I tragici eventi di ieri ci danno l’occasione di parlare di un Paese spesso dimenticato nelle nostre discussioni di politica estera, perché le sue prospettive sembrano lontane da noi e dalle nostre esigenze. Senza ancora entrare nelle discussioni sulla matrice degli attentati di Oslo e di Utoya, dato che restano ancora margini di incertezza (anche se con l’arresto dell’attentatore Anders Behring Breivik è ormai definitivamente tramontata la pista islamica), per ora ci limitiamo a offrire un breve panorama della Norvegia.
Cominciamo da un’ironia difficilmente replicabile, che ci racconta questa fase incerta della globalizzazione. Il 13 marzo 2010 il noto storico di Harvard Niall Ferguson ha tenuto presso il Peterson Institute of International Economics di Washington la Niarchos Lecture, sponsorizzata dalla Stavros Niarchos Foundation del celebre tycoon di Atene. La domanda preferita da Ferguson, pagato quindi dai soldi di un uomo d’affari greco, è venuta da un noto uomo d’affari norvegese, Herbjorn Hansson, che ha fatto allontanare lo storico per qualche minuto dalle prospettive del collasso europeo e del fallimento imperiale statunitense. Ferguson ha infatti commentato così la domanda:
I had the pleasure of visiting your country just last week. I was in Stavanger, and it gives me an opportunity to say that if you’re looking for a developed country that doesn’t have a massive crisis of public debt, Norway is up there, well ahead of Canada incidentally.
L’autore di “Civilization” ha poi rinnovato il suo apprezzamento rispondendo a una domanda sui luoghi dove conviene investire. Perché la Norvegia è una nazione vincitrice di questa fase storica? Perché anche noi, in un elenco di “attori globali” di rilievo che seguiva al riscontro dell’insufficienza europea, abbiamo inserito in tempi non sospetti – oltre a Google, il Brasile, Al Jazeera – i fondi pensione norvegesi? La Norvegia si trova costantemente in cima alle classifiche sullo sviluppo umano (Human Development Index) e condivide questa posizione con quella degli altri Paesi scandinavi. Al di là delle classifiche e dell’ammirazione per il sistma di welfare, esiste anche una forma di soft power: per esempio, lo studio norvegese di architettura Snøhetta ha progettato perfino la nuova biblioteca di Alessandria. “Getting to Denmark” (la strada ideale per la crescita e le istituzioni di una società a cui Francis Fukuyama ha dedicato la sua ultima ricerca) può essere anche interpretato come “getting to Norway”.
Se il presidente Lula ha usato la formula “Dio è Brasiliano” per commentare la scoperta di nuove riserve di petrolio, anche i norvegesi possono rivendicare quest’attribuzione. Gli italiani nascono in debito. I norvegesi nascono in credito. Per merito delle risorse naturali e del loro sfruttamento, e ovviamente dell’esigua popolazione (che rende le comparazioni con queste realtà spesso non pienamente azzeccate). Il “credito” della Norvegia ha suscitato un’attenzione internazionale con l’ascesa dei fondi sovrani, a cui appartiene tecnicamente il già citato fondo pensione, che investe nei mercati azionari globali. Gli investimenti del fondo nei vari Paesi, con un’operazione di trasparenza che rappresenta il benchmark della categoria riconosciuto fin dalle prime rilevanti discussioni internazionali sui fondi sovrani nel 2008, sono comodamente consultabili in questa mappa e sono stati oggetto di pubblico dibattito e scrutinio. Ciò ha portato al disinvestimento in alcune compagnie, considerate non-etiche, per il trattamento della forza lavoro e per la produzione di armi (per esempio, per questo motivo in Italia è stato liquidato nel 2005 un investimento in Finmeccanica). La geoeconomia norvegese, comunque, non è soltanto legata a fattori etici, se consideriamo per esempio l’affare miliardario – di cui avevamo parlato qui – tra Orkla e China Blue Star, seguito significativamente all’assegnazione del premio Nobel per la Pace a Liu Xiabo.
La sicurezza della Norvegia – oltre ai suoi rapporti con l’Unione Europea – è una questione sul tavolo per la sua posizione geografica e politica. Se da una parte gli eventi di ieri potrebbero rafforzare le spinte securitarie (interne ed esterne) del partito conservatore e del Fremskrittpartiet, Oslo deve già pensare alla sua sicurezza per proteggere la sua fortuna. Anzitutto dalla vicina Mosca. Con il pensionamento della Nato, dovrà farlo da sola, da attore fondamentale di quella “partita al Polo” che caratterizzerà i percorsi energetici nel medio periodo e forse le nuove rotte marittime nel lungo periodo. Nel percorso di Statoil, con cui collabora anche la nostra ENI, c’è infatti il Mare di Barents, e quindi il dialogo sui confini con la Russia. La Norvegia del futuro dovrà affrontare anche queste questioni di portata regionale e globale mentre, all’indomani della tragedia, cercherà di analizzare le contraddizioni e gli oppositori del suo modello di Stato e di società.





































Alessandro Aresu
Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e direttore de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti.