – curato dalla nostra “ambasciatrice” cinese Elena Premoli – a cavallo tra geopolitica, storia, cultura e costume e corredato da alcune foto imperdibili. Buona lettura, buona visione e buona condivisione!
22 aprile, l’approdo
Quando a ottobre 2010 venni a sapere che la Fondazione Italia – Cina, centro di nevralgica importanza per chi nel nostro Paese intrattiene scambi con Pechino, aveva organizzato un viaggio in Tibet nel periodo di Pasqua 2011 non ci pensai due volte ad iscrivermi. Nel gennaio 2010, infatti, mi trovavo nello Yunnan, a pochi passi dal tetto del mondo e il desiderio di accedere a una delle terre più isolate eppur più conosciute nel nostro pianeta per unicità e fragilità, era fortissimo. L’ingresso agli occidentali, garantito ad intermittenza dal metà degli anni Ottanta, era ancora fortemente osteggiato a causa delle tensioni verificatesi nel 2008, alla vigilia delle Olimpiadi. Per questo non mi fu possibile varcare il confine. La Fondazione Italia – Cina è riuscita a radunare una ventina di persone, di diversa età ed esperienza, ma tutte accomunate dalla passione per la Terra di mezzo; la piccola delegazione è stata favorita nell’ottenere un permesso d’ingresso per il Tibet dall’anniversario festeggiato nel 2011, anno in cui si celebrano i quarant’anni dall’inizio dei rapporti diplomatici tra Roma e Pechino.
Il primo impatto tra il nostro gruppo di italiani in vacanza e la cultura tibetana avviene all’aeroporto di Chengdu, capitale del Sichuan, regione cinese tristemente nota a causa del terremoto di alcuni anni fa. Un gruppetto di monaci è in coda al check-in. Si iniziano a scattare le prime foto (dopo qualche giorno in Tibet incontrare monaci per strada sarà la prassi) e a sentire vicino l’inizio dell’avventura. I monaci vestono scarpe da ginnastica e smanettano con cellulari d’ultima generazione. I monaci del nuovo millennio non sono anziani, riservati, dediti alla meditazione e alla preghiera. I monaci sono giovani, scherzano, ridono di gusto e fanno la coda al check-in di un aeroporto cinese.
L’aereo vola sul tetto del mondo, lo Xicang (nome cinese per Tibet), il “Paese occidentale dei testi sacri buddisti” o il “Rifugio ad Occidente”, a seconda dell’interpretazione etimologica prescelta. E si ha davvero l’impressione di poter sfiorare il cielo con un dito. Planiamo su terre aride e brulle, paesaggi lunari e dune di sabbia scolpite qua e là dallo scorrere di torrenti in secca.
Sul pullman salutiamo la nostra guida scandendo un preciso “nihao” à la chinoise. “Non parliamo cinese qui” ci risponde con un sorriso e già ci sembra di aver capito la filosofia taciuta di questo popolo. “Tashi Delek, benvenuti in Tibet” replica la guida e avvolge i nostri colli in sciarpe bianche, simbolo d’accoglienza da parte di un popolo che non è certo avaro di sorrisi e ospitalità. L’autobus ci trasferisce immediatamente da Lhasa a Zedang, uno dei maggiori centri del Tibet, eppure piccola e povera cittadina sconosciuta ai più. Attraversiamo villaggi segnati da povertà quasi assoluta, contadini piegati nell’arare campi secchi e polverosi. La strada che percorriamo è asfaltata, ma poco frequentata, ovunque troneggiano bandiere cinesi, espressione di un sottile soft power che mette subito in guardia i turisti dalle loro fantasie: “qui, governa Pechino”.
Passeggiamo per Zedang dopo un ottimo pasto a base di noodles: quasi nessuno parla mandarino, i visi cotti dal sole sembrano rivestiti di cuoio, il tempo si è fermato a parecchi decenni fa. Il programma pomeridiano prevede la visita al tempio di Yunbulakang, costruzione dell’ottavo secolo arroccata su un piccolo promontorio ed espressione del buddismo lamaista, giunto in queste terre tra il 620 e il 649. Lama significa “maestro” e il potere religioso, intrecciato a quello politico, si fonde in una teocrazia alla cui testa ci sono il Dalai Lama (“Oceano di saggezza”) e il Pan Cen Lama. In Tibet non ci si può muovere in autonomia e il programma di viaggio va rispettato. Siamo fortunati, la nostra guida è estremamente competente, perché figlio di un monaco. “I monaci accettano il celibato, ma durante gli anni della rivoluzione culturale mio padre decise di svestire la tonaca per non farsi arrestare e deportare nei campi di rieducazione. Ebbe quattro figli in dieci anni e, dopo la morte di Mao, tornò a esercitare la funzione di monaco, insegnando ai novizi”. Ma chi sono davvero questi monaci? “Dopo sei anni di scuola primaria e sei anni di scuola secondaria i ragazzi che si dimostrano più capaci scelgono l’università, i meno la via del monachesimo” continua la guida. I meno capaci?! Fare il monaco non è più solo questione di fede. I monaci vivono nei templi, ce ne sono a migliaia in Tibet, e sopravvivono grazie alle offerte dei pellegrini, ai turisti (che pagano sia il biglietto d’ingresso che il permesso per scattare foto all’interno di quasi tutti gli ambienti sacri) e ai fondi raccolti dalle organizzazioni occidentali pro Tibet.
Saliamo in lenta marcia verso il tempio-fortezza di Yunbulakang, respirando a fatica a causa dell’altitudine. Non ci rendiamo conto, ma ci troviamo a 3600 metri di quota. Dall’alto del tempio l’occhio si perde per l’altopiano, punteggiato qua e là da gruppi di case in pietra e sterco di yak essiccato.L’87% della Regione Autonoma del Tibet è abitato da tibetani.
Facciamo girare le campane della preghiera in senso orario, invitati dagli abitanti del posto, poi ci inerpichiamo per un’altra breve salita: dalla cima della collina al tempio è un vero ponte di bandiere colorate, simbolo di questa terra: le si vede sventolare a migliaia nei luoghi di culto ed alcune collegano tra loro alti picchi, raggiunti solo dalla pazienza e dalla volontà di monaci che ancora cercano luoghi inospitali per trascorrere delle giornate in silenzio e preghiera.
La sera alcuni reduci italiani esplorano le vie della parte più antica di Zedang, sfidando la puzza di immondizia, il vento secco e gelido, l’avanzare del buio. Scherziamo con dei bambini che giocano con ruote e bastoni, scattiamo foto, rispondiamo ai timidi “hello” dei locali.
23 aprile, Samye
Il sole splende, illumina l’azzurro compatto del cielo, scintilla tra le onde del Brahmaputra solcato dalla nostra piccola barca in legno. Il fiume si snoda per un percorso piuttosto ampio, ma l’acqua è bassa e l’imbarcazione, guidata dal distratto remo di un ragazzo che nella sinistra sgrana un rosario in preghiera, rischia più volte di incagliarsi. La nostra meta è Samye, complesso monastico più antico del Tibet il cui nome significa “Inatteso”, costruito nel 779 e ricchissimo di statue auree di Buddha e Lama tempestati di pietre preziose. Attorno al tempio alcune case: sbirciamo all’interno, ci sono altari colorati e non manca la televisione, unico vezzo concesso in mezzo a tanta povertà. I bambini scorrazzano qua e là, l’anno scolastico segue il programma occidentale (da lunedì al venerdì), ma il giorno sacro è il mercoledì, perché di mercoledì è nato l’ultimo Dalai Lama e si riposa il giorno della venuta al mondo del capo spirituale; per questo si cambia a ogni cambio di Dalai Lama. Moltissimi cagnolini, tanti anziani che recitano sottovoce i mantra, frasi che si ripetono per allenare la mente all’armonia e alla meditazione. All’interno i templi buddisti si assomigliano: il profumo di burro di yak investe l’aria, il burro è dato in offerta e utilizzato per le candele, non è commestibile. La luce filtra a fatica e nella penombra si è catturati dai colori sgargianti delle pitture che ricoprono le pareti nella loro interezza, nessuno spazio è lasciato bianco.
Avvicino la nostra guida mentre i compagni di viaggio scattano foto al paesaggio e ai locali. “Quanto guadagna un tibetano al mese?” chiedo senza troppe reticenze “Un buon stipendio sfiora i 2000, 3000 yuan (circa 200-300 euro)” “E questa gente con quanto vive?” continuo indicando gli operai che, incrostati di polvere e sudore, lavorano alla costruzione di un nuovo edificio adiacente al tempio “Vivono con 40 yuan al giorno (circa 4 euro), ma molti di loro lavorano gratis. Aiutano il tempio e sanno che se in futuro avranno bisogno d’aiuto i monaci non negheranno il loro supporto” risponde sorridendo. “Avete un sistema sanitario?” continuo io “Sì, il governo cinese ci sostiene, il Tibet è una regione fortunata, si realizzano molti investimenti qui. Tutte queste case che vedi intorno sono state finanziate da Pechino, il governo vuole aiutare la campagna tibetana a svilupparsi. A breve sarà aperta una nuova strada per collegare l’aeroporto di Lhasa alla città. Sono circa 65km e si percorreranno in meno di un’ora. Ci sarà anche una nuova ferrovia, per portare più visitatori alla capitale. Il governo incentiva anche lo studio dei giovani, che spesso scelgono le università cinesi per completare la loro formazione. Lo stesso Pan Chen Lama, oggi ventiduenne, studia a Pechino”, sorride di nuovo la guida. È tempo di tornare al pullman. Osservo ancora una volta i pellegrini ruotare attorno al tempio, ruotare la loro preghiera tra le dita. Osservo le case finanziate dal governo. Tra poco qui vicino passerà la ferrovia e i giovani tibetani saranno a Shanghai a studiare, oppure a Pechino, come il Pan Chen Lama.
23 aprile, sulle onde del Brahmaputra, sulla scia dell’ “Inatteso”: la storia di Luosa
La giornata volge alla sua naturale conclusione e lo stesso barcaiolo dell’andata si appresta a caricarci per ricondurre turisti e locali sull’altra sponda del fiume. Ci raggiunge un gruppo di pellegrini, hanno la pelle scura, ci sorridono. “Tashi Delek, parlate cinese?” chiede Francesco, il responsabile della nostra delegazione. “Siamo cinesi” risponde uno di loro, il viso rilassato e consumato al tempo stesso. Ci sistemiamo sulla barca e, insieme a Francesco, mi siedo a prua vicino al cinese, pronta a rispolverare in ogni occasione il mio putonghua, ma presa anche dalla curiosità di conoscere una nuova storia da raccontare. “Come ti chiami?” chiediamo presentandoci. “Luosan, vengo dalla provincia dello Yunnan” “Yunnan! Ci sono stata!”, lo interrompo, iniziando a elencare i luoghi visitati laggiù, Lijiang, Dali… Gli spieghiamo poi chi siamo, da dove veniamo. Luosan conosce Milano perché è fan del Milan, come tantissimi cinesi, in particolare i più giovani. È felice di poter conversare con un gruppo di italiani e piano piano le chiacchiere si sciolgono. Mentre i compagni di viaggio sulla barca si assopiscono al sole calante, riguardano le foto o ascoltano musica sulla scia di un regolare ondeggiare del fiume, noi stiamo seduti sulla punta più estrema, nell’unicità di un momento. “Quanti anni hai Luosan? Sei in pellegrinaggio?” Luosan sorride e comprende la nostra curiosità. Ci parla di lui e ci regala una delle pagine più belle dell’intero viaggio in Tibet. “Ho 37 anni (pensavamo almeno 45!) accompagno mia madre nella visita a questi templi. Potrebbe essere l’ultima volta nella sua vita in cui le è concessa questa possibilità, è molto anziana…ha 64 anni (pensavamo almeno 80!)” “Sei buddhista, dunque…” incalziamo noi. “Sono un monaco”. Un monaco!??! Ma dov’è la toga? Luosan è un monaco in borghese, che vive in una provincia cinese ai confini con il Tibet. Appena è abbastanza maturo per poterselo permettere, ma ancora sufficientemente pazzo per poter rischiare, si arrampica tra i passi impervi dell’Himalaya e attraversa le montagne più alte del mondo, camminando per mesi tra chissà quali avventure. Questo per poter entrare in territorio indiano senza permesso. “Ho vissuto in India per 19 anni, mentre ufficialmente mi sarei dovuto trovare nello Yunnan. Non avevo documenti e per questo ho tentato l’impresa con altri quattro amici. Mi è andata bene. Poi ho deciso che era tempo di tornare e ho percorso il tratto a ritroso”. Qualcuno tenta di scattare una foto alla mamma di Luosan, che sorride sdentata e cerca di proteggersi con il braccio. Luosan la convince a farsi ritrarre, lei accetta timidamente. “Ho pagato 900 yuan (circa 90 euro) per volare fino a qui, questi sono i luoghi della nostra fede”. Lo sguardo di Luosan si perde all’orizzonte, mentre noi ci perdiamo ad immaginare la sua fuga tra le montagne. “Mi piacerebbe venire in Italia a trovarvi. Immagino l’Italia come un Paese rilassante”. Sarà… ma di sicuro ti aspettiamo, Luosan!
24 aprile – Pasqua a Lhasa
Ci sono più bandiere tibetane a Milano che in Tibet, anzi, qui non ce n’è nemmeno una. Ci sono tante bandiere cinesi, in compenso. Costeggiano la strada che percorriamo da Zedang a Lhasa. Più il centro urbano si avvicina, più aumentano le case e gli edifici rispecchiano sempre più lo stile cinese. Lasha è la capitale del Tibet, l’unica vera città in questa regione, con i suoi 100 mila abitanti o poco più. Chengdu, capitale del Sichuan dalla quale abbiamo preso il volo, ne conta 12 milioni.
Lhasa è molto più che capitale, è il cuore di una religione che è anche politica, è il nome che si è ripetuto tante volte in Occidente per identificare il nervo di una questione irrisolta. Il nostro albergo è a fianco della piazza principale e, nonostante lo staff ci accolga avvolgendoci nelle consuete sciarpe bianche e improvvisando la danza dello yak grazie a buffi costumi, vogliamo solo uscire di nuovo per essere lì, per vedere con i nostri occhi il punto da cui partirono gli scontri che nel 2008 misero in seria difficoltà il governo di Pechino alla vigilia delle Olimpiadi. Dalla finestra della camera si contemplano fili colorati di bandiere aggrovigliate tra loro. La guida ci dà appuntamento all’ingresso della piazza: “non scattate foto ai militari per alcun motivo” si raccomanda “o rischiate di essere immediatamente espulsi dal Tibet”. La scena è quasi hollywoodiana: nella piazza, circondata da bancarelle di cappellini, monili e scialli (per lo più cineserie, ben poco artigianato locale) circola con passo deciso e estrema precisione un plotone di soldati cinesi, circa una ventina, tutti giovanissimi, forse 18-20 anni appena. Il plotone percorre il confine della piazza per tutto il giorno. Di notte la marcia si ferma, ma il controllo non viene mai a mancare. Alzo lo sguardo e sopra all’insegna di Dico’s noto un cappellino militare che spunta beffardo: guardo con più attenzione. Ci sono diversi cecchini sistemati sui tetti delle case intorno alla piazza. I soldati sono giovani ventenni cinesi per la prima volta in trasferta, ma armati di tutto punto. Difficile mantenere i nervi saldi e il controllo della situazione quando si è così inesperti, facile forse ricorrere a mezzi veloci e risolutivi se sono così alla portata… Sugli angoli delle abitazioni noto diversi aggrovigliamenti di fili che determinano il funzionamento di varie telecamere. Lhasa è sotto silenzioso assedio.
Sono migliaia i pellegrini che ogni anno convergono a Lhasa da ogni parte della Regione per pregare attorno al tempio di Jokang, il cuore della città, l’edificio sacro più venerato del Tibet. Dal tempio si allargano tre quartieri, organizzati come cerchi concentrici. I pellegrini percorrono questi cerchi in senso orario, congiungendo le mani prima al cielo, poi alla testa e quindi al cuore, lanciandosi infine in una genuflessione totale. I costumi, i volti, le espressioni sono eccezionalmente unici, così mi metto in centro alla strada lasciando che la marea umana che gira come le lancette mi venga addosso, mentre il click della digitale cerca di fermare qualche volto per consegnarlo all’eternità.
Il quartiere del Barkor è ciò che resta della Lhasa antica, bisogna destreggiarsi tra gli “hello” delle bancarelle per infilarsi in vicoli minori ed entrare in contatto con la vera quotidianità. Ma anche qualora si decida per optare su un più immediato shopping tibetano tra le chincaglierie proposte resta un’esperienza inimitabile quella del fare compere e contrattare alla cinese affiancati da soldati in tenuta da guerra.
Il Jokang ci invita ad una visita e noi entriamo nell’anima del buddismo tibetano il giorno della Resurrezione del Dio cristiano. Un gruppo di cinesi ci ferma per una foto, contenti di aver bloccato dei bianchi occidentali. “Siamo qui in pellegrinaggio, non è una semplice visita” ci spiegano “ma in fondo siamo tutti figli dello stesso Dio”. Tuttavia l’intimità del luogo sacro si perde nel bagno di folla e nei richiami delle guide turistiche, i gesti non sono misurati, ma frettolosi: eppure, nonostante assomigli più a un mercato delle indulgenze che a un luogo di preghiera, grazie ai suoi tesori, al misticismo che lo pervade e all’intensa, ormai inconfondibile, essenza di burro bruciato lo Jokang regala un altro spaccato indimenticabile alla nostra breve trasferta.
25 aprile – “Mucchio di riso”
Il nostro pullman si lascia la città alle spalle per portarci ai piedi di un piccolo colle, punto d’inizio della visita mattutina. Drepung, un ammasso di edifici sacri arroccati sulla montagna, muri bassi e bianchi, viuzze strette che a noi ricordano un villaggio del Sud Italia o una piccola cittadina greca. Il complesso, che in tibetano significa “mucchio di riso”, è in piena fase di restauro; mentre con estrema lentezza (è necessaria molta calma nel muoversi a 3700 metri d’altezza…) puntiamo alla cima, dove sorge il monastero, la nostra guida ci racconta come gli altri edifici siano adibiti a dormitorio dei monaci, un tempo migliaia, ora ridotti a 500 tra spazi inutilizzati. Il governo di Pechino sta finanziando ingenti opere di restauro per dare al complesso ancor più splendore. Ragazzi e ragazze tibetane lavorano cantando sui tetti delle case e schiacciano con delle pietre le scaglie di legno che serviranno a coprire i muri delle costruzioni. Smanettiamo con le digitali lungo il percorso, una vecchietta mi sorride: allora passo la macchina a Stefano e gli chiedo di scattarmi una foto. Subito l’anziana comprende e, con un sorriso sdentato, si aggiusta il copricapo blu. Un gesto di particolare dolcezza, che di certo non l’aiuta a rendersi più presentabile per l’obiettivo, ma testimonia la spontaneità e la gioia di vivere che caratterizza così bene questo popolo.
È il giorno della riscossa per le anziane tibetane! Nel pomeriggio ne incrociamo un gruppetto davanti all’ingresso del Norbulingka, il Palazzo d’Estate, residenza dell’ultimo Dalai Lama da metà marzo ad ottobre. L’atmosfera è bucolica, i giardinetti si alternano a torrenti scavalcati da piccoli ponti in pietra, a cavalcioni tra i due argini. Un luogo di pace e meditazione che anima anche i nostri discorsi, che concilia il pensiero. Le vecchiette mi sorridono e mi avvicino: vestono gli abiti lunghi impreziositi dal grembiulino colorato che portano le donne tibetane. Ridono e frugano segretamente in alcuni sacchetti di plastica. Mi avvicino ancora di più, incuriosita, e allungo qualche spicciolo per poter scattare una foto. Le anziane rifiutano con la mano, mi invitano a sedermi ed estraggono dai sacchetti caramelle e piccoli ossicini, con attaccata della carne sfilacciata, offrendomi il tutto con entusiasmo. Accetto le caramelle, ma rifiuto gentilmente le ossa che loro sgranocchiano divertite (ok l’interscambio culturale, ma anche bene evitarsi fastidiose conseguenze…)
Nel Norbulingka il tempio sembra essersi fermato alla notte in cui, nell’ottobre 1959, il Dalai Lama fuggì in India, travestito da soldato. C’è ancora il suo letto, c’è la sala riunioni, l’angolo della meditazione, il bagno. C’è un grammofono e una vecchia radio, grande quanto una parete, dono del Primo ministro indiano Nehru e strumento attraverso cui la guida politico-spirituale dello Xicang ascoltava le cronache di guerra. C’è una foto del Potala prima della Pacifica Liberazione perseguita dagli Han. C’è la mantella che il Dalai Lama indossava per ricevere decine di migliaia di fedeli che accorrevano da tutto il Tibet per ricevere la sua benedizione.
26 aprile – Seduti sul tetto del mondo
Ultimo giorno di Tibet, ultimo giorno a Lhasa, la capitale del Paese delle Nevi che agli inizi degli anni ’50 era una piccola cittadina medievale e oggi ospita alberghi di lusso e il Dico’s. Siamo ai piedi del Potala, tempio simbolo del Tibet, ancora più bello e imponente di come l’avevamo sognato. Un solo sguardo a questa meraviglia architettonica vale l’intera trasferta. L’edificio troneggia sulla città con i suoi tredici piani e 117 metri d’altezza. Nessuno conosce con esattezza il numero delle sue stanze. Fino al 1959 ospitava un monastero, decine di cappelle, uffici governativi, fungendo da punto di riferimento spirituale e sociale di tutto il Paese. I pellegrini vi giungevano in gran numero fin dalle prime ore del mattino e lo circoambulavano con lo sguardo rivolto verso le residenze del Dalai Lama. La circoambulazione del tempio fu proibita sin dai primi anni Ottanta, ora è di nuovo consentita anche se il Dalai Lama non risiede più in quelle alte mura. Il Potala del 26 aprile 2011 è un museo, visitato da centinaia di turisti cinesi e occidentali che sin dal mattino si accodano agli ingressi e salgono i gradini in pietra fino alla sommità, dove è situata la porta di accesso al tempio. Il Potala del 26 aprile 2011 è “la banca del Tibet” con le sue ricchezze infinite, le migliaia di tonnellate d’oro puro che formano gli Stupa, le tombe dei Dalai Lama. Piccoli corridoi da percorrere di corsa, perché i sorveglianti cinesi non permettono lunghe soste e incalzano le guide; si deve completare la visita in un’ora. La Tomba del quinto Dalai Lama, celeberrimo grazie alla sua saggezza e intelligenza, ci lascia senza fiato per imponenza e sfarzo. Gli Stupa sono circondati da testi vecchi centinaia di anni che raccolgono preghiere, sfogliate da chissà quante dita.
Dal cortile centrale si intravedono le punte innevate delle montagne. Il cielo è d’un azzurro pastello denso, compatto. Le poche nuvole sono così vicine che davvero ci sentiamo a un passo dal cielo, davvero possiamo dirci l’un l’altro: “Siamo in piedi sul tetto del mondo”.
La pausa pranzo è dedicata alle ultime compere e ad un’ultima esplorazione della città vecchia. La guida ci consiglia la visita a un monastero, l’unico a ospitare monache in città. Il percorso è tortuoso e ci si perde tra le vie della Lhasa più autentica, per questo entro in un ostello e chiedo indicazioni in cinese. La ragazza alla reception si dimostra affabile e mi accompagna sul posto. Senza il suo aiuto sarebbe stato impossibile scovare, tra i cunicoli, questa piccola porta gialla, uguale a tante altre: all’interno un cortile e delle monache indaffarate nel raccogliere secchi d’acqua da un pozzo. Ci osservano incuriosite e sorridono, invitano a entrare. Il tempo stringe, diamo solo una velocissima occhiata al tempio, ma quello che più ci colpisce è una grande sala, vicina alla porta di ingresso, colma di pellegrini intenti a consumare un pasto frugale. I templi sono punti di riferimento per la povera gente, luoghi in cui non solo pregare, ma anche trovare accoglienza e ospitalità.
Nel pomeriggio, ultima visita tibetana, il monastero dei bambini, dove i pellegrini portano piccoli da tre giorni di vita in su perché ricevano la benedizione di Buddha. È usanza dipingere di nero il naso di questi bambini, ne incrociamo a decine. La nostra guida si ferma all’ingresso del tempio, allunga una banconota ad un monaco, sussurrando in segreto. Il monaco lo guarda, accetta i soldi e scrive su due leggerissimi fogli di velina rossa dei segni sconosciuti. Poi li passa alla guida, che si accoda davanti a un incensiere, dove le madri appoggiano i bambini per la benedizione. Un altro monaco riceve i foglietti, ne legge il contenuto e li brucia: “Sono nomi di bambini malati” ci spiega la guida “una preghiera per la loro guarigione”.
Ogni settimana, da lunedì a venerdì, dalle 15.00 alle 17.00, i monaci del monastero dei bambini si ritrovano in un cortile di ciottoli per confrontarsi e esaminarsi. Una fila di esaminati siede per terra, mentre altri, in piedi, li interrogano: si parte da domande relativamente “semplici” come “perché hai deciso di diventare monaco, sei pronto ad accettare il celibato”, a domande più complesse, di filosofia e religione. È un continuo battere di mani, per richiamare l’attenzione, e urla, contro chi sbaglia la risposta o non dimostra abbastanza impegno. Il dibattito tra monaci è aperto al pubblico e ci affacciamo incuriositi: il cortile raduna diversi occidentali, i monaci più giovani sorvegliano l’ingresso con la coda dell’occhio e, quando ci vedono arrivare, rincarano la dose in termini di urla, le discussioni si fanno accese. Forse si tratta di un teatrino per turisti, ma alcuni tra i monaci più anziani sembrano discutere con la vera intenzione di confrontarsi e, comunque sia, non abbiamo mai visto tanti monaci radunati in un medesimo spazio né assistito a un momento della loro giornata particolare e così diverso.
Il tempio dei bambini è costruito su un’altura, sovrastato da una curiosa costruzione gialla: chiedo alla guida di cosa si tratti: “è un luogo di meditazione, si raggiunge tramite dei sentieri in un’oretta di cammino. Io ci sono stato due volte in tutta la mia vita, alcuni monaci lassù vivono in clausura”. “Possiamo andarci?” “Si sta facendo tardi, il cielo rannuvola” “Ma ci vuole solo un’oretta….””La strada è bloccata…” “Possiamo andare a verificare?” “Ragazzi, è il nostro ultimo pomeriggio insieme. Siete stati bravi fino a questo momento, cercate di non crearmi problemi proprio ora”.
Tibet, la questione irrisolta
Cosa si può capire del Tibet, di questa terra misteriosa e lontana, ricca di fascino, cultura e che da sempre ha attirato le attenzioni dell’Occidente? Si parla in tibetano (vietato il nihao), ma di Tibet non si parla. Vietato esporre bandiere, vietato possedere la foto del Dalai Lama. Ciò che si può capire in pochi giorni di permanenza sul “tetto del mondo” è proprio la difficoltà di poter capire. La situazione creatasi a seguito della Pacifica Liberazione cinese è ormai talmente intricata che se fosse semplice sarebbe già stata risolta. Non esistono più ragioni o torti, ma solo un popolo che ha vissuto l’unione del potere religioso e di quello politico, così come la crisi di questo connubio, già presente prima dell’arrivo dei soldati di Mao. All’interno delle divisioni si è inserito un altro popolo, portando tecnologie e sviluppi forse poco graditi. Ci sono tibetani che lavorano per enti cinesi e enti cinesi che non potrebbero lavorare senza dipendenti tibetani. I tibetani faticano però nel trovare occupazione a causa della sempre crescente popolazione han che migra nella regione incoraggiata dai finanziamenti governativi. Ci sono anche finanziamenti per lo sviluppo delle campagne, un soft power davvero soft, taciuto, che porta però assistenza e maggior benessere laddove non ce n’era. Ci sono poi gli abitanti dei villaggi al di fuori di Lhasa che vivono un’esistenza distante dai giochi politici, ma sono animati da una fede semplice e dalla necessità di sopravvivenza. C’è il mondo esterno, chi per voler comprendere a tutti i costi estremizza e chi succhia da una cultura millenaria solo il fascino delle parole, senza comprenderne l’essenza. Durante la visita a Drepung mi avvicino a una guida che segue una coppia d’americani. Parlano del buddhismo e uno dei due chiede “come posso raggiungere il nirvana? È bene iniziare a digiunare?” La guida si dimostra compiacente asserendo, è sicuramente un buon modo per iniziare a purificarsi, risponde.
Si sa che l’occhio umano vuole sempre porre contorni laddove non ci sono o preferisce scegliere una soluzione che sia bianca o nera nell’impazienza di dover ragionare per forza su scale di grigi. L’incontro con il Tibet può solo rivelarsi un punto di partenza nell’approccio a una questione complessa, non di certo l’arrivo, non di certo un percorso più semplice per assegnare torti o ragioni.
27 aprile – Chengdu e la riserva dei Panda
L’aereo ci riporta nel Sichuan per toccata e fuga in attesa del volo internazionale. Chi transita per questa regione cinese non può assolutamente perdersi l’incontro con l’animale simbolo della Cina, il panda, una specie unica, rara e per questo quasi estinta (e che noi de LSDP abbiamo inserito nella classifica dei global thinkers del 2010). Non si sa quanti panda siano effettivamente ancora presenti in Cina, il Sichuan è la regione che ne conta sicuramente un numero maggiore. Alcuni anni fa, il governo cinese regalò ventitré panda a diversi Stati del mondo, ma tutti furono riportati in Cina perché incapaci di sopravvivere a clima diversi.
Questo simpatico orsetto necessita di 20 kg di foglie di bambù al giorno e, tra i vari tipi di bambù, predilige alcune specie. Nel 2008 la riserva di Chengdu che abbiamo la fortuna di visitare cerca di modificare l’alimentazione dei Panda, introducendo uova e latte, ma in quell’anno nasce un solo cucciolo, per questo si ritorna al bamboo only. Un’alimentazione davvero selettiva per un animale super selettivo. Le femmine di panda approcciano il maschio per soli due o tre giorni. Se la coppia non funziona la femmina non cercherà un altro partner per il resto della vita, quindi è molto difficile per questi animali concepire dei cuccioli. Qualora la femmina resti incinta seleziona il più forte tra i cuccioli occupandosene esclusivamente e lasciando dunque gli altri a difficile sorte. Un animale in via d’estinzione e che lavora in prima linea per la sua stessa scomparsa. I panda nelle riserve sono protetti, spesso nascono grazie all’inseminazione artificiale e i cuccioli sono allevati in cattività fino a che non raggiungono l’anno di vita. Ma al di fuori di queste aree il panda continua a vivere la sua pigra esistenza, diciassette ore di pasto e il resto di sonno. Un’esistenza tutto sommato piacevole per un animale simbolo della maggior organizzazione mondiale per la tutela della natura (il WWF) e così speciale per peculiarità e tenerezza.




































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