Esco dal lavoro per prendere un caffè e trovo due camionette dei carabinieri a presidiare l’ingresso. Fa strano passare nel giro di pochi anni da teppistello di periferia a nemico giurato del popolo, difensore delle banche e della finanza che necessita l’intervento dei tutori dell’ordine per proteggere la propria incolumità.
Avrei voluto incontrare gli Indignados, ascoltare le loro ragioni, perché non capisco cosa centri la Banca d’Italia con la crisi attuale. Per chi non lo sapesse, Bankitalia è un’istituzione di vigilanza che, per farla breve, controlla i comportamenti degli intermediari finanziari, le relazioni con la clientela, la robustezza patrimoniale delle banche: dovrebbe evitare che le banche falliscano o truffino la propria clientela. Non si occupa di finanza (vigilata dalla Consob) e non decide di emettere debito pubblico, decisione che spetta al Ministero dell’Economia e delle Finanze; si limita ad assistere nel collocamento il MEF, offrendo una piattaforma per gestire le aste competitive.
Volevo incontrare gli Indignados per sfogare tutta la mia delusione: ci sono davvero cose che non vanno, e se la prendono col bersaglio sbagliato, facendo così l’ennesimo favore a chi sta davvero guadagnando con la crisi, e a chi l’ha provocata.
Ho già visto, esattamente dieci anni fa, lo stesso curioso fenomeno. Si chiamavano No Global all’epoca, criticavano globalizzazione, multinazionali, povertà nei paesi in via di sviluppo. Collegavano fenomeni molto complessi, riuscendo a derivare causalità lineari: un miracolo epistemologico.
Oggi i loro emuli criticano la finanza, le grandi banche d’affari. Stessa critica confusa e stessi bersagli giganteschi. La complessità della realtà sfugge completamente agli slogan, le forme di protesta sono più spettacolari, e i social network portano in piazza più facilmente la gente.Ma le idee faticano ancora ad affiorare.
A chi dice che questa protesta è salutare, che è meglio una rivoluzione poco chiara della passività, rispondo che sbagliare proteste e bersagli può facilmente causare la fine di tutto, come fu dopo Genova. Proprio chi ha cuore il cambiamento vero, sa che mai come ora occorre il sangue freddo. Capiamo cosa non va, approntiamo delle soluzioni comuni. Facciamo politica insomma.
Tutti gli intellettuali che condividono le proteste di questi giorni mi sanno di facile accondiscendenza, di ricerca del consenso a buon prezzo. Sta a noi giovani rompere definitivamente con il passato, intraprendendo un dialogo con chi protesta avendo il coraggio di andare contro le loro opinioni, senza fare sconti. Si abbia la forza di dire che le loro argomentazioni sono semplici e fallaci, che bisogna combattere l’ignoranza dei temi economico-finanziari così diffusa in questo paese: se si vuole cambiare, occorre prima di tutto conoscere.
Dovremmo spiegare perché il debito pubblico di per sé non è un male, e che le sue cause sono per lo più politiche, non finanziarie. Dovremmo spiegare che la finanza non è tutta Satana, che se le banche fallissero scomparirebbe l’economia come la conosciamo. L’austerità è al momento l’unica scelta: oltre alla crescita, certo, ma quella si fa lavorando 14 ore al giorno, non andando in piazza.
Se si vuole protestare, conviene focalizzare le proteste: concentriamoci su poche idee, rendiamole concrete, raccogliamo firme per proposte di legge da presentare in Parlamento. Può essere corretto combattere l’azzardo morale, lavoriamo allora per un salary cap. Aumentiamo la trasparenza dei derivati (in particolare quelli over the counter), diminuiamo le rendite (mobiliari e immobiliari), diamoci da fare per una ricchezza diffusa tra tutti gli strati della popolazione.
Chi rifiuta in toto il sistema capitalistico fatica a pensare che un suo crollo provocherebbe un impoverimento gigantesco, e che la povertà porterebbe a ulteriori tagli nel welfare, e, a livelli gravi, a instabilità politica dagli esiti incerti – un eufemismo, visto che storicamente vincono sempre i più forti.
Siamo di fronte al primo esempio di rivoluzione 2.0 nei paesi occidentali, e aumentano le mie perplessità sulla sua efficacia. L’impersonalità dei mezzi usati non favorisce una dialettica interna: sui gruppi in rete si vedono pochi confronti, molti “like”, tante affermazioni perentorie. L’essere parte di un gruppo nutrito sembra già sufficiente a molti per sentirsi protagonisti di un cambiamento, pazienza se la comunità virtuale mette a dura prova la libertà di pensiero (d’altronde il narcisismo ha nel “like” la sua forma più semplice di soddisfazione). La mia sensazione è che la tecnologia renda meno evidente il bisogno di un vero cambio culturale: più che di Facebook abbiamo bisogno di teste nuove, capaci di pensare liberamente, prive di schemi rigidi e preconcetti.





































Andrea Danielli
Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.