“Elezioni subito! Primarie subito!” Ma si è recentemente chiusa l’ultima finestra utile per andare al voto in autunno. Perciò questa zoppicante legislatura può trascinarsi fino alla sua fine, oppure interrompersi nel 2012, il che eviterebbe al governo di pagare lo scotto della parte più pesante della manovra e giocarsi le sue ultime carte in una nuova competizione elettorale. E’ ormai opinione comune – certificata dal sorpasso del Pd ai danni del Pdl come primo partito, e dalla distanza tra le due coalizioni nei sondaggi – che il centrosinistra (Pd+Idv+Sel) vincerà le prossime elezioni. In realtà, il futuro del Pianeta Elezioni non è scritto, per due motivi principali.
1. Il fattore D’Alema. Le vicende che hanno colpito i finanziamenti della Fondazione Italianieuropei e alcune figure di ambiente “dalemiano”, a medio termine, sono fortemente negative per il risultato del Pd e, quindi, del centrosinistra. Non rileva, dal punto di vista elettorale, il loro peso processuale o penale, ma la loro potenza giornalistica. Essa pone, a un elettorato sensibile a questo tema, il problema morale e, soprattutto, il problema D’Alema. Questo elettorato, infatti, vede rappresentata da D’Alema una mentalità “affaristica” che genera indignazione e astio interno. Come abbiamo scritto più volte (ripeto, al di là dell’opinione sui personaggi, ma per ragioni di strategia e tattica di chi vuole prendere i voti per governare), per un Pd competitivo è necessaria la “contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni”, perché la loro presenza dà l’impressione della concentrazione su un’inutile e ridicola guerra interna piuttosto che sui problemi del Paese, e quest’effetto non cambierà mai. Se D’Alema “riappare” per queste vicende, invece che per un’intervista sulla politica estera, è un elemento negativo. Il centrosinistra nel 2006 ha perso molti voti per la vicenda Unipol, può perderne anche adesso.
2. La chiacchiera del programma. Al di là dell’elemento tattico, ce n’è uno più profondo, che non è stato ancora affrontato con la necessaria serietà (al contrario della leadership, su cui vi sono state infinite analisi, e ovviamente è importante). E’ la questione del programma, sul “che dire” prima di andare al governo e sul “che fare” quando si va al governo. L’impressione è che il centrosinistra possa dividersi, ancor prima che sui temi, anche sulle formule o sulle parole. Si parlerà di “fabbrica del programma”, “officina dell’alternativa”, “coordinamento delle arti e mestieri per il bene del Paese”, “GAC” (Grande Alleanza Costituzionale”, e così via. Ma come sarà scritto? Si riusciranno a evitare i libroni di centinaia di pagine o i documenti tematici di dieci pagine, inefficaci dal punto di vista comunicativo (visto che nella comunicazione l’argomento “leggetevi il nostro documento” è risibile se non sai dire che c’è scritto con convinzione)? E cosa ci sarà dentro? Per non dividersi sulle questioni reali, il centrosinistra dovrà fare uno sforzo notevole. Ricordiamone alcune:
- La politica al tempo dei tagli. I politici di centrosinistra dicono e diranno “basta tagli, servono risorse per difendere il pubblico”. E’ una nobile intenzione, ma da qualche parte si dovranno pure recuperare risorse se non si vogliono truccare i conti. Altrimenti il nostro scenario di medio termine – soprattutto per il peso della previdenza e della spesa pubblica sanitaria regionale – è la fine del welfare così come lo conosciamo. Ciò, ovviamente, genererà disagi, proteste e voto di protesta.
- Si dirà: le risorse giungono dalla lotta all’evasione. E’ vero, ma non si può esagerare, perché il cambiamento non sarà sostanziale con un altro governo. La politica di lotta all’evasione é portata avanti da Tremonti in continuità con quella dell’ultimo governo Prodi: é irrealistico pensare che tutta l’evasione italiana venga recuperata perché “il vento è cambiato”. Le nuove entrate in prospettiva europea sono già calcolate su ambiziosi risultati di lotta all’evasione.
- La domanda successiva riguarda la crescita economica, senza cui i primi punti non saranno sufficienti. Sappiamo che essa non può basarsi sul disinvestimento sistematico in istruzione e ricerca, sappiamo però anche che una politica “tedesca” in Italia – ammesso che sia pienamente replicabile – non può essere creata dall’oggi al domani. Perciò il centrosinistra dovrà dire come intende agire per una crescita economica nel breve termine, che resta una necessità per l’Italia.
- Il rapporto col sindacato e la questione del lavoro senza tutela. Visti i bollettini di guerra dell’Istat e del Censis, ormai va di moda dire che i giovani – come abbiamo incessantemente scritto su Lo Spazio della Politica – devono diventare l’asse portante della politica del Paese, ma ancora non si dice – in modo condiviso – come si possa combattere la disoccupazione giovanile. A margine, c’è anche aperta la partita degli ordini professionali.
- Gli assi della politica estera italiana: gli avversari di Berlusconi concordano nel dire che Berlusconi ha danneggiato l’immagine dell’Italia nel mondo, il che tra l’altro è vero. Bene, che cosa fare dopo? Su che cosa si deve basare la politica estera italiana? Come fare l’interesse nazionale (se il centrosinistra crede che esista qualcosa di simile)? Sia nel tradizionale europeismo degli anni 90 sia nel rapporto con le nuove potenze, a cui Prodi aveva dedicato una certa attenzione, ci si deve confrontare con un orizzonte radicalmente cambiato.
- Ciò si lega alle prospettive della difesa, su cui si concentra: a) una buona dose di demagogia; b) la possibilità concreta e costante che un governo di centrosinistra possa cadere. Nel nuovo contesto mediterraneo, l’Italia sarà sempre più chiamata a una responsabilità personale, e non all’illusione della delega di cui Lucio Caracciolo ha ben spiegato l’inconsistenza. Non ci difenderà certo Catherine Ashton, non prendiamoci in giro. Perciò c’è chi ha proposto un “riarmo” del Paese: ne parleremo con Germano Dottori in occasione della pubblicazione del nuovo rapporto Nomos and Kaos. Inoltre, se lo Stato italiano vuole intraprendere la riconquista delle porzioni del suo territorio in mano alle mafie (che, come ricordava Ignazio Visco su Limes, influenza in modo fortemente negativo il giudizio del mercati sul nostro Paese), anche ciò richiederà risorse e coraggio.
- Non basterà attaccare il “modello Bisignani”, ma bisognerà spiegare e attuare una politica sui “campioni nazionali”. E cioé anzitutto Eni, Enel e Finmeccanica, oltre ad altre fondamentali partite. Su un altro fronte del ruolo del pubblico nell’economia, è necessario spiegare come utilizzare la leva della Cassa Depositi e Prestiti, e se c’è una consonanza sul ruolo di protagonista che le ha assegnato Tremonti, oppure no.
- Per le infrastrutture parliamo ormai non di decennio, ma di quarantennio perduto. Se le infrastrutture non esistono, la posizione geografica italiana non si trasforma in opportunità economica e il semilavorato delle aziende non si sposta. Quindi, CIPE e F2i alla mano, bisognerà dire quali sono le infrastrutture strategiche e come saranno realizzate.
- Il risultato del referendum consegna la necessità di elaborare un piano energetico. Per questo non basterà dire “più energie alternative”, ma bisognerà spiegare, tra l’altro, come il centrosinistra intende affrontare la questione degli incentivi.
- Edmondo Berselli era stato profetico: stiamo diventando più poveri, soprattutto alcuni. Servono perciò politiche per contrastare l’ascesa della povertà, che nel Sud ha un peso spaventoso. E che emerge nel ben noto contesto demografico complessivo di invecchiamento della popolazione. Se “essere di sinistra” vuol dire qualcosa, vuol dire anche che gli anziani e i disabili non vanno fatti morire di stenti, e bisogna tendere loro la mano.
In sintesi, nella vita di un Paese esistono momenti in cui ci si può limitare a battere agenzie e darsi soprannomi a vicenda, e momenti in cui bisogna governare. Il centrosinistra, per non perdere le elezioni, dovrà cominciare a praticare quella che abbiamo chiamato “democrazia del riconoscimento”: riconoscere le ragioni dell’altro e rispettarlo. Ma ciò dovrà portare a soluzioni reali, trovando allo stesso tempo quel difficile equilibrio politico per cui non ci si può limitare a offrire ai cittadini ragioni per piangere, ma si deve anche infondere coraggio. Non è affatto facile.



































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