Fisco, che noia. Pagare le tasse, parlare di tasse. Out. Ma adesso che anche l’Uomo Nero minaccia di allungare le mani, molti ricchi temono. “Giustizia fiscale”: sarà poi contagiosa?
In Italia è oggi difficile parlare di equità fiscale senza evocare la temutissima patrimoniale. La tassa sulla ricchezza. Lo Stato che mette le mani sotto il materasso, per qualcuno; un doveroso contributo da parte di chi ha di più per altri. Per Amato sembra quasi una panacea, Prodi non è contrario a priori, Boeri possibilista, Confindustria ci starebbe e la CGIL pure. Alesina e Giavazzi rabbrividiscono e minacciano: esiziale per la crescita. Il PD prima no, poi nì. Per il più illustre tributarista italiano, poi, sarebbe addirittura incostituzionale. Patrimoniale, patrimoniale. Il tuo mantra fiscale. Roba da togliere il sonno. Peggio degli elefanti rosa di Dumbo.
La questione è un piuttosto complessa, concreta e assai meno ideologica di quanto sembri. E soprattutto è una cosa seria, non una taglia di prova del prêt-à-porter da grande magazzino della politica economica.
Una patrimoniale d’emergenza, varata nottetempo per far cassa servirebbe a poco, nonostante il gettito che potrebbe garantire. Non è una misura strutturale e s’è già visto come in assenza di un vero cambio di rotta la sfiducia del mercato possa mandare in pezzi in un attimo il salvadanaio appena rimpinguato. D’altra parte, se nessuno di noi presterebbe dei soldi a un ubriacone, ne presterebbe forse qualcuno a un ubriacone che ha appena trovato delle banconota per terra? Dubito. Se la falla dovesse allargarsi, però, un intervento di questo tipo rischierebbe di diventare indispensabile.
E sarebbe un peccato perché è prevedibile che rischierebbe di rendere a lungo impervia, dal punto di vista politico, una strada maestra: l’Italia non ha bisogno di un gattopardesco intervento una tantum, quanto di una riforma fiscale che incrementi finalmente il costo-opportunità della ricchezza improduttiva, alleggerendo al contrario gli oneri imposti a chi il lavoro lo crea o di lavoro vive. È questo, insieme alla nascita di una volontà politica di contrasto dell’evasione, un irrinunciabile passaggio di modernizzazione del paese e un presidio dei principi costituzionali di equità contributiva e progressività.
Neppure un anno fa, il Professor Prodi asseriva con una sintesi affilatissima: “L’Italia è un paese povero abitato da ricchi”. Precisò: ”Occorre distinguere tra la definizione di “paese ricco” e di “gente ricca”. Per questo quella di prima non è in fondo una battuta, perché la povertà delle istituzioni fa in modo che le disuguaglianze aumentino.” C’è in questa frase un volo che va ben al di là di un semplice esercizio di calcolo. Ma se proiettiamo poche cifre sullo sfondo di un paese disunito e localmente rapace, egoista, incapace di produrre e fruire dei necessari beni pubblici, i conti tornano.
Leggendo l’Italia nell’inscindibile combinazione fra reddito e patrimonio, emerge il ritratto di un paese tutt’altro che nel baratro: nella borsa degli italiani ci sono 8600 miliardi di euro di ricchezza netta, pari a circa otto volte il reddito disponibile (2008). Senza contar auto di lusso, gioielli e barche. Tantissimi immobili (circa 5000 miliardi), disponibilità liquide, risparmio previdenziale. Una quota complessivamente modesta di attività finanziarie, concentrata però in una porzione ancor più esigua della popolazione. Il patrimonio reale e finanziario di una famiglia italiana non solo è molto vicino a quello dei Jones ma supera quello dei Müller(!), dei Suzuki e pure dei Moreau e di quei loro simpatici cugini del Quebéc. Nonostante l’Italia sia in stagnazione da un decennio buono. Farebbero 350.000 euro circa a famiglia. Una casa di proprietà e qualche risparmio in banca, se non fosse che la famiglia media abita sempre più nelle statistiche. Riserve indiane. Nella realtà del paese, il 45 percento del patrimonio è concentrato nel primo decile della popolazione. Un paio di milioni di famiglie da un paio di milioni di euro a testa, con un grado di concentrazione largamente superiore a quello dei redditi, e fra i più alti tra i paesi OCSE.
La casa: investimento d’elezione per il risparmio privato, al punto che molti non s’accontentano: prima, seconda, terza. Magari messe a reddito in nero. Ma nella composizione del portafoglio nazionale si riflette anche buona parte della nostra struttura produttiva fatta di micro-imprese: lo studio professionale, un capannone in provincia, due vetrine sulla strada. Per qualcuno quattro. Molte attività a bassa intensità tecnologica e di capitale umano.
E così gran parte della ricchezza degli italiani, alimentata certo dal risparmio, dai trasferimenti intergenerazionali ma anche da attività illecite,dall’evasione, stimata in oltre 100 miliardi di euro all’anno, dai proventi generati da vastissime reti clientelari che si estendono ben oltre il feudo della cosiddetta Casta, è parcheggiata in una nuova periferia dell’Europa. A gemmare poco per volta, senza far rumore. È il poco, opaco, ma buono. Senza creare lavoro, senza creare innovazione, senza generare opportunità. Rendite, appunto, di posizione. Siamo tra ancora tra i più ricchi ma nelle stesse statistiche balena il nostro malessere: un euro di ricchezza da noi produce meno reddito che altrove.
Imporre un prezzo equo all’inerzia di chi detiene la ricchezza, anziché incentivarla in modo perverso con regimi fiscali di favore e con l’assenza di un sistema di controlli, è una importante leva di cambiamento. Una tassa sulla pigrizia, se preferite. Un dazio da pagare per sottrarre risorse al sistema produttivo, immobilizzandole. Potremmo così sbarazzarci delle condizioni che rendono il mero possesso investimento tanto appetibile, favorendo la mobilitazione del capitale, che potrebbe andare incontro alle idee anziché essere seppellito tra quattro mura di cemento o in una cassetta di sicurezza.
Anche a questo serve liberalizzare, snellire la burocrazia, modernizzare i trasporti, viaggiare in banda larga: a creare le condizioni perché nuove scelte di investimento siano possibili e attraenti, sappiano attirare il capitale e generare ricadute positive su gruppi sempre più ampi di individui. Investire in innovazione avrebbe valore, scegliere un percorso di alta formazione o credere in un proprio progetto imprenditoriale prometterebbero opportunità di mobilità sociale.
L’accumulazione della ricchezza è spesso stata preludio di brillanti percorsi di sviluppo trainati dall’evoluzione tecnologica. Per il nostro paese sempre più frammentato, complice la debolezza del tessuto istituzionale, il patrimonio, fermo come in una palude, è diventato invece una sorta di dannazione, una fonte di resistenza granitica al nuovo, un gravame che ci impedisce di partecipare al cambiamento in atto, per tutelare il vecchio. Procediamo lungo la scala dei tempi astronomici mentre il tempo del mercato globale si misura in centesimi.
Una ragionata riforma fiscale, nell’ambito di un disegno strategico di politica economica non più dettato solo dalle emergenze, è indispensabile perchè questa dinamica non si “avviti” a spirale in un contesto di crescente disuguaglianza, acuendo la sensazione lugubre di vivere in un paese pietrificato. E l’ora di sbarazzarsi dei feticci impagliati che abbiamo ereditato e ripartire da lì, da quel “mucchietto di polvere livida” per costruire un’Italia più leggera.



































Pingback: Il Partito della Rendita | Italia2013