Durante una Domenica Sportiva degli anni ’70, Beppe Viola decise di mandare in onda, al posto delle immagini di un derby Inter-Milan particolarmente noioso, quelle di un’analoga partita del 1963 ben piu scopiettante e divertente. Viola lo fece in segno di rispetto per gli appassionati telespettatori che non meritavano di assistere ad uno spettacolo così tedioso. Seppur non mi permetterei mai di paragonare le elezioni politiche spagnole al derby della Madonnina, sarebbe bello poter applicare lo stesso stratagemma anche in questo caso, evitando così di dover commentare la più noiosa e scontata competitizione elettorale da molti anni a questa parte. Perché l’esito delle urne del 20 novembre é, già da ora, riassumibile nella seguente frase: il Partito Popular guidato da Mariano Rajoy vincerà le elezioni con un vantaggio talmente ampio, da poter essere definito storico.
Che altro risultato potrebbe dare una Spagna piombata in una crisi economica da cui non si vede via d’uscita, se non quello di premiare l’opposizione in nome di una logica dell’alternanza tipica di un sistema bipartitico che, ora più che mai, dimostra di reggere alla perfezione? Lo dimostrano i sondaggi che attribuiscono al PP tra i 190 e i 195 seggi su un totale di 350 seggi al Congresso, a cui fa da contraltare un PSOE che si fermerebbe tra i 116 e 121, all’incirca 50 seggi in meno rispetto al 2008 e una ventina in meno rispetto al peggiore risultato di sempre, quello ottenuto nel 2000. La quarantina di seggi rimanenti verrebbe spartita tra gli altri partiti minori con gli indipendentisti catalani di CIU (13-15) e Izquierda Unida (8-10) a fare la parte del leone.
La campagna elettorale.
Dati economici alla mano il paese appare tornato indietro alla metà degli anni novanta. A fronte di un PIL cresciuto, grazie all’export, solo dello 0,2% nel terzo quadrimestre rispetto al 2010, la disoccupazione media è stabilmente attestata al di sopra del 20% (21,52% all’ultimo rilevamento), mentre quella giovanile punta pericolosamente verso il 50% (45,80%). Dati comparabili a quelli del 1996, solo che allora il paese era agli albori del boom economico, mentre oggi è viva una crisi senza uscita.
Con dati di questo tipo, l’intera campagna elettorale non poteva che essere dominata dai temi economici e dagli effetti della crisi. Inutili, in tal senso, i tentativi da parte del candidato socialista Alfredo Perez Rubalcaba di smarcarsene e di puntare su altro, come i diritti sociali, nel tentativo di recuperare voti. Chi però si aspettava un dibattito incentrato su soluzioni chiare, magari anche contrapposte, capace di dimostrare come le forze politiche fossero in grado di affrontare la crisi, ha riposto male la sue aspettative.
Nessuna delle due forze politiche ha presentato un pacchetto di misure anticrisi, piuttosto entrambe hanno preferito rimanere sul generico, limitandosi a promettere tagli alla spesa pubblica e che mai e poi mai avrebbero toccato tasse e pensioni. Tutt’al piu’ hanno cercato, specialmente il PSOE, di recuperare voti a sinistra promettendo alcune iniziative dal forte sapore populistico come la richiesta all’Unione Europea di procastinare di due anni il piano di aggiustamento fiscale, oppure che lo Stato si impegni a pagare la previdenza sociale a tutti i nuovi assunti con meno di 50 anni. Ancora più pavido e sfuggente è apparso il PP che, timoroso di mancare una vittoria gia’ scontata, ha preferito non svelare appieno le sue intenzioni economiche preferendo giocare il più delle volte di rimessa, insistendo sul tasto che la colpa dell’attuale situazione è solo di chi ha governato la Spagna negli ultimi 8 anni, ovvero di Zapatero e dei socialisti.
Delusione anche sul fronte delle altre forze politiche dove, purtroppo, non è emerso un programma di ampio respiro, indicatore di una capacità ipotetica di poter governare il paese. Si è invece preferito mantenere i temi elettorali tipici, calcando la mano specialmente su antipolitica e anticapitalismo.
L’emergere di una terza forza.
L’altro tema degno d’attenzione di questa tornata elettorale spagnola era la possibilità che emergesse una terza forza capace di rompere, o almeno di incrinare, il bipolarismo PP-PSOE.
Nel paese è diffuso un forte senso di insoddisfazione nei confronti dell’attuale classe politica. Un indagine del Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS) mostra come ad ottobre il 70,5% dell’opinione pubblica definiva molto cattiva la propria percezione della classe politica. Percezione negativa che si riflette anche nel giudizio sui due principali candidati. Nello stesso periodo di tempo, entrambi ispiravano poca o nessuna fiducia a quasi il 70% degli intervistati dal CIS e ottenevano solo un punteggio di 4.54 (Rubalcaba) e 4.43 (Rajoy) su una scala da zero a dieci nell’indice di gradimento. Senza dimenticare che uno degli effetti più vistosi di tale situazione era dato dall’emergere sullo scenario degli Indignados e dei movimenti di protesta, che fin dall’inizio hanno avuto tra i loro slogan maggiormente identificativi “ne col PP ne col PSOE’.
Nonostante queste condizioni sfavorevoli, il sistema bipartitico spagnolo ha dimostrato di reggere, visto che l’emergere delle terze forze, al netto di sorprese dell’ultima ora, è limitato, come visto all’inizio, ad una piccola flottiglia di seggi. Un risultato che comunque rappresenterebbe un passo in avanti rispetto al passato se si considera che nel 2008 i seggi non PP-PSOE furono appena 27, di cui 10 in mano a CiU; mentre per la prima volta all’interno della campagna elettorale le tematiche relative ad una riforma del sistema elettorale sono emerse come mai prima. Purtroppo resta in generale la sensazione che si tratti di un’occasione perduta e che la prossima volta le forze terze dovranno pensare piuttosto a salvare i pochi seggi conquistati piuttosto che coltivare sogni di incremento.
Domani.
Col senno di poi si può dire che quando il 29 luglio Jose Luis Zapatero annunciò le proprie dimissioni e l’intenzione di indire nuove elezioni, firmò, nello stesso momento, una virtuale tregua con i mercati. Tregua che certo non ha permesso un miglioramento dell’economia spagnola, ma che ha raffreddato parzialmente la pressione speculativa sul paese.
Che si trattasse di una tregua a tempo e che questo tempo stia scadendo, i mercati lo stanno facendo capire benissimo proprio in questi giorni. Da agosto ai primi di novembre lo spread spagnolo nei confronti dei bond tedeschi ha sostanzialmente oscillato entro la fascia dei 300 punti per poi riprendere a correre proprio con l’avvicinarsi della scadenza elettorale fino a raggiungere quota 500 proprio nelle ultime 48 ore. Il segnale è abbastanza chiaro. La tregua è finita, la campagna elettorale è stata deludente, ora chiunque governi faccia il suo dovere. Perciò è ipotizzabile che fin da subito il governo Rajoy debba approvare un forte piano di riforme, dovendo, molto probabilmente, smentire le promesse elettorali, affrontando i nodi delle pensioni e della riforma fiscale, visto che la semplice riduzione della spesa pubblica non sarebbe sufficente.
Lasciando da parte le questioni economiche, il futuro governo dovrà confrontarsi anche con l’eredità che il governo uscente lascia in materia di diritti sociali. Non vi è dubbio che le decisioni prese da Zapatero, specialmente per quanto riguarda il riconoscimento del matrimonio omosessuale, siano invise ai suoi successori, così come è evidente che grande parte del PP non veda l’ora di andare al governo per poterle cancellare. Resta da capire se però convenga veramente al futuro governo impegnarsi in una battaglia, che per forza spaccherebbe l’opinione pubblica, in un momento in cui sarà già chiamato a varare misure che certamente alieneranno il suo sostegno.





































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