Rimango convinto che, nonostante le evidenti forzature e le notevoli manipolazioni del momento, l’intervento in Libia sia stato opportuno.
Chiaro che non stiamo parlando del migliore dei mondi possibili, né d’una situazione ideale: ma conoscendo il personaggio Gheddafi, non credo che fosse immaginabile permettergli di mantenersi al potere, facendo crollare d’un colpo tutte le speranze dell’incerta primavera araba: la Libia, situata proprio tra la Tunisia e Egitto, non poteva vedere l’immobilismo trionfare. Per quanto raccapezzati che fossero, bisognava dare una mano ai ribelli.
Se no, cosa avremmo imparato dalla Bosnia e dal Rwanda? E non è triste assistere alle repressioni siriane, senza che sia possibile appoggiare una resistenza senza volto né forma, ma che viene repressa nel sangue?
Gheddafi è stato un catastrofico tiranno, che in quarant’anni ha sciupato le ingenti risorse del suo paese, di cui avrebbe potuto fare un paradiso, nel peggiore dei modi possibili, esportando molto male anche nel resto del mondo, soprattutto in Africa. Ciò nonostante, le scene viste ieri, che ricordano quelle della cattura dell’altrettanto catastrofico Saddam Hussein, e l’esultanza da cowboy imperanti anche in questa occasione sulle TV americane, sono intollerabili. Era un personaggio finito, ma è chiaro che a tantissimi che l’hanno riverito sino a sei mesi fa, per poi in alcuni casi combatterlo, fa comodo morto: un processo a Gheddafi sarebbe stato uno show senza pari, ma non tutti l’avrebbero trovato divertente…
È stato un voltafaccia giusto da farsi in quel momento, ma che non rende migliori coloro che hanno sostenuto la guerra: mai come in quest’occasione, ben pochi ne escono intatti. Molto meglio evitare i trionfalismi.
Rimangono in piedi molte delle incertezze libiche, anche se non più quella sul futuro del regime verde. Il CNT è pieno di ex-gheddafisti, compreso l’attuale presidente provvisorio Abdul Jalil, che ebbe comunque il coraggio d’opporsi a Gheddafi già qualche anno fa, ma forse non è un male (ricordate l’Iraq e lo smantellamento del Baath e dell’esercito iracheno?).
Del resto, anche in Tunisia e Egitto il futuro è incerto: la primavera araba non è la fine d’un processo, ma ne è solo l’inizio. In questo senso, rimangono molte incognite in Libia, ma di certo il crollo del regime della Jamahiriya apre prospettive incoraggianti, e in Africa viene meno un notevole fattore di destabilizzazione.





































Stefano Gatto
Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.