Lo Spazio della Politica
  • Politica globale
  • Politica italiana
  • Economia ed innovazione
  • Sport
  • Energia
Lo Spazio della Politica
RSSTwitterFacebookLinkedInYoutube
  • Politica globale
  • Politica italiana
  • Economia ed innovazione
  • Sport
  • Energia
La Grecia è fallita, l’Italia non ancora e anche l’Europa non si sente tanto bene Perché il vento è cambiato a Sanremo
ita

La guerra del mobile tra Italia e Cina

di Elena Premoli · 7 Comments · in Economia ed innovazione · 19 luglio 2011

Da simbolo dell’Italia a simbolo dell’enigma, da Leonardo a Dan Brown. In una storia che ora si riscrive tingendosi di un altro giallo, ossia, prendendosi un’ambientazione tutta cinese.

13 luglio, Pechino. Doris Phua, CEO di Da Vinci Furniture Ltd, è in lacrime davanti alle telecamere durante la conferenza stampa convocata in tutta fretta dall’azienda. Attorno a lei fornitori italiani pronti ad appoggiarla e difenderla a spada tratta. “La collaborazione con i produttori italiani dura da anni. Non abbiamo mai e ripeto mai copiato i mobili che venivano dall’Italia affidandone la produzione ad aziende cinesi” dichiara disperata Doris Phua.

Torniamo agli antefatti: l’attacco al made in Italy e alla Da Vinci – il più importante retailer degli arredi di lusso – si è consumato il 10 luglio attraverso la tv di stato cinese: CCTV ha infatti trasmesso un lungo reportage nel quale l’azienda, nata nel 1978 da imprenditori di origine cinese, è stata accusata di aver fatto produrre mobili italiani in Cina e di averli poi rivenduti sul mercato cinese ad un prezzo dieci volte superiore rispetto al valore originale, spacciandoli come prodotti in Italia. La miccia è innescata dal racconto di una testimone, la sig.ra Tang, ricca cinese che sei mesi fa investì 2.8 milioni di yuan (più di 300 mila euro) in mobili di lusso. La sig.ra Tang si accorge però della bassa qualità dei materiali ed è insospettita da un forte odore di vernice. Scatta la denuncia e le prime indagini ci portano a Shenzhen, città cinese vicinissima ad Hong Kong, dove ha sede la Changfeng, produttore cinese di arredi. Peng Jie, General Manager della ditta, mostra davanti alle telecamere ricevute e comunicazioni attraverso le quali il management della Da Vinci si raccomanda di “evitare l’uso del legno laddove possibile”. Basta poi spedire il pezzo dal Guandong alla frontiera italiana, effettuare un passaggio doganale e reinviare il prodotto in Cina, mascherato dall’etichetta “made in Italy”, per completare l’inganno.

Al centro della vicenda un divano della Cappelletti di Cantù (di cui metà fatturato è in mano alla Da Vinci), venduto ad un valore di 30 mila euro quando ne valeva uno zero in meno (solo 3 mila). Per Enzo Asnaghi di Arte Consultants la truffa descritta non è plausibile: “Realizzare la frode significherebbe riuscire a superare i controlli della Guardia di Finanza con un container a settimana per una decina di anni” racconta ai microfoni di AgiChina24. “I controlli sono molto penetranti e bloccano prodotti con resine non autorizzate dalla UE”. Imbufalito anche Tino Cappelletti, padrone dell’azienda colpita duramente dalle accuse, secondo cui la Da Vinci è vittima di questa storia; Cappelletti si dice pronto a muover causa contro la ditta cinese che realizza copie dei suoi prodotti (di certo non può mettersi contro alla Da Vinci o ne subirebbe un notevole danno economico).

Di tutt’altro avviso, invece, è Antonio Laspina, direttore dell’Istituto per il Commercio Estero (ICE) di Pechino. L’operazione doganale è teoricamente realizzabile attraverso pratiche illegali, ma possibili, comunque in aumento, anche se non ci sono elementi sufficienti per trarre in causa la Da Vinci.

Fin qui la cronaca dei fatti. Sulla colpevolezza o meno dell’azienda decideranno le autorità dopo aver svolto le indagini del caso. Se quanto accaduto fosse vero, sarebbe semplice dimostrarlo attraverso un sostegno probatorio ai racconti della signora Tang e una più approfondita analisi presso gli stabilimenti della Changfeng. Se la Da Vinci avesse imbrogliato i suoi clienti avrebbe fatto del male non solo a loro, ma a tutta l’impresa italiana.

Se invece la Da Vinci risultasse innocente, cosa può aver generato le accuse e, soprattutto, chi può averle generate? Sul cosa un’idea l’abbiamo: sembra che a fine anno sia prevista la quotazione in borsa della Società, a seguito di sforzi durati un triennio. Qualcuno vuole frenare il business del lusso italiano nel Dragone.

Al di là della vicenda resta poi qualche ulteriore riflessione che riguarda due tipi di danno arrecati al made in Italy: il danno economico e il danno d’immagine. In primis, la Da Vinci, con i suoi 20 negozi in Asia, rappresenta 50 milioni di fatturato di imprese italiane che se ne sono servite come canale distributivo in Cina. A questa riflessione si lega una nota sui media cinesi e sul loro potere di rivolgere il pollice verso l’alto o verso il basso a seconda della convenienza.

In secondo luogo resta la brutta batosta al valore simbolico che il Bel Paese vanta in Oriente e nel mondo. Riprendendo le parole di Francesco Sisci dalle pagine de Il Sole 24 Ore, “il lusso, la comodità, la bellezza, la storia, la civiltà, la dolce vita, il sale delle cose che ovunque è fondamentale, ma specie in un Paese istituzionalmente ateo, tutto questo è italiano”; è marchio di una qualità riconosciuta forse più all’estero che a casa nostra. Non lasciamo ai posteri le ardue sentenze per cui il caso Da Vinci è solo un pretesto: pensiamoci ora. Pensiamoci ora quando i cinesi sanno sì copiare, ma non sanno ancora inventare. Pensiamoci ora a quanto dovrebbe onorarci l’esser considerati trend setters and lifestyle setters dagli occhi del mondo. Pensiamo ora a cosa manca davvero a supporto di questa bella idea del made in Italy: manca un sistema, manca una struttura e la capacità di fare networking senza pugnalarsi alle spalle per pochi spicchi di mercato in più. Manca l’applicazione della saggia coscienza popolare per cui “l’unione fa la forza”. Se si smettesse di guardare solo al proprio piatto di brodaglia, ma ci si organizzasse per inventare un menù comune e differenziato, a tavola, nella convivialità, sarebbe tutto un altro gusto.

Tagged with: Cina • made in Italy • mobili 
Elena Premoli
Autore

Elena Premoli

Nata a Varese nel 1986, è sviluppatrice marketing per GBPA Architects, uno studio d’architettura internazionale con sedi a Milano e Pechino. Per LSDP si occupa delle trasformazioni della società cinese e di strategie di promozione del Made in Italy in Cina.

Blog Article Facebook Facebook
  • Pingback: Il “caso Da Vinci” e il “Made in Italy” in Cina: quanti misteri ancora da svelare?

  • Elena Premoli

    Sicuramente c’è molto da svelare e ci auguriamo che le autorità competenti diano presto delle risposte certe. Sembra però sia stato appurato che solo 1/3 dei mobili della Da Vinci fosse autentico made in Italy…La TV cinese sta veicolando il messaggio per cui ormai tutto è prodotto in Cina, quindi il made in Italy non esiste più… Parole dal grande impatto. La tristezza di tutto questo sta nel fatto che, se fosse vero, non si tratterebbe di “ennesima truffa cinese”, ma di una vergognosa “truffa italiana”…

  • http://www.lospaziodellapolitica.com Moris Gasparri

    Elena, continuo a non capire. L’Italia e le aziende italiane sono o non sono vittime di questa storia? Se non erano colluse con questo sistema di frode perchè ora prendono le difese della Da Vinci invece di attaccarla? Oppure erano colluse?

  • Elena Premoli

    Non si sa se erano colluse, ma alla Da Vinci devono molti dei loro fatturati. Quindi non conviene far altro che difenderla! Da Vinci, ad es, è cliente di Cappelletti. Se Da Vinci fa copiare dei Cappelletti per guadagnarci, Cappelletti di certo non è contenta, ma Da Vinci resta il cliente più importante che contribuisce a più di metà del fatturato! Possibile mettersi contro? O forse Cappelletti era a conoscenza della truffa e compiacente.. questo sarebbe una vergogna ulteriore.

  • Kingsize

    La difesa ad oltranza della Da Vinci da parte dei produttori italiani che dovrebbero esserne le vittime può significare due cose:
    a) i produttori italiani erano complici della truffa e dividevano il bottino (un mark up esagerato sui mobili finto italiani) con Da Vinci
    b) i produttori italiani sono vittime ma vedono a rischio i loro crediti nei confronti della Da Vinci che se fallisce o riduce drasticamente il proprio turnover diventerà insolvente nei loro confronti.

  • Elena Premoli

    Esatto Kingsize…

  • Giannisimone

    Buongiorno, sono un fornitore Davinci e sinceramente se tutti avessero la certificazione ISO8000 come noi, certificando la filiera tutta italiana ed eticamente corretta, sarebbe molto piu’ facile. Purtroppo quasi tutte le aziende italiane dell’arredamento usano manodopera piu o meno irregolare cinese, parlo di aziende cinesi nel territorio italiano….. Quindi anche voi che comprate dalle grandi catene italiane state attenti! Ed in questo specifico caso di Davinci, qualcosa di irregolare ci sara’ sicuramente stato, molto marginale di volume ed entita’, ma per i concorrenti di una societa’ pronta ad essere quotata in borsa era un ghiotta occasione per assalire un concorrente che oltretutto fa affari in Cina ma e’ di origini Singaporensi!
    Non dimenticate che hanno scoperto che alcuni accusatori della Davinci erano attori assoldati da sconosciuti a fronte di lauti compensi!
    A voi l’opportuna riflessioni.
    Gianni Overi.
    Formitalia Group spa

  • Cerca

  • Altro di Elena Premoli

    Cercano casa

    1 dicembre 2011

    Questa mattina, mentre ancora l’Italia stava dormendo, ho aperto la homepage di Corriere.it, fonte di informazione nazionale per l’italiano all’estero. [...]

    Economia ed innovazione

    Le dimissioni di Berlusconi viste dalla Cina

    14 novembre 2011

    Si sa che la distanza distorce le percezioni, a volte le amplifica, a volte le sfuma. In ogni [...]

    Leader, partiti, classi dirigenti, Politica italiana

    La guerra del mobile tra Italia e Cina

    19 luglio 2011

    Da simbolo dell’Italia a simbolo dell’enigma, da Leonardo a Dan Brown. In una storia che ora si riscrive tingendosi di [...]

    Economia ed innovazione

    Sette giorni in Tibet

    11 maggio 2011

    Licia Colò? Turisti per Caso? No meglio, LSDP:) Oggi pubblichiamo infatti sul nostro blog un lungo reportage sul Tibet – [...]

    BRICS e Paesi emergenti, Politica globale

    Toc toc… torna TOChina!

    15 aprile 2011

    TOChina è una parola composta che si presta a diverse letture: TOChina come “Torino – China”, oppure TU China e [...]

    BRICS e Paesi emergenti, Politica globale

  • Gli articoli più popolari

    • Più droni per tutti
    • Niente Grilli(ni) per la testa a L’Aquila
    • Fuga dalle banche
    • Siamo il 99,5%!
    • Le promesse dello zar
  • Gli ultimi articoli

    Fuga dalle banche

    di Riccardo Vurchio - 17 maggio 2012

    Economia ed innovazione, Europa, Highlights

    Siamo il 99,5%!

    di Lo Spazio della Politica - 16 maggio 2012

    Rassegna Stampa

    Più droni per tutti

    di Alessandro Aresu - 16 maggio 2012

    Highlights, Politica globale, Stati Uniti

    Le promesse dello zar

    di Eleonora Fuser - 15 maggio 2012

    BRICS e Paesi emergenti, Highlights, Politica globale

    Anche le donne nel loro piccolo speculano

    di Lo Spazio della Politica - 15 maggio 2012

    Economia ed innovazione, Rassegna Stampa, Scenari

  • Fuga dalle banche
  • Siamo il 99,5%!
  • Più droni per tutti
  • Le promesse dello zar
  • Anche le donne nel loro piccolo speculano
  • Il sindacato nella società della conoscenza
  • LSDP su RadioAlma.eu
  • Amartya Sen: viaggio in Italia
  • Silicon Valley perde la guerra dei robot
  • Niente Grilli(ni) per la testa a L'Aquila
  • L'elettrice lesbica di Obama
  • L'emiro muove la pedina Qatargas
  • Sindacati? Parla l'imprenditore
  • La crescita nigeriana tra terrorismo e povertà
  • L’Italia dei disperati
  • L’Europa supererà la prova della democrazia?
  • Hollande - Sarkozy #ledebat é già Storified!
  • François Hollande ovvero "Io Presidente"
  • Il paradigma perduto dell'economia
  • Che fine ha fatto Kim Dotcom?
  • Il nuovo asse italo-tedesco: Ducati-Volkswagen
  • L'imprenditorialità è l'unico modo per mantenere la pace
  • Pep, Lionel e gli altri
  • I Borg e Paul Krugman
  • Per un sindacato che ricompone il lavoro in frantumi
  • La Corea è la nuova Spagna?
  • La Bangalore d'Italia e la rivoluzione scalza
  • Clonare @fabriziobarca
  • No TAV o no TAC?
  • Il futuro dei giornali? Robot, algoritmi, disoccupati
RT @marcosimoni_: Storia stupenda di una start up di italiane in California: da leggere e seguire (CEO @efavilli) http://t.co/Ec7f3ffA  — SpazioPolitica
Lo spazio della Politica

Se c’è una citazione che può descrivere chi siamo è questa: “L’avvenire è dei curiosi di professione”. Siamo infatti un gruppo formato da venti giovani curiosi nati tra il 1978 e il 1989, provenienti da vari percorsi di formazione ed impegnati in vari ambiti professionali (università e centri di ricerca, istituzioni, start up digitali, venture capital, comunicazione e consulenza, green economy).

L’ULTIMO

bank-collapse

Fuga dalle banche

Riccardo Vurchio
17 maggio 2012

Oltre 700 milioni di euro prelevati nel solo giorno di lunedì. Il Wall Street Journal ha riportato tale [...]

Economia ed innovazione, Europa, Highlights

© 2011 Lo Spazio della Politica
    PageLines by PageLines