LSDP non è solo lo spazio della politica, ma anche lo spazio delle passioni. La mia, quella per il calcio, ha contaminato in maniera feconda anche questo blog, dove da tempo discutiamo in maniera analitica delle implicazioni geopolitiche ed economiche di quello che sarebbe riduttivo considerare solo uno sport. Che non sia così lo dimostra tra le altre cose il fatto che ieri Festarch – il festival internazionale di architettura andato in scena a Perugia e di cui siamo stati ospiti – abbia dedicato un panel al tema “calcio, stadi e architettura“, i cui spunti meritano oggi di essere ripresi anche qui.
Ospite d’eccezione del panel è stato Peter Eisenman, “uno degli architetti più importanti del secolo scorso e di quello appena iniziato”, come l’ha presentato un altro architetto “malato” di pallone, Stefano Boeri. Dell’architetto newyorkese tutti conoscono opere come il famoso e discusso Memoriale dell’Olocausto berlinese o la Città della Cultura di Santiago de Compostela. Forse pochi conoscono invece la realizzazione del nuovo stadio della squadra di football di Phoenix, i Cardinals, o la progettazione della nuova casa del Deportivo La Coruna. Così come pochi conoscono quella che è una felice “ossessione” di Eisenman per il calcio italiano, che lo fa collezionare maglie di ogni squadra compresa l’Afragolese, prendere ispirazione per il suo pensiero teorico dal contropiede e dal catenaccio, discettare del “Nino Maravilla” Sanchez, e via discorrendo. Leggete qua sotto questo suo ricordo autobiografico pescato in rete, risalente al “grand tour” italiano del 1961 in cui Eisenman scoprì i tesori della grande architettura italiana, poi diventati fonte di ispirazione continua del suo lavoro,a partire dalle opere del comasco Giuseppe Terragni (e difatti Eisenman è tifoso del Como):
Allo stesso tempo cominciai a capire la cultura italiana parlando con i camerieri al ristorante e capendo che si poteva imparare una lingua e comprendere una cultura anche parlando di calcio. Così diventai un tifoso: ricordo che nell’estate del 1961 andai a vedere un raduno del Mantova che all’epoca militava in serie A. Mangiammo nello stesso ristorante con la squadra, andammo a vedere gli allenamenti, poi visitammo le chiese di S. Andrea e S. Sebastiano di Leon Battista Alberti, per poi arrivare a S. Benedetto Po per vedere la Basilica di Giulio Romano. Fu una incredibile combinazione di lingua, cultura, architettura… e calcio. Il Natale seguente, in Sicilia, andai a vedere Bulgarelli giocare con il Bologna contro il Palermo. Fu un’esperienza incredibile. In piedi sotto la pioggia guardavo la partita ma mi colpivano ancora di più gli spettatori nei loro impermeabili.
Torniamo al nostro punto di partenza. Il tema dei nuovi stadi è stato più volte affrontato su LSDP, sia in riferimento alla famigerata legge bloccata da tempo in Parlamento, sia riguardo al nuovo stadio della Juve. Boeri ed Eisenman nella discussione di ieri hanno centrato il punto di fondo. Lo stadio in Italia è un’arena che si accende solo una volta ogni una o due settimane, coppe permettendo, per poi rimanere un guscio vuoto per tutto il resto del tempo. Gli stadi del XXI secolo sono invece concepiti per ospitare vita in tutti i momenti della settimana, grazie alla loro integrazione con attività commerciali, sportive, culturali e ricreative, e perché no con funzioni residenziali (come nel progetto per il nuovo stadio di Genova studiato da Boeri).
Gli stadi moderni però non sono solo questo. Sono parte essenziale del business-model di una società di calcio che voglia essere competitiva, e proprio da questo punto di vista sono l’anello debole della struttura dei ricavi delle società professionistiche italiane (come continuano a ribadire gli studi più avveduti), che dipendono in maniera fortissima dagli introiti dei diritti televisivi, non potendo disporre, Juve a parte, di uno stadio di proprietà. I nuovi stadi sono infatti dei potenti catalizzatori di flussi economici, e ben lo sa la Juve che solo dalla cessione dei diritti commerciali sul nome dello stadio alla società francese Sportfive ha incassato 75 milioni di euro.
La retorica romantica del “no al calcio moderno e no agli stadi-centri commerciali” non comprende poi un altro punto fondamentale, ovvero che questo volano economico significa anche occupazione e posti di lavoro. Ieri è stato ricordato come a Milano lo stadio di San Siro sia diventato la meta cittadina che nel 2010 ha totalizzato più visite turistiche di tutte, pur in mancanza di un’offerta paragonabile a quella presente in altre città europee come Madrid. Ecco, questi sono posti di lavoro e, in prospettiva, sono ancora più posti di lavoro. Ma non solo, sono anche processi di riqualificazione urbana.
Certo, Eisenman ha ricordato come gli stadi americani siano ormai dei set televisivi, in cui capita che nella sopra ricordata Phoenix Arena dei Cardinals la gente non guardi più la partita sul campo, bensì rivolgendo lo sguardo all’enorme megaschermo posizionato in un lato dello stadio (vedi foto). Queste possono sembrare forzature per il modo italiano di vivere il calcio, e gli stadi. Ma l’esistente è indifendibile, la conservazione una non-scelta senza senso. Gli stadi italiani sono stati per la maggior parte costruiti in epoca fascista. L’opportunità di Italia ’90 ha lasciato in eredità il nulla, esemplificato da quella cattedrale nel deserto spesso vuota che è il San Nicola di Bari.
Un altro punto da tenere in considerazione è che gli stadi vuoti abbruttiscono lo spettacolo, anche per chi lo guarda da casa, e contribuiscono a far sì che in futuro non possano esserci più tanti nuovi Peter Eisenman (magari cinesi e indiani) che si innamorano della cultura del nostro Paese anche e soprattutto attraverso il calcio. Che cultura popolare vuoi rappresentare e significare quando, come è accaduto a Trieste, al posto degli spettatori in carne e ossa vengono messe delle sagome cartonate per rimpiazzare il vuoto?
Come si inverte questa tendenza, testimoniata dai dati che vedono il tasso di occupazione dei nostri stadi al 62%, di fronte al 93% spagnolo e al 97% tedesco? Due mosse prioritarie:
1) I tifosi al centro. La tessera del tifoso voluta con forza da Maroni potrà esibire dati favorevoli sulla gestione della sicurezza, ma è uno strumento fin qui congegnato contro ogni logica di rispetto dei diritti del tifoso comune, su tutti quello a non essere vessato da inutili complicazioni burocratiche.
2) Abbassare i prezzi dei biglietti. L’altro punto critico è rappresentato dai prezzi troppo alti, che scoraggiano l’accesso agli stadi, in particolare delle famiglie e dei giovani. Uno dei segreti del successo del modello tedesco (che in questi anni ha prodotto cose come la marea giallonera dei tifosi del Borussia Dortmund) sta proprio nei prezzi vantaggiosi (media tedesca 20 euro, media italiana 33). Su questo punto la responsabilità è interamente delle società.
Conclusione finale, di nuovo spazio al romanticismo e alle passioni. La gente popola gli stadi per un elemento primario e irriducibile ad ogni logica di business e di consumo. Vuole vedere i giocatori della propria squadra giocare a calcio, e possibilmente vederli vincere contro la squadra avversaria. Però li popola ancora di più quando in mezzo ai giocatori ci sono anche i fenomeni. Io sabato ho girato per il Festarch con la maglia del fantasista diciottenne del Padova Stephan El Shaarawy, alfiere assieme a Mario Balotelli ed Angelo Ogbonna della generazione di “nuovi italiani” pronti a far grande la Nazionale del futuro. Ieri il “Faraone” (soprannome legato alle sue origini egiziane, ricordate anche in questa intervista alla Gazzetta) ha siglato una storica doppietta portando il Padova ad un passo dalla serie A, con due gol di pregevolissima fattura. Tra qualche anno la gente andrà allo stadio per poter dire un giorno ai nipoti “Io ho visto giocare El Shaarawy”. Ecco, noi quello stadio dobbiamo fare in modo che non sia un rudere scalcinato, ma uno stadio moderno, degno di accogliere fenomeni al proprio interno con tutto il rispetto che meritano. Ne saremo capaci?



































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore e direttore editoriale de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, delle dinamiche politiche ed economiche dell’India contemporanea e di geopolitica dello sport.