Il clamore mediatico per quanto accaduto ieri a Firenze e domenica a Torino ha riacceso un’antica questione: gli italiani sono razzisti? Secondo me i due casi di cronaca non sono episodi collegabili, vanno ambedue contestualizzati. Poi bisogna operare una riflessione più profonda, invece delle facili generalizzazioni.
Intanto, gli italiani non sono razzisti. Non abbiamo nessuna superiorità di tipo etnico o storico da rivendicare. Non siamo mai stati UN popolo, a differenza di altri paesi con percorsi storici differenti dal nostro. Questo deficit di nazionalismo ci “salva” oggi da segregazioni, banlieues, da storie come questa che vi avevamo raccontato a proposito della Francia o da personaggi come Thillo Sarrazin in Germania, e rende la predicazione di realtà come CasaPound estremamente minoritaria. Pericolosa sotto molti punti di vista e da non sottovalutare, ma iper-minoritaria. E’ incredibile quanto si adatti agli italiani quanto Hannah Arendt scriveva in una sua lettera a Gershom Scholem:
“Nella mia vita non ho mai amato nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo solo i miei amici, e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone”.
Siamo invece un popolo composto da tanti xenofobi, ovvero il sentimento della paura verso chi è straniero. E’ importante praticare questa distinzione concettuale, sennò non si comprendono i processi reali. Secondo me la xenofobia di molti italiani è una reazione sotto molti punti di vista comprensibile nelle sue motivazioni. Vent’anni fa eravamo un paese di autoctoni, l’unico paese interamente bianco d’Europa. Oggi siamo un paese avviato verso quota sessantuno milioni di abitanti, con circa sei milioni di “nuovi arrivati”. Sono cambiamenti di natura epocale, che il nostro Paese ha vissuto in maniera molto repentina, è impossibile pensare che questi fenomeni accadano senza provocare tensioni e conflittualità.
Per me nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta però di conflitti reali, bensì di percezioni, di pregiudizi. La xenofobia è prevalentemente un fenomeno di provincia, di quei tanti piccoli e medi centri di cui è fatta l’ossatura urbana dell’Italia, dato che il numero di abitanti dei comuni con meno di diecimila persone è più o meno lo stesso di quelli delle cinque grandi aree metropolitane del nostro Paese. E’ la xenofobia su cui la Lega ha costruito molte delle sue fortune elettorali, un fenomeno prevalentemente verbale, il “linguaggio da bar” in cui si rompono convenzioni e si costruiscono esagerazioni muscolari. Il linguaggio è l’elemento fondante della politica, non tutto è giustificabile, va da sé. Nella pratica però questa “xenofobia parolaia” non è sfociata in episodi di conflitto significativi e soprattutto continuativi, vedi l’esempio fallimentare delle ronde o dei tanti provvedimenti legislativi inutilmente vessatori nei confronti degli immigrati. Sul territorio sono stati e sono molto più potenti i tanti soggetti che lavorano per l’integrazione, a partire dalle scuole, dalle imprese, dalle parrocchie e dalle società sportive dilettantistiche, realtà che non fanno notizia ma fanno sostanza. Poi certo, ci sono anche gli xenofobi per interesse, gli italiani che vivono dei mercati irregolari degli affitti e del lavoro, ma per questi servono le sanzioni e il rispetto delle leggi, non la retorica antirazzista.
Resteremo xenofobi ancora a lungo? Secondo me assisteremo ad una dinamica di cambiamento generazionale. Basta entrare in una scuola elementare o media per avere percezione del cambiamento. Stanno crescendo italiani di origine multiforme che non hanno questo tipo di preoccupazioni “razzismo si/razzismo no”. Questi italiani hanno genitori e nonni, il cambiamento può propagarsi per via intergenerazionale. Poi c’è da registrare un cambiamento nel discorso politico. La sicurezza oggi viene al sessantaseiesimo posto nell’elenco delle priorità del nostro Paese, ed è adesso spodestata dall’argomento immigrati=contribuenti=pagatori delle pensioni dei nostri vecchi. Nei prossimi anni è difficile ipotizzare fortune elettorali costruite sulle “politiche della paura” contro gli immigrati.
Per finire, il discorso dell’integrazione dei rom è invece un problema di natura molto più antica dei cambiamenti dell’ultimo ventennio, ed è un problema interamente politico che chiama in causa l’operato delle amministrazioni locali. E’ un caso che merita approfondimento da parte di chi lavora e conosce questo tipo di problematiche, e su cui non ho abbastanza conoscenze per esprimermi.





































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.