L’Euro è salvo anche per questa volta. Dopo discussioni durate mesi e problemi lasciati colpevolmente irrisolti prima di trovare una soluzione forse moralmente discutibile ed economicamente sconveniente ma certamente politicamente necessaria, i governi dell’area euro hanno deciso l’inevitabile: fallimento tecnico e nuovo piano di salvataggio per Atene.
La prospettiva di un fallimento greco è stata molto discussa dagli operatori finanziari e dai decisori politici. E’ una scelta opportuna? Quali sono i vantaggi e quali sono i rischi? Da un lato gli stati temono che il contagio si propaghi non solo ai PIIGS ma all’intera area euro, mettendo in crisi i fondamenti della moneta unica. In tal senso si è anche pensato di estromettere Atene dall’Unione Monetaria (il ritorno alla dracma è impossibile) e di applicare alla Grecia lo stesso regime praticato in Montenegro e in Kosovo. Dall’altro lato i mercati temevano che le banche fossero coinvolte in maniera coercitiva nel salvataggio di Atene attraverso un prelievo fiscale o un obbligo di acquisto dei titoli di stato ellenici oramai trattati come spazzatura dalle agenzie di rating. Malgrado questi timori, un salvataggio greco era indispensabile per arrestare l’ondata di panico che ha toccato anche l’Italia la scorsa settimana.
La situazione era quindi critica e Berlino non ha avuto tutti i torti a sollevare delle obiezioni circa la moralità di un nuovo intervento in favore della Grecia dopo la riluttanza con la quale si era esposta l’anno scorso e la lentezza con la quale sono procedute le necessarie quanto drammatiche riforme intraprese dal governo Papandreu.
Si é perciò optato per un salvataggio pubblico-privato: gli stati dell’area euro si sono impegnati a garantire un nuovo prestito ad Atene e questa avrà l’opportunità di ricomprare dalle banche parte del proprio debito a un tasso inferiore rispetto a quello garantito (default tecnico). In aggiunta, lo strumento europeo di stabilità finanziaria (ora EFSF dal 2013 ESM) godrà di maggiore flessibilità nell’intervenire sui mercati per prevenire nuove crisi di solvibilità dei debiti sovrani degli stati. Un tale strumento, finanziato da BCE, FMI e Commissione Europea è stato visto come un primo passo verso un Fondo Monetario Europeo.
Sarà sufficiente? Le prime reazioni dei mercati sono favorevoli ma questo segnale positivo non mette l’Europa al riparo da nuove crisi. Il piano di salvataggio si limita strettamente alla Grecia ed è stato chiarito che le misure già intraprese con Portogallo e Irlanda dovranno bastare. Per quanto riguarda Spagna e Italia se la dovranno cavare da sole perché sebbene sia vero che sono troppo grandi per fallire lo sono anche per essere salvate. La fine del tunnel forse giungerà soltanto quando il meccanismo europeo di stabilità entrerà in vigore, ma non è scontato. Come sottolinea Marta Dassù, il prossimo passo da compiere è un’armonizzazione delle politiche fiscali, con tutta probabilità il nuovo terreno di competizione degli stati. Se una politica fiscale espansiva aveva rappresentato per l’Irlanda un volano per l’economia, i paradisi fiscali sono stati per troppo tempo un rifugio per l’evasione e il riciclaggio. Senza un coordinamento europeo in tal senso è probabile che gli stati si troveranno sempre più in contrapposizione tra loro nel futuro. Il direttore del dipartimento di affari europei del FMI Antonio Borges aggiunge a quest’intuizione altri due elementi: una politica economica europea a partire dall’attuazione del nuovo Patto di Stabilità e crescita (punto sul quale la Francia si è parecchio spesa) e il lancio degli Eurobonds (questione sollevata a suo tempo da Delors, da qualche anno ripresa da Tremonti e che ha trovato l’appoggio anche di Jean Claude Juncker). Quest’ultimo punto sarà difficile da ottenere, anche se il nuovo margine di manovra concesso all’EFSF può significare un primo passo in questa direzione.
La condivisione del debito è un passo fondamentale per il completamento dell’UEM. Da un certo punto di vista, la situazione che viviamo oggi assomiglia a quella di 20 anni fa quando nacque l’idea di una moneta unica ma si temeva ancora che il Club Med (gli stessi paesi che ora fanno parte dei PIIGS) non riuscissero ad entrarvi e che si costruisse un’Europa a due velocità. Di fronte a questa paura i mercati valutari impazzirono e obbligarono i paesi più deboli (compresa l’Italia) a svalutare pesantemente e uscire dallo SME. Oggi i mercati finanziari stanno tentando la stessa operazione agendo sugli spread dei titoli di stato. Per il momento la risposta è stata più accorta anche perché il rischio a cui far fronte è più alto: la solvibilità delle finanze statali. Oggi come allora l’unica strada da seguire è quella del coraggio politico: allora l’accordo tra Mitterand e Kohl poteva cambiare tutto. Oggi l’asse franco-tedesco non basta più. In un’Europa molto più tedesca di allora, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità.





































Matteo Minchio
Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.