In vista dell’imminente referendum sul nucleare del 12 Giugno, si ripropone ancora una volta con forza la questione energetica. Tutto ciò proprio nel momento in cui Germania e Svizzera hanno deciso di dire addio al nucleare, che rappresenta ad oggi una fetta consistente della loro produzione energetica. La Germania, in particolare, intende fermare i suoi reattori entro il 2022 per puntare sulle energie rinnovabili e realizzare un piano energetico alternativo, che preveda, oltre alla riduzione dei consumi e l’incremento dell’efficienza energetica, anche l’aumento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili dall’attuale 16% al 35% entro tale data.
Il popolo italiano è, dunque, chiamato a rispondere ad un importante interrogativo: rinunciare di nuovo al piano energetico nucleare in favore delle energie rinnovabili, seguendo le orme della Germania e l’onda emotiva causata dal dopo-Fukushima? A sua volta, questa domanda deriva da un’altra questione: nel futuro le rinnovabili saranno in grado di coprire una quota considerevole del nostro fabbisogno energetico? Alcuni, infatti, sostengono che la stessa Germania sarà presto costretta a ritornare sui propri passi e ripensare la sua strategia energetica.
Attualmente in Italia la quota di energie rinnovabili è di circa il 20%, dato però dominato dal contributo dell’ormai satura energia idroelettrica (oltre il 15%); il resto si divide fra geotermico, biomasse, solare ed eolico. Queste ultime due, soprattutto, sono considerate le energie del futuro, su cui si cerca di investire per accrescere il peso delle rinnovabili in tutta Europa.
Proprio sull’eolico la Germania intende costruire gran parte della propria crescita. In Italia, invece, molto si potrebbe ancora fare su questo fronte ma, sia le caratteristiche morfologiche del territorio (meno favorevoli rispetto, ad esempio, a Germania e Spagna, leader nel settore), che la forte avversione, a volte insensata, alle pale eoliche, accusate di deturpare i paesaggi, rendono la vita più difficile all’energia del vento. Il fotovoltaico, invece, nel 2010 ha conosciuto una vera e propria esplosione, seppure grazie alla presenza dei generosi incentivi, che ha portato all’installazione di oltre 100000 impianti per circa 3 GW di potenza, superando il contributo dell’1% sul totale di energia prodotta. I margini di crescita sono ancora enormi, tuttavia non si può pensare di continuare ad installare impianti solamente attraverso il sostegno statale. Ciò, però, si inserisce in un trend di crescita del mercato e sviluppo di tecnologie sempre più raffinate e mirate a questo settore industriale.
Infatti i produttori sostengono che entro pochi anni il costo al KWh del fotovoltaico sarà competitivo con le fonti energetiche tradizionali, complice anche la prevedibile salita di prezzi di queste ultime. Uno studio condotto dall’Università di Padova e guidato dal professor Lorenzoni prevede che al Sud, dove l’esposizione solare è migliore, questo succederà già nel 2014, mentre nelle regioni del Nord bisognerà attendere il 2017. Altri studi svolti sul costo dell’energia solare non sono, però, altrettanto ottimistici: ad esempio, secondo la professoressa Schilling della Stern Business School alla New York University, che ha studiato la competitività economica delle energie rinnovabili, il costo del fotovoltaico è destinato a diminuire molto lentamente, nonostante i numerosi investimenti indirizzati a migliorarne la tecnologia. In ogni caso, tutti gli studi svolti in questo senso dipendono dalla scelta del set di dati su cui si effettua la stima e, pertanto, molto spesso soffrono di una marcata polarizzazione causata da interessi contingenti.
Di certo un limite legato allo sfruttamento dell’energia solare è la sua estrema ed inevitabile variabilità, che impone l’obbligo di ripensare la rete di distribuzione elettrica, trasformandola in una cosiddetta “smart grid”, ovvero una rete in grado di compensare in maniera intelligente gli eventuali gap di energia che si verrebbero a creare. Una rete di questo tipo, tuttavia, comporterebbe ulteriori costi da sostenere. Ne consegue anche che, per puntare seriamente sulle energie rinnovabili, è necessario, al contempo, perseguire una politica di riduzione dei consumi energetici su scala nazionale.
Il nucleare, invece, dal canto suo, è stato spesso considerato la panacea di tutti i mali, specie in sede politica. Tuttavia, la competitività dei costi di questa tecnologia non è ancora così chiara, soprattutto perché spesso alcune delle voci di spesa che ne compongono il bilancio complessivo, come la manutenzione e la dismissione delle centrali stesse, sono del tutto trascurate. A ciò si aggiunge un aumento frequente dei prezzi previsti per la costruzione e gestione degli impianti nella fase successiva agli assegnamenti degli appalti, il che fa pensare che a tal fine si necessiti di una tale onestà e trasparenza sconosciuti nel nostro paese. Il tutto si somma ai ben noti problemi di sicurezza e stoccaggio delle scorie residue. Prima, però, di abbandonarsi a facili conclusioni, bisogna considerare che il nucleare è tuttora una realtà in grado di dare un’alternativa energetica affidabile. In più, gli sviluppi futuri di centrali di quarta generazione, basate sull’impiego di nuovi materiali, ad esempio sodio e piombo per il raffreddamento del reattore o addirittura il torio come combustibile nucleare, potrebbero fornire le soluzioni per molti dei problemi che al momento affliggono le centrali nucleari. Quindi privarsi a priori di questa possibilità potrebbe essere una scelta molto penalizzante dal momento che, anche nel più ottimistico degli scenari, le energie rinnovabili non potranno coprire completamente il fabbisogno energetico nazionale, proprio quando i combustibili fossili tenderanno a divenire sempre più inaccessibili.
Si tratta di una scelta molto delicata ma, meglio prendere una posizione che lasciare il proprio futuro nelle mani di qualcun altro, astenersi non paga.





































Roberta Quero
Nata a Taranto nel 1986, è ingegnere delle telecomunicazioni, specializzata in progettazione di sistemi LTE. Per LSDP si occupa di tecnologie innovative e del loro impatto sullo scenario economico e sociale.