Come sosteniamo da tempo, nel nostro Paese andrebbe fatta una battaglia non solo per la libertà dell’informazione, ma anche per la sua qualità. Facciamo un giochino per farvi capire meglio. Cosa è rilevante e cosa non lo è nell’agenda dei media nostrani? Per il giornalismo italiano di norma sono rilevanti le valanghe di intercettazioni giudiziarie che da qualche anno inondano le cronache quotidiane. La notizia del soccorso cinese per il rifinanziamento del nostro debito pubblico e delle relative missioni bilaterali della scorsa settimana tra esponenti delle istituzioni cinesi e italiane lo è molto meno, se quello che è subito diventato il fatto del giorno ci è stato comunicato solo nella tarda serata di ieri per mano della stampa straniera. E’ ovvio invece che nella realtà il secondo fatto abbia conseguenze molto più grandi, epocali e rilevanti delle vicende giudiziarie raccontate dalle intercettazioni. Perché però non trova la stessa attenzione?
Altro esempio. Stamattina Alessandro Gilioli, il giornalista/blogger più seguito del web italico, ha fatto prontamente le pulci a Tremonti ripescando le sue posizioni protezionistiche contro l’invasione cinese espresse nel 2005. Si tratta di un metodo archivistico (una sorta di contrappasso della dichiarazia dei politici) che il giornalismo di casa nostra utilizza spesso come arma di delegittimazione, suggerendo l’idea dei politici banderuole pronti sempre a mettere in discussione le proprie idee in nome della convenienza tattica. Nella battaglia anti-cinese Tremonti non fu il solo, agì compatto con lui tutto il centro-destra, Lega in testa, e buona parte del mondo industriale italiano, soprattutto il mondo dei piccoli. Dobbiamo incolparlo di questo e del suo attuale cambio di strategia, e discuterci sopra per giorni?
La situazione del nostro Paese è così grave che stare a rinfacciarci le cose a vicenda è la migliore garanzia della nostra morte. E’ ovvio che Romano Prodi abbia capito il ruolo della Cina nel mondo con maggiore lungimiranza di Tremonti, che sul tema ha semplicemente cambiato idea, come accade a volte nella vita, anche ai politici che rivendicano di avere una grande visione del mondo. Esiste una dinamica dei rapporti di forza che condiziona necessariamente le strategie ed i discorsi, e quindi li contestualizza, ed è ovvio che oggi noi italiani non siamo in una posizione di forza tale da poter reclamare misure protezionistiche contro la Cina, come accade anche agli altri paesi europei e soprattutto agli Stati Uniti. Purtroppo non possiamo bypassare il processo democratico e nominare Prodi amministratore straordinario dell’Italia per tre anni, con tanto di inchini e genuflessioni da parte di tutto il centrosinistra, come nell’insuperabile video di Guzzanti su “Le stagioni di Prodi”. Però, se uno pensa che per questo i cinesi ce l’abbiano con Tremonti (il cui indebolimento è senz’altro stato un fattore del deterioramento ulteriore della credibilità italiana sui mercati internazionali), o gli stiano a rinfacciare incontri europei di sei anni fa con comunicati e virgolettati, si sbaglia. I cinesi non perdono tempo. Chi ha una visione pragmatica del mondo non perde tempo con queste sciocchezze, questa è gente che mentre protestava per l’assegnazione da parte dei norvegesi del premio Nobel a Liu Xiaobo ha perfezionato un affare di due miliardi con i suddetti norvegesi. Il “giornalismo” oggi avrebbe il ruolo di spiegare che cos’è CIC, che cos’è SAFE, intervistare Alberto Forchielli per capire quanto sia realmente il debito italiano in mano alla Cina (4 o 13%), parlare degli investimenti della Huawei in Italia e cose simili. Sono tutte cose di cui, en passant, LSDP si occupa da tre anni.
Invece di conficcare lo sguardo nel passato, faremmo bene a direzionarlo con forza nel presente. Non c’è solo la rifinanziabilità del debito, questione pur decisiva. Per dirne una, i soldi cinesi possono aiutare eccome gli investimenti sulle infrastrutture, condizionando in modo significativo il nostro deficit di decisionalità strategica, soprattutto al Sud. Ma i cinesi appunto sono pragmatici, non hanno investito nel porto di Taranto perchè localmente non si sono manifestate le condizioni attese, a differenza di quanto ha fatto la compagnia cinese Cosco ad Atene, ed ora rischia di accadere lo stesso per l’idea ventilata di un hub infrastrutturale in Sicilia.
Veniamo alle conclusioni. Il governo italiano è preparato alla gestione di questo delicato “dossier-Cina”, considerando anche, come mostra il caso polacco, che non tutto quello che è soccorso cinese è oro che luccica e sinonimo di efficienza? C’è da dubitarne fortemente. Le nostre classi dirigenti sono preparate alla gestione di questo dossier? Forse negli uffici della Cassa Depositi e Prestiti sì, speriamo anche dalle parti di Confindustria. E i nostri giornalisti, sono preparati a fare il loro compito di critica e sorveglianza sull’esecuzione di questo dossier? Qui, salvo le eccezioni che sempre citiamo, ci conviene piuttosto sperare nella disponibilità della stampa straniera.



































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