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L’Italia sarà una Repubblica fondata sui Fablab

di Andrea Danielli · 6 Comments · in Economia ed innovazione · 13 settembre 2011

Su LSDP  abbiamo iniziato da tempo un percorso di avvicinamento al mondo dell’artigianato e con questo articolo intendiamo dare un altro contributo. D’altronde è difficile rimanere passivi di fronte all’enorme quantità di laureati che si scontrano con lavori squalificanti e poco soddisfacenti. E’ un dramma generazionale che richiede soluzioni completamente innovative e di rottura. Una di queste potrebbe consistere nella proliferazione dei fablab.

I fablab sono degli spazi in cui tutti possono (co)progettare e realizzare i loro oggetti, esattamente come li vogliono.  Il calo nei prezzi di stampanti 3D, laser cutter, frese digitali, kit di microelettronica, rende tali strumenti alla portata di gruppi auto-organizzati di smanettoni, hobbysti, semplici curiosi attirati dalla filosofia DIY (Do It Yourself).

Il movimento della personal fabrication è figlio dell’industria, da cui ha preso la precisione e la riproducibilità dei prodotti, nipote dell’artigianato, da cui ha preso la progettazione su misura, fratello dell’opensource con cui condivide la filosofia di scambiarsi progetti liberamente.

Infatti per molti versi  il fenomeno dei FabLab sembra ripercorrere la strada segnata ormai più di dieci anni fa dal movimento Open Source e Free Software, portandone i principi e la filosofia nel mondo reale degli oggetti.

Esattamente come per gli sviluppatori Open Source, anche per chi frequenta i FabLab la parola d’ordine è infatti “condivisione”. Il paragone non è affatto azzardato: ogni oggetto fabbricato digitalmente ha l’equivalente di un “codice sorgente” che permette di modificarlo e riprodurlo infinite volte. In questo modo gli oggetti possono essere pensati utilizzando le stesse categorie concettuali che usiamo per la conoscenza in senso stretto, quella scritta e formalizzata nei testi: non è un caso infatti che i FabLab vengano spesso paragonati alle biblioteche.

Se il successo e la portata innovativa della cultura open nel mondo dell’informatica è ormai innegabile e sotto gli occhi di tutti, nel mondo della produzione tangibile questa transizione è soltanto agli inizi. Questo non impedisce però di intravederne le conseguenze potenzialmente epocali: rendere più accessibili e aperte le conoscenze legate alla produzione potrà dare alle nuove generazioni di knowledge workers italiani occasione per tornare ad occuparsi del (o nel?) secondo settore. La possibilità di creare facilmente prototipi apre a opportunità di customizzazione simili a quelle del mondo dei servizi, allargando molto la varietà dell’offerta (e creando quindi nuova domanda). Un mondo in cui piccole unità produttive danno vita a prodotti high-tech innovativi senza bisogno di investimenti milionari ridimensiona il potere dei grandi brand e rende lo sviluppo tecnologico ancora più imprevedibile.

Un altro grande motivo di interesse è di natura epistemologica: i fablab sono aree in cui si costruisce una visione della conoscenza più realistica e meno astratta, attraverso la condivisione gratuita tra peers. I principi si imparano mettendoli in pratica, e si può scoprire la loro natura imprecisa, a tratti artificiale: la realtà raramente obbedisce alle nostre equazioni.

Forse un po’ utopisticamente, sarebbe bello rispondere al declino delle grandi accademie ingessate, colpite da elefantismo e da inefficienza gestionale, con luoghi molto più snelli e rapidi, in cui piccoli team cooperano per ricerche avanzate senza compilare bandi europei o dover coinvolgere decine di attori istituzionali.

Le opportunità per l’Italia

Siamo il paese dell’artigianato e dei prodotti di altissima qualità (le Ferrari, i mobili, la pelletteria, l’alta moda): la possibilità di coniugare know how, gusto e passione alle nuove tecnologie ci offre un vantaggio competitivo enorme, si tratta “solo” di rivitalizzare e aggiornare una cultura millenaria.

L’impatto sul territorio e sull’innovazione che è possibile aspettarsi può essere misurato sia in termini di innovazione pura (numero di brevetti), sia come aumento del “capitale umano” e delle competenze STEM (science, technology, engineering, math) presenti nel territorio.

In un paese che, come il nostro, soffre storicamente un calo nelle lauree  tecnico-scientifiche e ora di un calo nei docenti di scuole medie e superiori competenti in queste discipline, luoghi come i fablab potrebbero indirizzare a percorsi lavorativamente più proficui molte persone, più dei semplici incentivi monetari ora in uso. Questo perché si impara più facilmente quando ci si diverte, quando si pratica sul terreno, quando non ci sono esami e libri da studiare a memoria.

I Fablab sono luoghi che la nostra generazione può gestire senza problemi, luoghi che soddisfano due esigenze centrali per il paese: il lavoro e la ricerca.

Difficoltà

In Italia fare squadra è molto difficile, e la squadra nei fablab è tutto: capiremo nel corso della nostra esperienza nata su questo gruppo Facebook se è possibile trovare delle soluzioni a questo deficit culturale. Un secondo deficit consiste nella paura di condividere idee, temendo che ci possano venir sottratte. Non è facile trasmettere il messaggio che l’idea è solo un punto di partenza, e che la differenza sta tutta nella sua realizzazione: solo chi lo sperimenta in prima persona può accorgersi di questa piccola verità.

Certamente un luogo come un Fablab permetterebbe di offrire maggiori cautele, perché potrebbe avere la scala per dotarsi di un minimo di assistenza legale.

Il business-model dei Fablab, ancora tutto da inventare, ma di questo ci occuperemo in un prossimo post.

(In collaborazione con Stefano Marangoni e Marco Bocola)

Tagged with: artigianato • fablab • Industria • Italia • lavoro • made in Italy • open source 
Andrea Danielli
Autore

Andrea Danielli

Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.

Blog Article Facebook
  • andrea danielli

    Ringrazio Stefano Marangoni e Marco Bocola che mi hanno aiutato nella stesura del pezzo. Presto un secondo articolo sui modelli di sostenibilità economica e case studies.

  • http://www.frankensteingarage.it Paolo

    E’ un articolo illuminante. In Italia, la patria degli inventori, di FabLab neppure l’ombra! Per fortuna recentemente sono partite delle iniziative (per esempio a Torino). A Milano ci stiamo provando da zero con il FrankensteinGarage (http://www.frankensteingarage.it). Sempre a Milano, da circa un anno è attivo Vectorealism.

  • Fiorenzo

    “laureati che si scontrano con lavori squalificanti e poco soddisfacenti”
    COME SARBBE SQUALIFICANTI? NE HO LA NAUSEA DI SENTIRE VENDITORI DI FUMO. QUESTA CRISI NON VIENE DEL TUTTO DA NUOCERE CI FA CAPIRE CHE TROPPI HANNO LA PUZZA SOTTO IL NASO. SE I LAVORI COSIDETTI QUALIFICATI NON SANNO REAGIRE A QUELLO CHE IL MERCATO REALE RICHIEDE E’ INUTILE INNONDARE IL MERCATO DEL LAVORO CON PERSONE L’AUREATE SI MA INUTILI PER LA COMUNITA’.

  • http://www.rolanddg.it Giovanni Re

    Settimana scorsa, a New York durante il Maker Faire, discutevamo con Massimo Banzi di Arduino dell’esigenza di creare dei Mini o Micro FabLab sparpagliati nel territorio. Io lavoro in Roland, uno dei fornitori di tecnologia sin dal primo FabLab concepito al MIT. Da parte nostra c’è voglia di ampliare e diffondere questa cultura. Abbiamo creato una community “Artigiani Tecnologici” dove discutiamo di artigianato e tecnologia. Tanti vorrebbero iniziare ma non sanno come e cosa fare. Il nostro impegno è essere in prima linea verso la cultura del “fare”.

  • Andrea Danielli

    @ Fiorenzo: non capisco molto il tuo commento. Io intendo per lavori squalificanti le professioni che traducono la fabbrica nel terziario, per esempio i call center. Ci ho lavorato, e non è stata una bella esperienza. Molte professioni nei servizi hanno un livello di standardizzazione che provoca forte alienazione (come analizzato da Stefano Micelli in Futuro Artigiano parlando del caso di Matthew Crawford). Concordo che sia inutile inondare il mercato di laureati inutili, e infatti auspico che i fablab spingano i giovani verso percorsi più fecondi.
    Il senso del mio articolo credo vada in un’altra direzione: recuperare la passione per l’artigianato, per un lavoro creativo capace di dare vita a un’esperienza di vita formativa.

    @ Roberto: benvenuto nel gruppo su Facebook! Con diversi componenti pensiamo che la diffusione di piccoli laboratori basati su Arduino sia un obiettivo alla nostra portata. Credo inoltre che si debba lavorare da subito per crescere i futuri makers: per questo sto dando vita a un progetto pensato per le scuole superiori (istituti tecnici in primis).
    La filosofia di Roland è magnifica. E’ un case study davvero notevole: credo che il supporto delle grandi aziende sia fondamentale per dare il sostegno iniziale ai fablab, cercare degli sponsor mi sembra una strategia obbligata per qualunque progetto di diffusione di micro laboratori.

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