Dispiace che sul caso WikiLeaks sia calata l’attenzione mediatica, in particolare da parte degli organi di informazione nostrani. E dire che le cose da raccontare e, soprattutto, commentare non mancherebbero. Per esempio che Julian Assange, il fondatore del sito che pubblica i segreti dei potenti, è stato spiato da svariate telecamere durante i suoi 200 e più giorni di arresti domiciliari. Che Bradley Manning, l’analista dell’intelligence Usa accusato di aver passato i documenti più scottanti ad Assange, per il vissuto e il disagio psicologico non avrebbe dovuto essere né arruolato né tantomeno spedito nel pantano iracheno. E che il blocco finanziario imposto da Visa, MasterCard e PayPal all’organizzazione dura ormai da oltre sei mesi ed è giustificato solamente da una ‘strana’ coincidenza tra gli interessi e le pressioni del governo statunitense e la tempestiva scoperta, da parte dei fornitori di servizi, che WikiLeaks viola le condizioni di utilizzo.

Non che tutto questo non sia stato detto: è che non ha fatto breccia nel dibattito pubblico, non ha provocato editoriali, commenti e approfondimenti. E questo vale sia per i contenuti dei documenti svelati da WikiLeaks, sia per il loro significato profondo. Per la straziante vicenda di Manning, di cui finalmente si può leggere per intero la presunta conversazione con l’ex hacker Adrian Lamo che lo ha fatto finire in isolamento in condizioni disumane per diversi mesi (e che nessuno ha pensato di riportare e analizzare), come per la riflessione (assente) a cui obbliga chi si interessi del rapporto tra internet, informazione e potere. WikiLeaks non ha scatenato insomma le passioni che, per fare un esempio recente, ha invece messo in moto il fantomatico precario anti-Casta Spidertruman. Di cui, oltre al danno la beffa, diversi media hanno parlato come di un «Assange italiano», instaurando un parallelo scorretto dal punto di vista concettuale e giornalistico, oltre che offensivo sul piano umano.

Il mio libro, Nessun segreto, nasce dalla consapevolezza opposta. E cioè che tutto questo meriti di essere conosciuto e discusso. Non solo dagli addetti ai lavori, ma dal grande pubblico. Per questo lo sforzo è duplice: nella prima parte, raccontare la storia di WikiLeaks e del suo creatore; nella seconda, cercare di comprenderne le radici concettuali e le conseguenze per l’evoluzione della professione giornalistica e del concetto di trasparenza per governi e corporations. Cronaca e filosofia, dunque, ridotte all’osso e raccontate nel modo più semplice possibile. Di modo che anche il lettore casuale possa immedesimarsi in questa straordinaria vicenda, che davvero rappresenta la nostra epoca meglio di ogni altra. Perché c’è l’attivismo che si mescola all’hacking e alla volontà di mantenere libera l’informazione. C’è la battaglia all’opacità del potere e al giornalismo che, invece di tenerlo a bada, ne diventa connivente. C’è la scintilla che ha dato vita a una guerra informatica che ancora oggi non conosce sosta, quella che vede da una parte Anonymous e LulzSec e dall’altra governi e multinazionali, e il motivo per cui quella guerra ci costringe a prendere atto di una realtà in cui il segreto, qualunque segreto, non è più al sicuro.

Soprattutto, c’è la descrizione di un’idea – e questa è la tesi centrale del libro – che sopravviverà a WikiLeaks, qualsiasi cosa le succeda. Un’idea vecchia ma che diventa, grazie ad Assange, un metodo funzionante e di impatto globale: usare la crittografia e la rete per mettere in comunicazione chi ha informazioni ingiustamente occultate e il pubblico, proteggendo allo stesso tempo l’anonimato della fonte – che altrimenti rischia grosso – e l’autenticità dell’informazione. Certo, c’è bisogno di un tramite, e di un filtro. WikiLeaks è entrambe queste cose: uno scudo e un megafono, da un lato, un setaccio e un pungolo, dall’altro. E c’è bisogno di coraggio, quello che serve per mettersi contro il potere a tutti i livelli. Anche questo, lo si è visto in ripetute occasioni, ad Assange non manca.

WikiLeaks, contrariamente a quanto si è letto, non mette a repentaglio la privacy dei comuni cittadini, ma i soprusi compiuti in suo nome dai potenti. Non scarica sulla rete una valanga di documenti grezzi e incontrollati, ma ne pubblica invece quelli che passino il vaglio editoriale di Assange o dei suoi media partner, che sono dunque responsabili della loro veridicità. Da ultimo, non promuove l’ideale di una trasparenza assoluta, irriguardosa del necessario lavorio nell’ombra di diplomazie e affari, ma chiede che quella zona opaca sia ridotta al minimo indispensabile che serve a stringere accordi e siglare contratti, senza che questo arrechi danno ai cittadini.

Certo, il metodo è fallibile, e nel libro ne sono ripetutamente evidenziati i difetti: troppe responsabilità accentrate in un’unica organizzazione, troppo potere decisionale affidato ai capricci e agli egoismi di Assange, troppa idealistica convinzione che per cambiare il mondo sia necessario affrontarlo di petto tutto insieme, a suon di scandali globali (come il Cablegate), piuttosto che aggredirlo pezzo a pezzo, con tante mirate rivelazioni di impatto locale (di cui pure Assange sarebbe, sostengono i detrattori, in possesso). Ma il presente testimonia che altre organizzazioni hanno già raccolto il testimone. Che l’evoluzione, anche nel senso darwiniano della sopravvivenza del più adatto, sta seguendo il suo corso. Resta una domanda: cosa vuole davvero, Julian Assange? Riformare le istituzioni o distruggerle per rifondarle dalle fondamenta? La risposta, lo anticipo, non è tra le pagine del libro. Non potrebbe, del resto. Ma gli elementi per farsi un’idea ci sono tutti. A me è rimasto un dubbio che affascina e costringe a seguire WikiLeaks ancora più da vicino. Chissà che per i lettori non sia lo stesso.

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