In questo momento di disastro generalizzato è difficile capire dove si annidano i problemi più gravi, e pensare quali priorità mettere al centro del percorso di riforma che il paese chiede a gran voce. Certamente le soluzioni tampone previste da questo Governo, da tempo bollato di inettitudine economica, non permetteranno al paese di ripartire di slancio.
Quanto accade in questi giorni è sintomatico di una crisi di leadership generalizzata e prolungata: da vent’anni nessuno in questo paese riesce ad assumersi la responsabilità di intervenire sulle criticità (lavoro, evasione, corruzione…). Non voler decidere ha come conseguenza scelte future più drastiche: per riuscire a decidere in situazioni di grave instabilità è necessario avere una classe dirigente preparata e responsabile. Per ricostruire il paese credo pertanto che la priorità sia dare vita a questa nuova classe dirigente, capace di rispondere per tempo alle tempeste finanziarie (sempre più rapide e imprevedibili) e capace di intraprendere un reale percorso di sviluppo.
Non si tratta di rivoluzionare la sola politica, bensì di risvegliare imprenditori e manager, quadri e funzionari. L’Italia continua a sfornare ingegneri brillanti, ricercatori che hanno successo in tutto il mondo, artigiani abilissimi. Chi lavora duro in Italia raggiunge livelli qualitativi che il resto del mondo ci invidia.
Il problema risiede nella gestione di questo capitale umano: per fare un esempio, quando i professori universitari ti consigliano di andare all’estero a studiare ammettono il proprio fallimento gestionale. Nel privato la cattiva gestione delle forze lavoro ha creato un abuso delle forme di precariato, nel pubblico sprechi e inefficienza diffusa. E’ arrivato il momento di fare delle scelte coraggiose, che hanno come obiettivo la possibilità di continuare a scegliere in autonomia in futuro (evitando i commissariamenti della BCE). Ecco alcune idee:
1) Combattiamo le raccomandazioni introducendo un concetto trasparente e meritocratico del meccanismo: è giusto chiamare delle persone valide se ci si assume la responsabilità della loro assunzione. Teniamo quindi traccia del manager che raccomanda qualcuno (con un endorsement ufficiale sul CV per esempio), di modo che se la persona segnalata si rivela valida, chi l’ha indicata riceva negli anni un compenso proporzionale. Questa gratifica è un incentivo per rendere palese la raccomandazione.
2) Sulla base della raccomandazione palese, creiamo un indice per valutarne l’efficacia: società e PA con molte raccomandazioni di bassa qualità saranno sanzionate, società prive di raccomandazioni saranno sospette (perché così interpretata la raccomandazione è un sistema di controllo e formazione potente), società con una stretta rete sociale di persone in gamba saranno l’ottimo.
3) Per evitare che qualcuno non segnali la propria raccomandazione, sapendo che il raccomandato non sarà all’altezza (e non volendo rimetterci di tasca propria), limitiamo per legge le assunzioni di parenti nella stessa sede del “raccomandante”, applicando il vincolo in tutta la PA e nelle università.
4) Creiamo più scuole per plasmare una vera classe dirigente (e rendiamole molto selettive); si tratti di Università migliori o di Collegi di Eccellenza.
5) Rendiamo più trasparenti e credibili le valutazioni dei manager, chiedendo anche delle valutazioni dal basso (in forma anonima); rendiamo pubblica la componente dirigenziale nelle società quotate (quanti sono? Quanto guadagnano di media?). Evitiamo l’attuale fenomeno per cui gli amministratori delegati scelgono i consiglieri di amministrazione che gli garantiscono gli stipendi migliori.
6) Meritocrazia come cultura, senza se e senza ma. Converrebbe rendere più palese anche l’assistenzialismo: a volte è meglio pagare delle persone per non lavorare piuttosto che offrire loro dei posti in cui compiono danni.
7) Aumento del peso in busta paga della contrattazione di secondo livello: per retribuire chi raccomanda le persone giuste, per gratificare i lavoratori che raggiungono gli obiettivi concordati con il management (non imposti, ovvio).
8) Gestione per obiettivi: valutiamo la qualità del servizio, il risparmio rispetto agli anni precedenti; laddove possibile usiamo un confronto tra unità simili (università e PA).
Mai come oggi è importante applicare queste poche idee: perché ora che si chiedono sacrifici a tutti è necessario avere una chiara direzione verso cui andare. Se non si dà accesso reale ai posti di potere, se non c’è contendibilità delle cariche, perché mai dei giovani (che sono la fascia più colpita dalla crisi) dovrebbero impegnarsi a fondo per il proprio paese?





































Andrea Danielli
Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.