Sorpresa, gli italiani si scoprono tutti liberali. Vogliono le liberalizzazioni dei farmaci, dei trasporti pubblici, la fine di ordini e corporazioni. E ci rimangono male quando vedono che il Governo tecnico non ce la fa. In questi giorni in tanti a Milano se la sono presa con i tassisti – “è la seconda volta che la scampano!”, hanno pensato. Mentre pagano sempre i soliti: dipendenti, pensionati, ceti un tempo benestanti.
C’è una rabbia che richiede analisi: è lotta di classe? O forse invidia di classe? Può darsi che qualche invidia ci sia, basta vedere la legittima sollevazione contro i politici e i loro stipendi esagerati. Ma proviamo a capire di più, per provare a vedere se questa frustrazione post manovra non si possa trasformare in qualcosa di utile al bene del paese: siamo di fronte a germi di liberalismo? D’altronde qualche piccolo segnale della lotta agli ordini c’è stato negli ultimi anni: quando Grillo ha chiesto l’abolizione dell’ordine dei giornalisti ha raccolto 300.000 firme, e il referendum avente medesimo oggetto del 1997 (ha però fallito il quorum) ha raggiunto un’adesione del 86,20% dei votanti. Le lenzuolate di Bersani sono conosciute e apprezzate dai cittadini, soprattutto nel caso della portabilità dei mutui.
La liberalizzazione degli ordini professionali e’ una priorita’ per circa il 50% della popolazione, mentre le farmacie interessano il 29% e i tassisti solo il 6% (dati di un sondaggio per Piazza Pulita). Sembra superfluo aggiungere che, a pelle, anche una liberalizzazione degli orari dei negozi ha un discreto appeal, vedendo per esempio il successo di serate dedicate allo shopping o constatando la presenza di milioni di lavoratori che hanno orari inconciliabili con quelli della maggior parte degli esercenti.
Eppure politicamente i liberali sono oggi sottorappresentati: il partito liberale non raccoglie consensi, a destra non sono mai esistiti, a sinistra si scontrano con ideali da socialdemocrazia ancora ben saldi.
Storicamente in Italia i valori liberali sono stati allevati dalle élite, non si sono diffusi in una cultura intrisa dei valori cattolici di solidarietà e assistenza reciproca. Qualcosa oggi sta cambiando: il peso del debito pubblico e dell’inefficienza sta esplodendo per effetto della pressione sui debiti sovrani. Gli sprechi non sono più sostenibili, mancano risorse per la crescita: è per questo che molti economisti invocano riforme a costo zero. Ho la percezione che l’elettore medio capisca perfettamente queste considerazioni, e anche per questo nelle strade le persone chiedono maggiore concorrenza e minori rendite.
Che speranza c’è per un paese in cui il berlusconismo ha illuso gli elettori per anni sulla realizzazione di riforme liberiste? Che speranza c’è in un paese che ha sempre fallito nelle liberalizzazioni, mancando le authorities e le leggi di applicazione? Il mercato dell’energia, solo per fare un esempio, è fintamente libero da più di dieci anni, visto che chi sceglie un fornitore nuovo non può rientrare nel circuito dei contratti protetti (offerti dalle ex municipalizzate).
Penso che ci sia speranza solo se nuove forze politiche si propongono di raccogliere la sfida, perché sono convinto che andare contro le lobbies, soprattutto per alcuni partiti, non significa una grave perdita elettorale. Certo, architetti e avvocati sono insieme almeno 400.000, i giornalisti circa 100.000. Ma mi sembra superfluo dire che pensionati e lavori dipendenti sono ben di più. E’ il momento di iniziare un vero confronto, interno ai partiti, su dove vogliamo andare. Alcune domande da porsi: Che cosa significa diventare liberali? Prendiamo in blocco, con la controparte sul lavoro (maggiore flessibilità), o per il momento ci limitiamo ad attaccare privilegi e posizioni di rendita? Quanto serve di liberalismo per rilanciare il paese, e quanto potrebbe risultare insostenibile ai ceti più disagiati? Io capisco per esempio le rimostranze di chi afferma che ulteriore flessibilità sul lavoro non avrebbe effetti sulla crescita economica; ci sono a mio avviso altre priorità per lo sviluppo: una burocrazia più efficiente, uno Stato che salda i debiti in tempi ragionevoli, investimenti in infrastrutture e conoscenza.
Provando a guardare nel futuro sistema politico post Governo tecnico, quali movimenti riusciranno a incarnare i concetti di meritocrazia, libera concorrenza, lotta alle rendite di posizione? Una proposta in cerca di identità, il Terzo Polo, può giovarsi del previsto ingresso di Montezemolo: Italia Futura ha al suo interno diversi esponenti innovativi (su tutti Irene Tinagli) capaci di iniziare un vero percorso liberale. Ciò che manca, al momento, è tutto il resto: leadership e elettori. La Lega di lotta mi sembra esclusa dai giochi, i suoi vecchi alleati possono aprirsi a un vero liberalismo solo senza Berlusconi, oligopolista per antonomasia, e solo per reazione a all’emergere di forze di estrema sinistra, tendenzialmente stataliste (indignati?). Arriviamo allora alla sinistra. Immaginiamo questo scenario: si va alle primarie, Renzi si candida ma non vince. Che si fa? Per me il PD dovrebbe spaccarsi. L’unità serve se è un plus, non se è un peso e ingessa il programma. In Italia c’è spazio per un grande partito socialdemocratico (stile Bersani), che toglie un po’ di voti agli arrabbiati e a Vendola, e per un partito più riformista e capace di interloquire con gli imprenditori. Se rimanesse a sinistra, non ci sarebbe bisogno di alleanze con il Terzo Polo (soggetto ancora in costruzione, elettoralmente tutto da valutare). Potrebbe essere un’occasione per iniziare un cambiamento della classe dirigente: Renzi potrebbe attirare giovani forze. Purché si metta in discussione il progetto PD: chi ne avrà la forza politica? Aiuterà questa aria liberale un po’ confusa?



































Andrea Danielli
Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.