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C’era una volta la pensione La libertà della rete nel Paese della SIAE
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Come il centrosinistra può ancora perdere le elezioni

di Alessandro Aresu · 10 Comments · in Politica italiana · 7 luglio 2011

“Elezioni subito! Primarie subito!” Ma si è recentemente chiusa l’ultima finestra utile per andare al voto in autunno. Perciò questa zoppicante legislatura può trascinarsi fino alla sua fine, oppure interrompersi nel 2012, il che eviterebbe al governo di pagare lo scotto della parte più pesante della manovra e giocarsi le sue ultime carte in una nuova competizione elettorale. E’ ormai opinione comune – certificata dal sorpasso del Pd ai danni del Pdl come primo partito, e dalla distanza tra le due coalizioni nei sondaggi – che il centrosinistra (Pd+Idv+Sel) vincerà le prossime elezioni. In realtà, il futuro del Pianeta Elezioni non è scritto, per due motivi principali.

1. Il fattore D’Alema. Le vicende che hanno colpito i finanziamenti della Fondazione Italianieuropei e alcune figure di ambiente “dalemiano”, a medio termine, sono fortemente negative per il risultato del Pd e, quindi, del centrosinistra. Non rileva, dal punto di vista elettorale, il loro peso processuale o penale, ma la loro potenza giornalistica. Essa pone, a un elettorato sensibile a questo tema, il problema morale e, soprattutto, il problema D’Alema. Questo elettorato, infatti, vede rappresentata da D’Alema una mentalità “affaristica” che genera indignazione e astio interno. Come abbiamo scritto più volte (ripeto, al di là dell’opinione sui personaggi, ma per ragioni di strategia e tattica di chi vuole prendere i voti per governare), per un Pd competitivo è necessaria la “contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni”, perché la loro presenza dà l’impressione della concentrazione su un’inutile e ridicola guerra interna piuttosto che sui problemi del Paese, e quest’effetto non cambierà mai. Se D’Alema “riappare” per queste vicende, invece che per un’intervista sulla politica estera, è un elemento negativo. Il centrosinistra nel 2006 ha perso molti voti per la vicenda Unipol, può perderne anche adesso.

2. La chiacchiera del programma. Al di là dell’elemento tattico, ce n’è uno più profondo, che non è stato ancora affrontato con la necessaria serietà (al contrario della leadership, su cui vi sono state infinite analisi, e ovviamente è importante). E’ la questione del programma, sul “che dire” prima di andare al governo e sul “che fare” quando si va al governo. L’impressione è che il centrosinistra possa dividersi, ancor prima che sui temi, anche sulle formule o sulle parole. Si parlerà di “fabbrica del programma”, “officina dell’alternativa”, “coordinamento delle arti e mestieri per il bene del Paese”, “GAC” (Grande Alleanza Costituzionale”, e così via. Ma come sarà scritto? Si riusciranno a evitare i libroni di centinaia di pagine o i documenti tematici di dieci pagine, inefficaci dal punto di vista comunicativo (visto che nella comunicazione l’argomento “leggetevi il nostro documento” è risibile se non sai dire che c’è scritto con convinzione)? E cosa ci sarà dentro? Per non dividersi sulle questioni reali, il centrosinistra dovrà fare uno sforzo notevole. Ricordiamone alcune:

- La politica al tempo dei tagli. I politici di centrosinistra dicono e diranno “basta tagli, servono risorse per difendere il pubblico”. E’ una nobile intenzione, ma da qualche parte si dovranno pure recuperare risorse se non si vogliono truccare i conti. Altrimenti il nostro scenario di medio termine – soprattutto per il peso della previdenza e della spesa pubblica sanitaria regionale – è la fine del welfare così come lo conosciamo. Ciò, ovviamente, genererà disagi, proteste e voto di protesta.

- Si dirà: le risorse giungono dalla lotta all’evasione. E’ vero, ma non si può esagerare, perché il cambiamento non sarà sostanziale con un altro governo. La politica di lotta all’evasione é portata avanti da Tremonti in continuità con quella dell’ultimo governo Prodi: é irrealistico pensare che tutta l’evasione italiana venga recuperata perché “il vento è cambiato”. Le nuove entrate in prospettiva europea sono già calcolate su ambiziosi risultati di lotta all’evasione.

- La domanda successiva riguarda la crescita economica, senza cui i primi punti non saranno sufficienti. Sappiamo che essa non può basarsi sul disinvestimento sistematico in istruzione e ricerca, sappiamo però anche che una politica “tedesca” in Italia – ammesso che sia pienamente replicabile – non può essere creata dall’oggi al domani. Perciò il centrosinistra dovrà dire come intende agire per una crescita economica nel breve termine, che resta una necessità per l’Italia.

- Il rapporto col sindacato e la questione del lavoro senza tutela. Visti i bollettini di guerra dell’Istat e del Censis, ormai va di moda dire che i giovani – come abbiamo incessantemente scritto su Lo Spazio della Politica – devono diventare l’asse portante della politica del Paese, ma ancora non si dice – in modo condiviso – come si possa combattere la disoccupazione giovanile. A margine, c’è anche aperta la partita degli ordini professionali.

- Gli assi della politica estera italiana: gli avversari di Berlusconi concordano nel dire che Berlusconi ha danneggiato l’immagine dell’Italia nel mondo, il che tra l’altro è vero. Bene, che cosa fare dopo? Su che cosa si deve basare la politica estera italiana? Come fare l’interesse nazionale (se il centrosinistra crede che esista qualcosa di simile)? Sia nel tradizionale europeismo degli anni 90 sia nel rapporto con le nuove potenze, a cui Prodi aveva dedicato una certa attenzione, ci si deve confrontare con un orizzonte radicalmente cambiato.

- Ciò si lega alle prospettive della difesa, su cui si concentra: a) una buona dose di demagogia; b) la possibilità concreta e costante che un governo di centrosinistra possa cadere. Nel nuovo contesto mediterraneo, l’Italia sarà sempre più chiamata a una responsabilità personale, e non all’illusione della delega di cui Lucio Caracciolo ha ben spiegato l’inconsistenza. Non ci difenderà certo Catherine Ashton, non prendiamoci in giro. Perciò c’è chi ha proposto un “riarmo” del Paese: ne parleremo con Germano Dottori in occasione della pubblicazione del nuovo rapporto Nomos and Kaos. Inoltre, se lo Stato italiano vuole intraprendere la riconquista delle porzioni del suo territorio in mano alle mafie (che, come ricordava Ignazio Visco su Limes, influenza in modo fortemente negativo il giudizio del mercati sul nostro Paese), anche ciò richiederà risorse e coraggio.

- Non basterà attaccare il “modello Bisignani”, ma bisognerà spiegare e attuare una politica sui “campioni nazionali”. E cioé anzitutto Eni, Enel e Finmeccanica, oltre ad altre fondamentali partite. Su un altro fronte del ruolo del pubblico nell’economia, è necessario spiegare come utilizzare la leva della Cassa Depositi e Prestiti, e se c’è una consonanza sul ruolo di protagonista che le ha assegnato Tremonti, oppure no.

- Per le infrastrutture parliamo ormai non di decennio, ma di quarantennio perduto. Se le infrastrutture non esistono, la posizione geografica italiana non si trasforma in opportunità economica e il semilavorato delle aziende non si sposta. Quindi, CIPE e F2i alla mano, bisognerà dire quali sono le infrastrutture strategiche e come saranno realizzate.

- Il risultato del referendum consegna la necessità di elaborare un piano energetico. Per questo non basterà dire “più energie alternative”, ma bisognerà spiegare, tra l’altro, come il centrosinistra intende affrontare la questione degli incentivi.

- Edmondo Berselli era stato profetico: stiamo diventando più poveri, soprattutto alcuni. Servono perciò politiche per contrastare l’ascesa della povertà, che nel Sud ha un peso spaventoso. E che emerge nel ben noto contesto demografico complessivo di invecchiamento della popolazione. Se “essere di sinistra” vuol dire qualcosa, vuol dire anche che gli anziani e i disabili non vanno fatti morire di stenti, e bisogna tendere loro la mano.

In sintesi, nella vita di un Paese esistono momenti in cui ci si può limitare a battere agenzie e darsi soprannomi a vicenda, e momenti in cui bisogna governare. Il centrosinistra, per non perdere le elezioni, dovrà cominciare a praticare quella che abbiamo chiamato “democrazia del riconoscimento”: riconoscere le ragioni dell’altro e rispettarlo. Ma ciò dovrà portare a soluzioni reali, trovando allo stesso tempo quel difficile equilibrio politico per cui non ci si può limitare a offrire ai cittadini ragioni per piangere, ma si deve anche infondere coraggio. Non è affatto facile.

Tagged with: D'Alema • interesse nazionale • programma • sinistra 
Alessandro Aresu
Autore

Alessandro Aresu

Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e responsabile relazioni esterne de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, di geopolitica e di satira.

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  • http://www.lospaziodellapolitica.com Moris Gasparri

    Secondo me il fattore negativo D’Alema è sovrastimato, soprattutto sul piano elettorale. Di questi tempi figurati se gli italiani pensano alle fatture per Italiani Europei, di cui non conoscono nemmeno l’esistenza.

  • Alessandro Aresu

    Non volevo insistere troppo su questo tema rispetto al resto (che occupa maggiore spazio perchè conta molto più). Comunque dissento.
    1. Non sono un sondaggista, ma il giro di persone che conosco sono un buon campione dell’elettorato potenziale di centrosinistra, e la maggior parte di quelli che ne distanziano lo fanno perché hanno un problema con D’Alema. La questione è presente a livello trasversale, per età e fasce sociali. Ovviamente ci sono anche persone che lo amano e apprezzano, ma esse non smettono di votare centrosinistra a seconda dell’apparizione o meno di D’Alema, mentre alcune – se non virano su Idv – tornano alacremente verso il non voto se il Pd viene percepito come “partito di D’Alema”.
    2. La gente non conosce l’esistenza della Fondazione ItalianiEuropei, quindi tantopiù semplifica e pensa “D’Alema”, come se la sua “creatura” fosse formata da lui e basta. Se sottovaluti questo tema, inoltre, sottovaluti il potere di condizionamento e mobilitazione del giornalismo nel centrosinistra (che ovviamente non decide tutto, ma è un fattore rilevante per alcuni “fuochi”). Ora, Travaglio ha sempre detto che il secondo politico più odiato è D’Alema. Continuerà a picchiare contro di lui alla minima avvisaglia e sarà l’occasione per dire “sono tutti uguali” o “comanda ancora lui”.

  • Luca Baldini

    Concordo con Aresu, e mi piace molto ciò che ha scritto tra parentesi: (al di là dell’opinione sui personaggi, ma per ragioni di strategia e tattica di chi vuole prendere i voti per governare).
    Questo dovrebbe essere il punto di vista incontrovertibile su cui anche i diretti interessati dovrebbero capire che è il caso di fare un passo indietro. La campagna “Oltre” e “Rimbocchiamoci le Maniche” che possono essere criticate per tanti motivi hanno ottenuto un importante risultato: creare l’associazione diretta tra Partito Democratico e il suo segretario, Bersani. Riuscendo pian piano a sgretolare l’associazione PD = D’Alema vs Veltroni
    Il pezzo è comunque grandioso per la seconda parte: concordo completamente sul discorso infrastrutture e sulla lotta alla criminalità organizzata puntando sui campioni nazionali! Dopo L’era del Berlusconismo, dello scontro, dell’emergenza, dell’indignazione, l’Italia può ripartire solo attraverso una forza che punti sulla collaborazione e la voglia di riscatto! Questo, ne sono assolutamente convinto, passa necessariamente per la “democrazia del riconoscimento”.

  • http://www.meridianionline.org M. Arisci

    Sono d’accordo con Alessandro su tutti i punti. Personalmente in un ipotetico programma che, ci scommetto, avrà dalle 50 alle 100 pagine, darei un importanza ENORME alla lotta alle mafie e alla “mafiosità”(chiamatela pure con tutte le declinazioni del caso… corruttela, clientelismo, bisignanesimo, piduismo). Ne avete parlato spesso anche voi su LSPD ed un fatto risaputo che si tratta non semplicemente di una lotta per la legalità ma anche di un importante questione economica sia a livello interno nel Paese che di immagine a livello esterno. Tanto per fare un esempio recentissimo, se Tremonti si circonda di gente come “Mr. Milanese” e viene fuori sull’Economist, perde gran parte della sua credibilità accumulata in due anni, e noi ci giochiamo il rating di S&P… giochiamo col fuoco!

    Per me questa “lotta” è il primo argomento e lo metterei come il punto centrale di un ipotetico programma sia di destra che di sinistra. Sino a quando non diventerà l’Argomento del dibattere non staremo parlando seriamente di come dare una scossa a questo Paese.

  • http://www.meridianionline.org M. Arisci

    Capitolo D’Alema… Perché è sempre divertente parlare del baffetto. Il Machiavelli della sinistra, il mago della Realpolitik, il Kissinger italiano (ho sentito anche questa). Peccato che sia una di quelle figure romantiche tutta tattica senza strategia (un abominio nella logica della realpolitik a cui i tanti cercano di ascriverlo).

    Per rispondere a Moris. Il fattore D’Alema non è sovrastimato. Anzi! E’ decisamente sottostimato. Anche io non ho statistiche a riguardo ma posso citare un aneddoto recente ed emblematico.

    Sede del PD, importantissima riunione organizzativa per il ballottaggio di un’importante città (di cui non farò il nome) capoluogo della Sardegna.

    Viene annunciato “Compagni e Compagne sabato viene Massimo D’Alema” (si si… Compagni e Compagne!).

    Dato l’annuncio comincia immediatamente la bagarre: insulti, urla, turpiloquio pesante, sceneggiate napoletane. 5 minuti di rissa da stadio e la riunione del PD finisce. Tutto questo per aver semplicemente evocato la presenza di Massimo D’Alema in città.

    La contemporanea sparizione di Massimo e Walter, in favore magari di una maggiore prominenza dei vari Pippo Civati, Debora Serracchiani, Alessia Mosca, sarebbe un grande balzo in avanti (Mao’s style). Un’improvvisa e felice entrata nel XXI secolo.

  • Pingback: Questo cane è la reincarnazione di un avvocato miscredente « Poteva andar peggio: poteva piovere

  • http://illavorononunamerce.blogspot.com idelbo

    Trovo l’articolo di una concretezza e abilità di analisi e sintesi eccellente. Come, tra l’altro, concordo con il fatto che ormai sia arrivato il momento di chiedere ai vecchi “gerarchi” di farsi da parte, perché giovani 35-40enni capaci ce ne sono che possano prendere il loro posto. Su un solo punto vorrei richiamare l’attenzione dell’autore: l’evasione fiscale. E’ indubbio che non si posas fr conto di risolvere i problemi solo con la lotat all’evasione fiscale e, tanto meno, di far conto su quegli introiti, ma guai a fermarsi alle statistiche stipulate dall’Europa dove, per altro, l’evasione è minore.Oggi, da studi effettuati, si rileva che con la sola evasione e corruzzione si potrebbe estinguere il debito pubblico in dieci anni! Rimangono ancora l’economia somemrsa e parte dell’economia illegale. A fronte del fiume di denaro che queste voci sottraggono alla società, a fronet dei sacrifici che si richiedono, soprattutto a chi sempre ha pagato, la classe media. A fronte del fatto che ci sono sempre più poveri, un governo di centrosinistra dovrà avere fra i suoi punti fondamentali la lotta e strategie atte a recuperare gran parte di quei soldi. Diventa fondaemntale non utilizzare le percentuali di “recupero” in termini elettorali, ma come un fatto concreto e necesasrio per lo sviluppo del Paese. Anche questo sarebbe un buon argomento per ridare coraggio ad un Paese spossato e sfiduciato.

  • http://logg.it Sinigagl

    Mettiamo insieme il pensiero di Alessandro con le 3 idee di Dino e direi che siamo a cavallo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/11/tre-idee-per-una-buona-opposizione-estiva/144574/

  • Alessandro Aresu

    @idelbo: grazie per il tuo giudizio! Il riferimento alle entrate derivanti dalla tassazione non voleva ovviamente sottovalutare questo tema di grande rilievo, nell’ottica più generale della certezza delle regole che, come sappiamo da numerose statistiche, rende l’Italia debole in una prospettiva comparata internazionale. Il rilievo dell’articolo precisava che su questo punto la differenza dell’azione – reale e previsionale – del “governo Tremonti” rispetto alle esperienze precedenti in effetti c’è, ed esiste una continuità sulla questione delle entrate col governo precedente. Perciò non dobbiamo pensare che si parta da zero su questo fronte. Ciò non vuol dire, ripeto, che non si possa fare meglio. Però è evidente – sul piano della realtà – che si deve trattare di misure il più possibile intelligenti perché il tipico dilemma italiano di alta pressione fiscale (in particolare su lavoro autonomo e imprese) e alta evasione può generare, in uno scenario di attacco speculativo, anche una nuova ondata di fuga di capitali oggi presenti nel Paese.

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