Nel febbraio 2009, Gideon Rachman, commentatore di politica internazionale del Financial Times, ha scritto un articolo dal titolo significativo: “November 2012: a dystopian dream”, in cui cercava di immaginare le conseguenze politiche di una crisi che gli osservatori del National Intelligence Council descrivevano come la più grande minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il racconto si apriva col concession speech del Presidente Obama, che riconosceva la sua sconfitta. Proseguiva con la festa nel quartiere generale di Sarah Palin. Spaziava poi dalle congratulazioni di Lieberman, neopremier di Israele, alle mosse di Putin, di nuovo Presidente della Russia, al nuovo matrimonio di Sarkozy con Madonna. Il paesaggio politico del 2012 porta i segni della bomba iraniana (2011) e di un’Europa senza capo né coda. Ah, nessuna chiamata giungeva al nuovo presidente degli Stati Uniti da Pechino, dato che la Cina era stata più volte denigrata nella sua campagna elettorale. Il Presidente Palin ringrazia i suoi sostenitori e conclude: “Ho un messaggio per i mullah e i comunisti. L’America è tornata”.

Le distopie accompagnano la nostra immaginazione del futuro, ma nascono dalle paure del presente. Nel 2011, la bomba iraniana non è esplosa ma il presente fa davvero paura: risulta sempre più difficile comprenderlo, anche se si cerca di analizzarlo con realismo e con umiltà. Se è vero che le crisi sono inerenti al capitalismo, è anche vero che quando il tempo che intercorre tra le crisi si restringe, non c’è più nemmeno il tempo necessario per capire cosa stia accadendo o per dire “la crisi è un’opportunità, perché invece di parlare di Ruby ci occupiamo del nostro futuro”. Perciò dobbiamo preoccuparci. In particolare, credo che le nostre preoccupazioni, per quanto sia difficile tirare le somme dell’attuale situazione e per quanto sia banale rifugiarsi in affermazioni come “tutto è cambiato”, debbano essere rivolte a due tendenze.

1. Il mondo in cui tutti – o quasi – perdono. E’ l’incubo della globalizzazione, il cui sogno – che non va trasformato in un feticcio – è il mondo a somma positiva in cui tutti i vincono, e in cui i vantaggi derivati dall’allargamento dello spazio della competizione sono condivisi. Il sogno della globalizzazione è “un’onda che sale sollevando tutte le barche”: questa frase è stata pronunciata da John Fitzgerald Kennedy nel 1963 ed è il riassunto perfetto della “Dottrina Rubin”, l’idea dei campioni del mercato del Partito Democratico – a cui può essere di certo attribuita l’accelerazione della finanziarizzazione dell’economia, molto meno la crescita del debito statunitense. Il 2007-2009, interpretato in senso geopolitico, ha scritto un copione diverso: nel nuovo gioco della globalizzazione, alcuni vincono e altri perdono. Quella costruzione storica che chiamiamo Occidente – resa ipertrofica dall’11 settembre –  perde (senza generalizzare: pensiamo alla Svizzera e all’Australia), e al suo interno perdono molto di più le persone povere . Altri attori, un tempo alla periferia dello sviluppo, come il Brasile e la Cina, sono vincitori. E vincono ovviamente investitori come John Paulson, che hanno ammassato “più soldi di Dio” indovinando la scommessa sulla crisi.

Per dare un giudizio su questi processi, si deve quindi uscire dall’euforia del momento e dalle grandi generalizzazioni, per analizzarli con umiltà, riconoscendo che la complessità della politica, per citare ancora Gideon Rachman, può portare a un “mondo a somma zero”. Il problema successivo è l’apertura di un nuovo scenario (crisi europea del debito ai massimi livelli senza capacità di risoluzione, difficoltà/surriscaldamento delle economie emergenti, bolla digitale, fine della funzione dei mercati di provvedere capitali per l’economia reale, rivolte imprevedibili), dove tutti possono perdere anche perché molti, nell’attesa di perdere, litigano. Un mondo dove perde la Germania. Un mondo dove perde perfino l’Australia. La questione Stato/mercato è dirimente per leggere il caos (che è il tema dell’ultima edizione di Vedrò) di questo mondo a somma negativa. Facciamo qualche esempio. Se esiste un problema oggettivo di conflitto di interessi e di non-mercato con le agenzie di rating (oltre al fatto che per la valutazione generica di uno Stato, se ciò non accresce il rischio politico, è poco rilevante che i risparmi vengano dai sussidi per gli handicappati o dalle cosiddette “pensioni d’oro”), gli Stati – a meno che non trovino un consesso di cooperazione che aumenti il loro potere di contrattazione – non possono permettersi di presentarsi sui mercati dicendo “è tutta speculazione, le agenzie di rating fanno schifo” o “è un complotto delle agenzie americane contro l’Europa” o “è un complotto di Goldman Sachs e dei cinesi”, perché vengono puniti e basta. Un altro punto da considerare è la povertà intellettuale con cui sembriamo essere emersi dal momento di trasformazione del mondo che stiamo vivendo. Qualche altro esempio: lo stesso concetto di “varietà del capitalismo” dell’ultimo decennio non è più in grado di offrire un’interpretazione complessiva della realtà globale, perché la consueta distinzione tra capitalismo anglosassone e capitalismo renano non basta a dirimere una matassa che comprende il capitalismo turco, il capitalismo brasiliano, il capitalismo cinese, il peso delle risorse energetiche, la corsa dell’oro, CDS e CDO e molto altro. Un altro elemento che caratterizzerà la nostra riflessione negli anni a venire è la probabile nuova ondata di privatizzazioni e la nuova “terapia shock” che l’Italia potrebbe portare avanti sotto il vincolo europeo (se la situazione si deteriorasse ulteriormente, nonostante Bossi, la spesa previdenziale sarà certamente toccata). La storia recente delle “terapie shock” nei Paesi in via di sviluppo non è confortante, come abbiamo spiegato spesso a partire dal paradigma di Justin Yifu Lin e di altri studiosi. L’Italia non è un Paese in via di sviluppo e non è nemmeno la Svezia, ma il giudizio sulle privatizzazioni nel nostro Paese va affrontato con umiltà, visto che ne fanno parte realtà come Telecom Italia, che rappresenta il caso-studio perfetto dell’indebolimento di una realtà economica e tecnologica di rilievo col doppio acquisto a debito senza alcun serio progetto industriale di lungo termine. Non è certo ostilità al mercato dire che regalare pezzi di Stato gratis ai privati sia sbagliato, così come non è assurdo affermare che Berlusconi, una volta che, cito, “ha messo le mani nelle tasche degli italiani”, può permettersi ormai di cancellare opere inutili come il Ponte di Messina e affrontare il nodo delle infrastrutture rilevanti bloccate su cui da tre anni almeno insiste Confindustria. Inoltre, la nuova stagione di privatizzazioni potrebbe colpire aziende come Finmeccanica le cui azioni si “pesano” e non si contano esclusivamente, perché hanno un valore strategico per uno Stato sovrano che è superiore alla loro quotazione (in questo momento depressa). D’altra parte, se l’Italia resta sotto attacco tali aziende rischiano di perdere una parte ancor più rilevante del loro valore: si tratta di un gioco in cui comunque si perde, come la guerra in Libia per l’Italia. Perciò tuffarci in questa nuova epoca con un coro di maestri disarmati davanti alla crisi del 2007-2009 – si legga e rammenti questa intervista di Alberto Alesina – che si contrappone a un coro di maestri la cui ricetta è l’aumento indefinito del debito, con la variante del semplice richiamo all’Islanda e all’Ecuador, non ci aiuterà più di tanto. Serve una nuova vivacità intellettuale, a cui tutti dobbiamo e possiamo dare un contributo.


2. La fatica della democrazia e della politica.
Nel giudizio di Standard & Poor’s sul declassamento degli Stati Uniti le parole chiave sono: “the downgrade reflects our view that the effectiveness, stability, and predictability of American policymaking and political institutions have weakened”. La valutazione riguarda perciò le istituzioni degli Stati Uniti (perciò richiederebbe una competenza  politica), e in particolare la macchina di Washington, che è anche l’oggetto della promessa mancata di Obama (che non è riuscito a cambiare the way Washington works). Più in generale, i mercati mettono sotto pressione la politica. Come è stato più volte sottolineato in questi giorni, c’è un problema di urgenza, di differenza tra l’accelerazione e la velocità esponenziale da un lato e la lentezza, e spesso l’inutilità, dei processi politici (il caso-studio perfetto sono le cosiddette “riforme” in Italia). In parte, dobbiamo dirlo con sincerità, questa distanza non potrà mai essere colmata: i governi non possono privatizzare aziende nel giro di un’ora o di un giorno. Non possono nemmeno mettere in piedi una spending review degna di questo nome (e necessaria per il controllo della spesa) in un fine settimana. In parte, tuttavia, l’insistenza dei mercati colpisce una debolezza della politica, che non è mai stata chiara come oggi, in Europa e in generale. In Europa, perché il processo di costruzione di un’unità politica rimane troppo lento e incerto per essere preso sul serio dall’urgenza che caratterizza i “padroni della liquidità”. In generale, perché la democrazia polarizzata (o la politica paranoica), costituita da due schieramenti l’un contro l’altro armati, in molti dei nostri sistemi blocca il processo politico e indebolisce i governi. Le campagne elettorali permanenti non aiutano a costruire una piattaforma di sviluppo per i cittadini: se i politici evitano di andare in vacanza per avere più tempo per insultarsi a vicenda, la loro azione rimane inutile (è invece utile se si confrontano sulle proposte senza limitarsi a organizzare convegni o scrivere mirabolanti programmi di 300 pagine, come stavolta meritoriamente ha fatto Bersani, affrontando tra l’altro il nodo dei pagamenti della Pubblica Amministrazione alle imprese). Più in generale, ci troviamo davanti a una questione dirimente per la democrazia, che rischia di uscire fortemente indebolita da questa stagione di trasformazioni geopolitiche, dopo che ci siamo adagiati su idee come “pace democratica” ed “esportazione della democrazia”. La cosiddetta primavera mediterranea potrebbe sfociare in un inverno democratico europeo, dove la domanda “Perché la democrazia?” non riesce più a dare una risposta soddisfacente ai paesi in via di sviluppo, davanti ai ritmi diversi per i processi decisionali delle autarchie e al distacco generalizzato dai bisogno della collettività. E il giudizio sulla democrazia sarà ancora più pesante se, nella ristrutturazione dei bilanci dei paesi in difficoltà, non sarà in grado di preservare la pace sociale.