Da simbolo dell’Italia a simbolo dell’enigma, da Leonardo a Dan Brown. In una storia che ora si riscrive tingendosi di un altro giallo, ossia, prendendosi un’ambientazione tutta cinese.
13 luglio, Pechino. Doris Phua, CEO di Da Vinci Furniture Ltd, è in lacrime davanti alle telecamere durante la conferenza stampa convocata in tutta fretta dall’azienda. Attorno a lei fornitori italiani pronti ad appoggiarla e difenderla a spada tratta. “La collaborazione con i produttori italiani dura da anni. Non abbiamo mai e ripeto mai copiato i mobili che venivano dall’Italia affidandone la produzione ad aziende cinesi” dichiara disperata Doris Phua.
Torniamo agli antefatti: l’attacco al made in Italy e alla Da Vinci – il più importante retailer degli arredi di lusso – si è consumato il 10 luglio attraverso la tv di stato cinese: CCTV ha infatti trasmesso un lungo reportage nel quale l’azienda, nata nel 1978 da imprenditori di origine cinese, è stata accusata di aver fatto produrre mobili italiani in Cina e di averli poi rivenduti sul mercato cinese ad un prezzo dieci volte superiore rispetto al valore originale, spacciandoli come prodotti in Italia. La miccia è innescata dal racconto di una testimone, la sig.ra Tang, ricca cinese che sei mesi fa investì 2.8 milioni di yuan (più di 300 mila euro) in mobili di lusso. La sig.ra Tang si accorge però della bassa qualità dei materiali ed è insospettita da un forte odore di vernice. Scatta la denuncia e le prime indagini ci portano a Shenzhen, città cinese vicinissima ad Hong Kong, dove ha sede la Changfeng, produttore cinese di arredi. Peng Jie, General Manager della ditta, mostra davanti alle telecamere ricevute e comunicazioni attraverso le quali il management della Da Vinci si raccomanda di “evitare l’uso del legno laddove possibile”. Basta poi spedire il pezzo dal Guandong alla frontiera italiana, effettuare un passaggio doganale e reinviare il prodotto in Cina, mascherato dall’etichetta “made in Italy”, per completare l’inganno.
Al centro della vicenda un divano della Cappelletti di Cantù (di cui metà fatturato è in mano alla Da Vinci), venduto ad un valore di 30 mila euro quando ne valeva uno zero in meno (solo 3 mila). Per Enzo Asnaghi di Arte Consultants la truffa descritta non è plausibile: “Realizzare la frode significherebbe riuscire a superare i controlli della Guardia di Finanza con un container a settimana per una decina di anni” racconta ai microfoni di AgiChina24. “I controlli sono molto penetranti e bloccano prodotti con resine non autorizzate dalla UE”. Imbufalito anche Tino Cappelletti, padrone dell’azienda colpita duramente dalle accuse, secondo cui la Da Vinci è vittima di questa storia; Cappelletti si dice pronto a muover causa contro la ditta cinese che realizza copie dei suoi prodotti (di certo non può mettersi contro alla Da Vinci o ne subirebbe un notevole danno economico).
Di tutt’altro avviso, invece, è Antonio Laspina, direttore dell’Istituto per il Commercio Estero (ICE) di Pechino. L’operazione doganale è teoricamente realizzabile attraverso pratiche illegali, ma possibili, comunque in aumento, anche se non ci sono elementi sufficienti per trarre in causa la Da Vinci.
Fin qui la cronaca dei fatti. Sulla colpevolezza o meno dell’azienda decideranno le autorità dopo aver svolto le indagini del caso. Se quanto accaduto fosse vero, sarebbe semplice dimostrarlo attraverso un sostegno probatorio ai racconti della signora Tang e una più approfondita analisi presso gli stabilimenti della Changfeng. Se la Da Vinci avesse imbrogliato i suoi clienti avrebbe fatto del male non solo a loro, ma a tutta l’impresa italiana.
Se invece la Da Vinci risultasse innocente, cosa può aver generato le accuse e, soprattutto, chi può averle generate? Sul cosa un’idea l’abbiamo: sembra che a fine anno sia prevista la quotazione in borsa della Società, a seguito di sforzi durati un triennio. Qualcuno vuole frenare il business del lusso italiano nel Dragone.
Al di là della vicenda resta poi qualche ulteriore riflessione che riguarda due tipi di danno arrecati al made in Italy: il danno economico e il danno d’immagine. In primis, la Da Vinci, con i suoi 20 negozi in Asia, rappresenta 50 milioni di fatturato di imprese italiane che se ne sono servite come canale distributivo in Cina. A questa riflessione si lega una nota sui media cinesi e sul loro potere di rivolgere il pollice verso l’alto o verso il basso a seconda della convenienza.
In secondo luogo resta la brutta batosta al valore simbolico che il Bel Paese vanta in Oriente e nel mondo. Riprendendo le parole di Francesco Sisci dalle pagine de Il Sole 24 Ore, “il lusso, la comodità, la bellezza, la storia, la civiltà, la dolce vita, il sale delle cose che ovunque è fondamentale, ma specie in un Paese istituzionalmente ateo, tutto questo è italiano”; è marchio di una qualità riconosciuta forse più all’estero che a casa nostra. Non lasciamo ai posteri le ardue sentenze per cui il caso Da Vinci è solo un pretesto: pensiamoci ora. Pensiamoci ora quando i cinesi sanno sì copiare, ma non sanno ancora inventare. Pensiamoci ora a quanto dovrebbe onorarci l’esser considerati trend setters and lifestyle setters dagli occhi del mondo. Pensiamo ora a cosa manca davvero a supporto di questa bella idea del made in Italy: manca un sistema, manca una struttura e la capacità di fare networking senza pugnalarsi alle spalle per pochi spicchi di mercato in più. Manca l’applicazione della saggia coscienza popolare per cui “l’unione fa la forza”. Se si smettesse di guardare solo al proprio piatto di brodaglia, ma ci si organizzasse per inventare un menù comune e differenziato, a tavola, nella convivialità, sarebbe tutto un altro gusto.



































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