Non potevamo non dedicare un’analisi alla giornata odierna del 15 ottobre. Mantenendo fede al realismo, ecco le nostre considerazioni sul valore e i limiti della nuova ondata di movimentismo globale.

Partiamo dai manifestanti americani di #OccupyWallStreet, perché con le loro azioni di queste settimane hanno dato la curvatura decisiva alla giornata odierna, ben più degli indignados spagnoli che pure hanno il merito di aver creato un benchmark globale. Sono infatti loro ad aver spostato la lotta sul terreno della critica alla finanza globale, riaprendo il “processo ai colpevoli della crisi”,che, come ricorda in questo articolo sul Guardian uno dei principali teorici americani del movimento, l’antropologo David Graeber, era stato richiuso troppo in fretta. Per capire la centralità americana basti considerare che tutti i principali commentatori politici a stelle e strisce in queste settimane hanno dedicato la loro attenzione al movimento, da Michael Lind a Niall Ferguson. Questo movimento ha anche due derivazioni storiche che vanno ricordate: i no global nati a Seattle nel 1999, per la critica alle istituzioni economiche sovranazionali (allora WTO, FMI e Banca Mondiale, oggi grandi banche, hedge fund e BCE) e il movimento contro la guerra in Iraq, per la capacità di mobilitare persone in ogni angolo del pianeta, con una capacità di contagio incredibile.

Veniamo al punto principale. Il valore politico principale dei movimenti di massa (oggi di sinistra, ma agli inizi del Novecento furono di destra) non sta nella congruità delle proposte programmatiche. Criticarli su questo terreno è sin troppo facile. I movimenti non sono partiti, non sono think tank, non sono dipartimenti di ricerca accademici, sono aggregati magmatici, plurali, fatti di tante voci spesso tra loro contraddittorie. Non sono fatti per durare. Esplodono, irrompono, spariscono nel giro di pochi mesi. In questo breve arco temporale il loro elemento costitutivo sta piuttosto nella capacità di mobilitare persone attorno a delle idee di fondo, di aggregare gente nelle piazze e nelle strade, di generare “network power” su scala globale. Per adempiere a questi scopi occorre un elemento insostituibile, il mito politico. Il vero terreno di espressione dei grandi movimenti di massa è quello dei simboli e delle estetiche, non quello delle proposte tecniche (aspetto invece che riguarda i movimentismi locali della galassia Nimby). E’ attraverso i simboli che porti all’attenzione pubblica dei temi di fondo. E’ con i simboli che costruisci quello che un tempo si sarebbe chiamato l’assalto al cielo. Ecco, l’assalto al cielo nel caso degli indignados contemporanei è fatto di cose grandi: occupare Wall Street, abolire il Fondo Monetario Internazionale, abolire la BCE, abolire la povertà, abolire la proprietà privata, abolire le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza dei miliardari.

Certo, poi uno studia da vicino come è fatto il mondo globale, e rimane “annientato” dalla complessità. Oggi l’economia-mondo non è soltanto il flusso internazionale del denaro, i CDS, gli hedge fund, i fondi pensione, che sono certamente questioni rilevanti. E non hanno un padrone ben definito. C’è anche il nazionalismo energetico, il modello brasiliano, il modello turco, il modello cinese, il modello indiano, il modello coreano, le evoluzioni della guerra del talento, la geopolitica delle risorse alimentari, la nuova catena globale del valore, paesi che non contavano nulla e ora vogliono contare, le interdipendenze delle politiche monetarie che creano lo squilibrio paesi creditori/paesi debitori, tutte cose con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti. Non è possibile che tu stai a dire, con tutto questo, che c’è il FMI pronto a ucciderti, o la BCE, o Mario Draghi. E’ tutto molto molto complicato, e la logica del movimento difficilmente può avere l’umiltà per riconoscerlo, perché come abbiamo detto hai bisogno di un’ideologia forte per gasarti.

La sostanza che dobbiamo vedere nel movimentismo è quindi un’altra. Il contenuto vero della mobilitazione odierna su cui va puntata l’attenzione è quello esistenziale, cioè l’esporre in maniera forte e visibile il fatto che le giovani generazioni al tempo della crisi – la “generazione perduta” di cui abbiamo parlato anche ieri – sono fregate sotto molti punti di vista, a partire dalle possibilità economiche. Le condizioni della crisi sono condizioni materiali, il lavoro, la casa, la salute, la possibilità di fare figli e costruire una famiglia. Se ascoltate le testimonianze dei giovani manifestanti troverete questo fondo ripetuto ed enfatizzato all’infinito. Quello che colpisce è come il divario di opportunità generazionali e di aspettative sia un fattore condiviso tra Europa e Stati Uniti, con la parziale eccezione dei paesi del Nord Europa (e se uno guarda i dati sulla disoccupazione giovanile di Olanda e Germania capisce il perché). Nell’articolo sul Guardian prima ricordato David Graeber, con un po’ di lirismo, ha scritto così:

“Most, I found, were of working-class or otherwise modest backgrounds, kids who did exactly what they were told they should: studied, got into college, and are now not just being punished for it, but humiliated – faced with a life of being treated as deadbeats, moral reprobates.”

Il movimento deve imporre questa condizione esistenziale all’attenzione pubblica. Il suo compito politico però si esaurisce qui. Non saranno i manifestanti accampati in tenda ad assumere le decisioni che modificheranno i tratti negativi del capitalismo finanziario. Ogni movimento presenta infatti uno scarto incolmabile tra radicalità delle istanze proposte e capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel febbraio del 2003 il New York Times scrisse del movimento “no war” come di una superpotenza globale. Non era vero, la guerra si è fatta ugualmente, alla prova dei fatti il movimento non era una superpotenza. La politica nel suo aspetto quotidiano è fatta di rapporti di forza, e i rapporti di forza non li aggiri con inganni, mitologie e assalti al cielo. Scommettiamo che lunedì le banche riapriranno, e il lunedì dopo ancora, e quello dopo pure? Smontare alla radice le istituzioni del capitalismo attraverso le manifestazioni di piazza è puro delirio di onnipotenza privo d’effettualità. Anche se i movimentisti nel loro ottimismo della volontà continueranno a pensarla diversamente su questo punto.

Qui però entra in campo la responsabilità dei decisori, politici ed economici, e in seconda battuta degli esperti e degli opinionisti. Sono loro che da questo terreno dovranno elaborare risposte e soluzioni concrete. Non devono limitarsi a guardare chi va in piazza, o peggio a snobbare quello che sta accadendo. Non c’è più tempo per la sottovalutazione, ci sarà sempre meno tempo per la sottovalutazione. Prendiamo il caso europeo. La nazione creditrice per eccellenza – la Germania – non può affondare a colpi di austerità le nazioni debitrici solo per salvare le sue banche e per assecondare gli umori del suo elettorato contrario alla “Transfer-Union”. Si innescherebbe un circolo vizioso che trascinerebbe a fondo anche la stessa Germania. La ristrutturazione del debito ha il nome degli eurobond, o, nello scenario di disintegrazione dell’euro, del ritorno ancora tutto da decifrare alle monete nazionali e alle svalutazioni competitive. Ancora, il problema della disoccupazione giovanile andrà affrontato prima o poi, perché se non affrontato si tradurrà in dinamiche conflittuali esplosive.

Chi agirà? Chi ne beneficierà? Obama negli Stati Uniti? Le sinistre in Europa? Nuovi attori politici? Oppure tra qualche mese tutto ritornerà nella norma? La pressione dei movimenti su queste domande misurerà il loro successo (o il loro insuccesso).

Per ultimo abbiamo lasciato l’Italia. Noi non ci siamo mai occupati su LSDP di popolo viola, Onda, No Tav. Non li abbiamo ritenuti, secondo noi a ragione, degli attori così rilevanti per le prospettive dell’Italia. Stavolta siamo di fronte ad un possibile salto di qualità, per l’innesco globale ricordato all’inizio. Certo, molti protagonisti del 15 ottobre italiani sono movimentisti di professione. Certo, le tv e i giornali intervisteranno i soliti leader cresciutelli figli del post-marxismo filosofico negriano. Fermarsi a questi aspetti è però fortemente riduttivo. Per l’Italia tutte le cose che abbiamo detto sulla condizione dei giovani valgono raddoppiate di segno, per i giovani del Sud possiamo anche triplicare. Non sarà certo un po’ di protagonismo giovanile nelle piazze ad affondare la nostra nave, anche se come ha ricordato su LSDP il nostro Andrea Danielli c’è modo e modo di esprimere questo protagonismo. Speriamo solo che la giornata di oggi non si traduca nel linguaggio dell’ordine pubblico e della sicurezza. Solitamente le grandi manifestazioni romane, quelle da centomila persone in su, non hanno mai creato problemi particolari. Speriamo accada così anche stavolta, speriamo che la polizia agisca con buon senso e non con la faccia feroce e antidemocratica delle giornate del G8 di Genova. E voi ragazzi non fate cazzate, che come ben sapeva Machiavelli le violenze di popolo sono sempre un’arma a disposizione del potere per rafforzare attraverso la repressione la propria legittimità, nei momenti di crisi della legittimità stessa.

E adesso, buon 15 ottobre a tutti.

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