Su LSDP abbiamo iniziato da tempo un percorso di avvicinamento al mondo dell’artigianato e con questo articolo intendiamo dare un altro contributo. D’altronde è difficile rimanere passivi di fronte all’enorme quantità di laureati che si scontrano con lavori squalificanti e poco soddisfacenti. E’ un dramma generazionale che richiede soluzioni completamente innovative e di rottura. Una di queste potrebbe consistere nella proliferazione dei fablab.
I fablab sono degli spazi in cui tutti possono (co)progettare e realizzare i loro oggetti, esattamente come li vogliono. Il calo nei prezzi di stampanti 3D, laser cutter, frese digitali, kit di microelettronica, rende tali strumenti alla portata di gruppi auto-organizzati di smanettoni, hobbysti, semplici curiosi attirati dalla filosofia DIY (Do It Yourself).
Il movimento della personal fabrication è figlio dell’industria, da cui ha preso la precisione e la riproducibilità dei prodotti, nipote dell’artigianato, da cui ha preso la progettazione su misura, fratello dell’opensource con cui condivide la filosofia di scambiarsi progetti liberamente.
Infatti per molti versi il fenomeno dei FabLab sembra ripercorrere la strada segnata ormai più di dieci anni fa dal movimento Open Source e Free Software, portandone i principi e la filosofia nel mondo reale degli oggetti.
Esattamente come per gli sviluppatori Open Source, anche per chi frequenta i FabLab la parola d’ordine è infatti “condivisione”. Il paragone non è affatto azzardato: ogni oggetto fabbricato digitalmente ha l’equivalente di un “codice sorgente” che permette di modificarlo e riprodurlo infinite volte. In questo modo gli oggetti possono essere pensati utilizzando le stesse categorie concettuali che usiamo per la conoscenza in senso stretto, quella scritta e formalizzata nei testi: non è un caso infatti che i FabLab vengano spesso paragonati alle biblioteche.
Se il successo e la portata innovativa della cultura open nel mondo dell’informatica è ormai innegabile e sotto gli occhi di tutti, nel mondo della produzione tangibile questa transizione è soltanto agli inizi. Questo non impedisce però di intravederne le conseguenze potenzialmente epocali: rendere più accessibili e aperte le conoscenze legate alla produzione potrà dare alle nuove generazioni di knowledge workers italiani occasione per tornare ad occuparsi del (o nel?) secondo settore. La possibilità di creare facilmente prototipi apre a opportunità di customizzazione simili a quelle del mondo dei servizi, allargando molto la varietà dell’offerta (e creando quindi nuova domanda). Un mondo in cui piccole unità produttive danno vita a prodotti high-tech innovativi senza bisogno di investimenti milionari ridimensiona il potere dei grandi brand e rende lo sviluppo tecnologico ancora più imprevedibile.
Un altro grande motivo di interesse è di natura epistemologica: i fablab sono aree in cui si costruisce una visione della conoscenza più realistica e meno astratta, attraverso la condivisione gratuita tra peers. I principi si imparano mettendoli in pratica, e si può scoprire la loro natura imprecisa, a tratti artificiale: la realtà raramente obbedisce alle nostre equazioni.
Forse un po’ utopisticamente, sarebbe bello rispondere al declino delle grandi accademie ingessate, colpite da elefantismo e da inefficienza gestionale, con luoghi molto più snelli e rapidi, in cui piccoli team cooperano per ricerche avanzate senza compilare bandi europei o dover coinvolgere decine di attori istituzionali.
Le opportunità per l’Italia
Siamo il paese dell’artigianato e dei prodotti di altissima qualità (le Ferrari, i mobili, la pelletteria, l’alta moda): la possibilità di coniugare know how, gusto e passione alle nuove tecnologie ci offre un vantaggio competitivo enorme, si tratta “solo” di rivitalizzare e aggiornare una cultura millenaria.
L’impatto sul territorio e sull’innovazione che è possibile aspettarsi può essere misurato sia in termini di innovazione pura (numero di brevetti), sia come aumento del “capitale umano” e delle competenze STEM (science, technology, engineering, math) presenti nel territorio.
In un paese che, come il nostro, soffre storicamente un calo nelle lauree tecnico-scientifiche e ora di un calo nei docenti di scuole medie e superiori competenti in queste discipline, luoghi come i fablab potrebbero indirizzare a percorsi lavorativamente più proficui molte persone, più dei semplici incentivi monetari ora in uso. Questo perché si impara più facilmente quando ci si diverte, quando si pratica sul terreno, quando non ci sono esami e libri da studiare a memoria.
I Fablab sono luoghi che la nostra generazione può gestire senza problemi, luoghi che soddisfano due esigenze centrali per il paese: il lavoro e la ricerca.
Difficoltà
In Italia fare squadra è molto difficile, e la squadra nei fablab è tutto: capiremo nel corso della nostra esperienza nata su questo gruppo Facebook se è possibile trovare delle soluzioni a questo deficit culturale. Un secondo deficit consiste nella paura di condividere idee, temendo che ci possano venir sottratte. Non è facile trasmettere il messaggio che l’idea è solo un punto di partenza, e che la differenza sta tutta nella sua realizzazione: solo chi lo sperimenta in prima persona può accorgersi di questa piccola verità.
Certamente un luogo come un Fablab permetterebbe di offrire maggiori cautele, perché potrebbe avere la scala per dotarsi di un minimo di assistenza legale.
Il business-model dei Fablab, ancora tutto da inventare, ma di questo ci occuperemo in un prossimo post.
(In collaborazione con Stefano Marangoni e Marco Bocola)





































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