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gheddafi

Sull’uccisione di Gheddafi

di Stefano Gatto · 13 Comments · in Med-Arab, Politica globale · 21 ottobre 2011

Rimango convinto che, nonostante le evidenti forzature e le notevoli manipolazioni del momento, l’intervento in Libia sia stato opportuno.

Chiaro che non stiamo parlando del migliore dei mondi possibili, né d’una situazione ideale: ma conoscendo il personaggio Gheddafi, non credo che fosse immaginabile permettergli di mantenersi al potere, facendo crollare d’un colpo tutte le speranze dell’incerta primavera araba: la Libia, situata proprio tra la Tunisia e Egitto, non poteva vedere l’immobilismo trionfare. Per quanto raccapezzati che fossero, bisognava dare una mano ai ribelli.

Se no, cosa avremmo imparato dalla Bosnia e dal Rwanda? E non è triste assistere alle repressioni siriane, senza che sia possibile appoggiare una resistenza senza volto né forma, ma che viene repressa nel sangue?

Gheddafi è stato un catastrofico tiranno, che in quarant’anni ha sciupato le ingenti risorse del suo paese, di cui avrebbe potuto fare un paradiso, nel peggiore dei modi possibili, esportando molto male anche nel resto del mondo, soprattutto in Africa. Ciò nonostante, le scene viste ieri, che ricordano quelle della cattura dell’altrettanto catastrofico Saddam Hussein, e l’esultanza da cowboy imperanti anche in questa occasione sulle TV americane, sono intollerabili. Era un personaggio finito, ma è chiaro che a tantissimi che l’hanno riverito sino a sei mesi fa, per poi in alcuni casi combatterlo, fa comodo morto: un processo a Gheddafi sarebbe stato uno show senza pari, ma non tutti l’avrebbero trovato divertente…

È stato un voltafaccia giusto da farsi in quel momento, ma che non rende migliori coloro che hanno sostenuto la guerra: mai come in quest’occasione, ben pochi ne escono intatti. Molto meglio evitare i trionfalismi.

Rimangono in piedi molte delle incertezze libiche, anche se non più quella sul futuro del regime verde. Il CNT è pieno di ex-gheddafisti, compreso l’attuale presidente provvisorio Abdul Jalil, che ebbe comunque il coraggio d’opporsi a Gheddafi già qualche anno fa, ma forse non è un male (ricordate l’Iraq e lo smantellamento del Baath e dell’esercito iracheno?).

Del resto, anche in Tunisia e Egitto il futuro è incerto: la primavera araba non è la fine d’un processo, ma ne è solo l’inizio. In questo senso, rimangono molte incognite in Libia, ma di certo il crollo del regime della Jamahiriya apre prospettive incoraggianti, e in Africa viene meno un notevole fattore di destabilizzazione.

Tagged with: Gheddafi • Libia • primavera araba 
Stefano Gatto
Autore

Stefano Gatto

Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.

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  • gemini24

    Vedo che la visione imperiale non difetta di sostenitori. Mi pare che lei non conosca il personaggio Gheddafi e ancor meno i suoi oppositori, più che altro mercenari e cialtroni. Quelli del CNT, tra l’altro, sono i meno rappresentativi e avranno bisogno delle armi imperiali per sopravvivere. Il sostegno popolare a Gheddafi era evidente. E’ stato punito per la sua adesione al tentativo di creare un asse con Italia e Russia; per non aver aderito al liberismo imposto, ilche significava la consegna dell’economia libica a Stati Uniti e Francia; per aver cercato di creare un fronte indipendentista e di sviluppo in Africa. Le ricordo che in Libia è sparita una intera cittadina di neri nell’omertà generale. Continuiamo a fare i paggetti degli interessi altrui e vedremo che bella fine farà l’Italia e la democrazia

  • Giovanni Punzo

    Caro Stefano, condivido in pieno, soprattutto sui timori di un futuro incerto, ma meno lo stupore per le immagini ‘intollerabili’ della fine. Con questo non voglio dire che le stesse immagini siano al contrario ‘auspicabili’, ma cerco solo di fare un ragionamento che parte da lontano.
    Il pensiero greco è ancora alla base del nostro mondo occidentale e il dramma di Antigone si basa proprio sul corpo del proscritto, oltre che sul conflitto tra le leggi del genos e quelle dalla polis. Da una parte simpatizziamo d’istinto per Antigone che chiede sepoltura per le spoglie del fratello, ma dall’altra comprendiamo razionalmente le ragioni di Creonte che oggi forse non giustificheremmo, ma che deve rafforzare il proprio potere.
    In Libia si è appena conclusa la prima fase di una guerra civile violenta e ‘impari’ (nel senso che da una parte c’è stato qualche ‘aiutino’) e le guerre civili si concludono quasi sempre così: alla parte che vince non è solo necessario dire di aver vinto, ma deve rappresentarlo con una immagine forte e inequivocabile. Del resto è proprio la spettacolarizzazione della morte a distinguere le guerre ‘civili’ dalle altre: un esercito regolare raramente pratica il vilipendio dei corpi dei caduti avversari, proprio perché ai combattenti di ogni parte è riconosciuto uno status comune nelle guerre ‘normali’.
    Nel mondo latino Lucano (Bellum civile) lo dice chiaro e tondo: «hic stabit civilibus exitus armis» (questa sarà la conclusione delle guerre civili). Anche Dante ci ricorda la fine dei nemici ‘demonizzati’ quando parla della sepoltura di Manfredi e delle sue ossa ricoperte da pochi sassi, ma non sepolte (Or le bagna la pioggia e move il vento, Purg.III).
    Insomma, per quanto triste sia il fatto, credo sia comprensibile, umano nella sua disumanità.
    GP

  • http://stefanogatto.eu Stefano Gatto

    Gemini, la mia visione non mi sembra imperiale. L’articolo, pur nella sua brevità, non evita di accennare alle molte contraddizioni insite nell’intervento in Libia, che sicuramente non è stata una situazione ideale. Esisteva un sostegno a Gheddafi in Tripolitania, sempre favorita dal suo regime, molto meno in Cirenaica. E comunque, quarant’anni di dittatura repressiva non possono certo essere considerati il modo migliore per far esprimere tale consenso popolare. Il CNT è tutt’altro che un manipolo di eroi, e le incertezze che restano aperte sono molte, ma la stagione di Gheddafi era finita comunque, dato che nella regione le cose si sono mosse parecchio negli ultimi mesi. Il ruolo di Gheddafi in Africa a me non è mai sembrato positivo, anzi il “re dei re d’Africa” ha fatto di tutto per appoggiare i dittatori ovunque e frustrare lo sviluppo della democrazia nel continente. Per quanto rigurda il suo lascito in Libia, si è ovviamente liberi di pensare che il suo bilancio di quarant’anni sia positivo: secondo me, con quelle risorse a disposizione avrebbe potuto fare molto ma molto di meglio.

  • http://stefanogatto.eu Stefano Gatto

    Giovanni, le guerre civili sono le più crudeli, da sempre. Non mi sono mai aspettato che Gheddafi finisse in un altro modo, men che meno che finisse sotto processo, ma dico solo che l’esibizione di quelle immagini e i toni che in certi ambienti si usano per celebrare la fine cruenta di alcuni dittatori non mi sembrano opportuni. Ho i miei dubbi anche sul tifo da stadio nelle strade Usa dopo la morte di Bin Laden. Mi sembra più logico associare alla morte atteggiamenti composti.

  • gemini24

    “non credo che fosse immaginabile permettergli di mantenersi al potere, facendo crollare d’un colpo tutte le speranze dell’incerta primavera araba”. Chi deve permettere o vietare. La democrazia, per contare, deve essere voluta e conquistata dalla popolazione e a volte non è sufficiente; spesso, nei regimi postcoloniali a carattere tribale, è stato lo strumento di oppressione di alcune etnie sulle altre, come e peggio di tante dittature; Gheddafi certamente non ha utilizzato al meglio le risorse del paese,come del resto tanti paesi occidentali; ma ha fatto di quel paese il più evoluto (in termini di servizi, distribuzione del reddito,istruzione e infrastrutture) e laico in Africa e paesi arabi. In Africa ha costruito ottimi rapporti con il Sud-Africa e altri stati, costituendo in comune una banca di investimenti, un servizio di trasmissione satellitare autonomo dalle multinazionali e un programma di infrastrutture continentale con investimenti superiori agli aiuti pelosi dei paesi “civili”. L’elenco potrebbe continuare, come anche l’analisi dei fattori geopolitici che nulla hanno a che fare con la democrazia. Lo hanno, invece, ner ledere la sovranità degli stati. L’attuale ideologia di esportazione dei diritti umani, con l’aiuto magari di paesi all’avanguardia come Qatar, Arabia Saudita ed Emirati, somiglia, in peggio, all’ideologia della civilizzazione che servì nell’800 a giustificare il colonialismo; almeno, allora, si limitarono, almeno nella fase espansiva, le guerre tribali e si costruirono infrastrutture. Oggi si fomentano le prime e si distruggono le seconde, ivi compresi i civili da liberare. E’ un percorso che porterà dritto alla guerra di predominio, con l’Italia che rischierà di fare la fine dei vasi di coccio. Proprio la Bosnia dovrebbe insegnare il disvalore della giustizia a senso unico e della fomentazione delle rivalità locali da parte delle potenze. La via più comoda, di solito, è quella di affiancare il potente/dominante. Ma quando i galli cominciano ad essere numerosi, le prime vittime sono gli accomodanti-consezienti; vittime dei nemici e degli amici

  • Stefano Gatto

    Gemini, sono d’accordo con te sulla poca pertinenza del concetto d’esportazione della democrazia, effettivamente molto rischioso e passibile d’infiniti abusi. Il mio breve articolo è pieno d’allusioni ai limiti e contraddizioni dell’intervento in Libia. Ovvio che sarebbe molto meglio che la democrazia s’affermasse, in Libia e altrove, solo a grazie a forze e dinamiche pacifiche interne, ma tu sai benissimo che Gheddafi e democrazia erano due realtà del tutto incompatibili. Al punto cui si era arrivati il non intervento avrebbe significato ammettere che Gheddafi rimanesse al potere in eterno, visto che per quarant’anni ha fatto per rendere impossibile ogni alternativa politica e persino uno sviluppo minimo della società civile. Per quanto riguarda l’operato di Gheddafi in Africa, mi riferivo soprattutto all’ingerenza poltico – militare in Africa subsahariana che ha esercitato spesso in modo deleterio, intervenendo in supporto a dittatori o a movimenti ribelli in funzione dei propri interessi. Poi ha investito parecchio in diversi paesi, costituendo in effetti un’alternativa importante ai capitali europei. Per quanto riguarda il rapporto con il Sudafrica, non tutte le scelte recenti di Pretoria in Africa sono state particolarmente felici, e vari tentativi di mediazione “pasticciati” dei sudafricani hanno portato pochi risultati positivi.

  • gemini24

    Non mi pare che Gheddafi godesse del privilegio e della condanna dell’eternità; ultimamente mi pareva abbastanza invecchiato. Nel regime stava comunque maturando la possibilità di riforme, comprese quelle democratiche; solo che non corrispondevano ai disegni strategici degli Stati Uniti e alla famelicità di Sarkozy e Cameron, più che europeisti, europei atlantici. Gheddafi non ha solo investito; voleva creare, in Africa, una realtà economica decisamente più autonoma dai colonialisti vecchi e nuovi. Quanto al futuro della Libia vedremo; basteranno poche settimane e un po’ di memoria. Io in casa d’altri non ci vado a imporre regimi, tanto più che la lista dei proscritti è compilata da pochissimi altri con evidenti e scandalose omissioni, senza guardarsi in casa propria. La sinistra dovrebbe badare più all’interesse nazionale piuttosto che coprire, con il proprio cosmopolitismo, le mire imperiali altrui. Dopo quarant’anni di militanza, anche ad alto livello, nel sindacato e nel PCI-PD, mi pesa dirlo, ma così la vedo

  • Stefano Gatto

    Gemini, quarantadue anni al potere assoluto mi sembrano un periodo significativo: le riforme le stava portando avanti Seif ma sono state bloccate dall’apparato, cioè dal padre. Quello che Seif voleva fare era sviluppare l’economia senza aprire il sistema politico. Io credo e lavoro per un sistema internazionale che risponda a regole certe ma che sia anche ambizioso, senza rifugiarsi in un principio di non ingerenza di brezneviana memoria che serve sempre a proteggere situazioni poco edificanti: una dittatura, elezioni truccate, violazioni dei diritti umani o se vogliamo, lo scandaloso record nell’uso della pena di morte da parte del Texas. La non ingerenza, guarda caso, non s’invoca MAI per giustificare situazioni positive. Comunque, sono d’accordo con te che il sistema attuale è estremamente precario e più che rispondere a situazioni oggettive, esiste una forte contaminazione da interessi particolari dietro gli interventi effettuati. Pur con questa riserva, non ritengo giusto criticare la comunità internazionale in qualsiasi caso: per inazione (Bosnia, Rwanda), per azione illegittima (Kosovo), per azione legittima in termini ONU (Libia, Costa d’Avorio). La comunità internazionale sbaglia sempre e comunque.
    Credo poi assolutamente al fatto che la democrazia, pur nella versione imperfetta nella quale viviamo, sia sempre meglio di qualsiasi dittatura: il che non significa che bisogna esportarla con le armi, ma sono per definzione scettico nei confronti della propaganda di un dittatore al potere da decenni. Per avere un’idea piu’ completa di come la pensi, ti mando il riferimento a un mio articolo sulla democrazia in Africa, nella quale non tratto del Nordafrica, ma del resto del continente: http://www.ilcaffegeopolitico.net/central_content.asp?pID=697 Ciao.

  • gemini24

    ma cosa significano precarietà, comunità internazionale, regole certe.Mi pare che le regole le stabiliscano i più forti, sulla convenienza del momento. C’è modo e modo di sostenere le lotte democratiche nei vari paesi. Quello dell’intervento di altri stati mi pare la meno indicata e la più “interessata”, con il corollario che ad essere giudicati sono solo gli sconfitti. Quella in Libia mi pare una orchestrazione talmente smaccata, a cominciare dalla risoluzione ONU, da lasciare poco spazio agli errori di valutazione. Il principio di non ingerenza non è nato e pasciuto con Breznev. E’ nato con lo sviluppo dei movimenti nazionali e viene sempre messo in discussione dalle potenze con ambizioni imperiali. Altra cosa sono i trattati e le convenzioni che arrivano a regolamentare i conflitti, compresa la loro conduzione. Sono una cosa diversa dal diritto. Leggerò sicuramente l’articolo. Dai comunque una occhiata al sito su cui scrivo e a questo di un nostro prossimo collaboratore
    http://www.conflittiestrategie.it/http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/

  • gemini24

    ma cosa significano precarietà, comunità internazionale, regole certe.Mi pare che le regole le stabiliscano i più forti, sulla convenienza del momento. C’è modo e modo di sostenere le lotte democratiche nei vari paesi. Quello dell’intervento di altri stati mi pare la meno indicata e la più “interessata”, con il corollario che ad essere giudicati sono solo gli sconfitti. Quella in Libia mi pare una orchestrazione talmente smaccata, a cominciare dalla risoluzione ONU, da lasciare poco spazio agli errori di valutazione. Il principio di non ingerenza non è nato e pasciuto con Breznev. E’ nato con lo sviluppo dei movimenti nazionali e viene sempre messo in discussione dalle potenze con ambizioni imperiali. Altra cosa sono i trattati e le convenzioni che arrivano a regolamentare i conflitti, compresa la loro conduzione. Sono una cosa diversa dal diritto. Leggerò sicuramente l’articolo. Dai comunque una occhiata al sito su cui scrivo e a questo di un nostro prossimo collaboratore
    http://www.conflittiestrategie.it

    /http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/

  • gemini24

    chiedo scusa per l’errore di battitura
    ma cosa significano precarietà, comunità internazionale, regole certe.Mi pare che le regole le stabiliscano i più forti, sulla convenienza del momento. C’è modo e modo di sostenere le lotte democratiche nei vari paesi. Quello dell’intervento di altri stati mi pare la meno indicata e la più “interessata”, con il corollario che ad essere giudicati sono solo gli sconfitti. Quella in Libia mi pare una orchestrazione talmente smaccata, a cominciare dalla risoluzione ONU, da lasciare poco spazio agli errori di valutazione. Il principio di non ingerenza non è nato e pasciuto con Breznev. E’ nato con lo sviluppo dei movimenti nazionali e viene sempre messo in discussione dalle potenze con ambizioni imperiali. Altra cosa sono i trattati e le convenzioni che arrivano a regolamentare i conflitti, compresa la loro conduzione. Sono una cosa diversa dal diritto. Leggerò sicuramente l’articolo. Dai comunque una occhiata al sito su cui scrivo e a questo di un nostro prossimo collaboratore
    http://www.conflittiestrategie.it/

    http://www.realpolitik.tv/realpolitik/articles/

  • http://stefanogatto.eu stefano gatto

    Per precarietà mi riferisco al fatto che la valutazione delle condizioni per un intervento “umanitario” non sono sufficientemente chiare, e quindi la decisione pro o contro viene a dipendere troppo da interessi particolari e da possibile manipolazioni, come anche in questo caso. Questo è un grande limite. Per comunità internazionale mi riferisco a quella che esiste, i cui meccanismi di funzionamento sono molto imperfetti, ma non si riducono solo a una eterna perpetuazione dell’imperialismo o dei meri interessi economici. Non credo a tale visione dei rapporti internazionali, c’è anche altro. Sull’intervento in Libia tu vedi solo un’operazione imperialista preparata ad arte. Io non nego che ci siano state infiltrazioni e preparazioni in questo senso: in fondo ciò su cui discrepiamo è sulla legittimità dell’intervento. Il fatto che il CdS votasse in quel senso non mi sembra un fattore così marginale: se non c’è consenso al CdS l’intervento è illegale, se c’è non lo è in base al diritto vigente, anche se può sempre essere un errore, non lo nego. Io non credo, come mi sembra faccia tu, che qualsiasi intervento sia sempre negativo perchè non può riflettere altra cosa che interessi imperiali: nel 1994, un intervento militare d’interposizione americano o francese avrebbe potuto salvare molte del mezzo milione di vite perdute. Di fatto, il massacro s’arrestò quando intervenenro i francesi, un po’ tardi. Intervento umanitario o preservazione d’interessi coloniali? Un po’ entrambe le cose, ma intervenire non e’ sempre un male secondo me. Per questo per farlo parlo di regole certe. È possibile che intervenire in Libia possa non essere stata la miglior soluzione possibile, e ci siano state accelerazioni sospette, ma credo che gli errori con Gheddafi siano stati molto numerosi prima, e da parte di tutti, piuttosto che alla fine.
    Per leggere con attenzione il corposo saggio che mi hai mandato avrò bisogno d’un po’ di tempo, ma seguiro’ la vostra web. Affinchè tu non ti faccia l’idea che sia una specie d’imperialista, ti mando un altro mio intervento di qualche tempo fa: http://www.lospaziodellapolitica.com/2010/06/verita-o-menzogna-cosa-conta-di-piu-in-politica/
    Ciao.

  • gemini24

    Non vedo il mondo mosso prioritariamente dagli interessi economici. Vedo questi interessi come il carburante indispensabile, ma non unico, per la realizzazione di strategie. La politica è fatta di macchinazioni, in senso neutro; hanno probabilità di riuscita sulla base del contesto in cui operano e i contesti sono determinati in gran parte dalle masse e dalle popolazioni. Quello che non vedo è la presunta contrapposizione tra masse ed élites, specie in questa fase. Nella fattispecie dei tuoi esempi, ci sarebbe molto da discutere e penso lo faremo. Ti rammento che gli americani e, in subordine, i tedeschi, in Bosnia, hanno alimentato e sostenuto il secessionismo mussulmano e croato,compreso il trasporto, con i C130, di ribelli afghani, la copertura delle stragi di popolazioni serbe, comprese quelle di Srebrenika precedenti alle note ritorsioni serbe e la condanna dei soli criminali serbi, chiudendo gli occhi verso, cito ad esempio, quelli kosovari, praticamente di casa nella loro base militare. Anche secondo me gli interventi non vanno esclusi a priori, ma contemplati in caso di gravi lesioni alla sovranità, con tutte le difficoltà legate all’individuazione delle situazioni. Il fatto è che ci troviamo di fronte ad una politica di istigazione della frammentazione degli stati necessaria a perpetuare i rapporti di forza in una fase di possibile declino, un po’ come successo nel crepuscolo dell’impero britannico. Che questo, poi, possa ritorcersi, come effettivamente avvenuto in altre epoche, è un altro conto. Per questo bisogna imparare a distinguere e scindere le responsabilità, anzichè coprire con l’umanitarismo le peggiori avventure. Forse non ci si sta rendendo conto dell’abisso verso cui ci sta trascinando questa politica. Cinque anni fa, la Russia di Putin parlava di rispetto di sovranità ed altri principi, con qualche dose ovvia di strumentalità. Oggi, dietro l’interventismo occidentale, sta facendosi strada dappertutto la tendenza spartitoria e conflittuale e, con essa, una corsa generale agli armamenti, laddove le vittime designate saranno gli stati disarmati ed isolati. Come dar torto, alla fine, a Corea del Nord e Iran? La mitologia dei diritti e delle masse in rivolta porta a terribili cantonate, compresa quella di scambiare un pugno di balordi predisposti al linciaggio in paladini della democrazia. A risentirci

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